Anche se piena di nomi e di strade,
la solitudine abita.
Cammina tra gli sguardi,
si siede nei bar, si veste di tenerezza.
Quel respiro di brace
che simile all’onda ritorna
porta una lieve frattura nei versi,
come se l’aria stessa
esitasse prima di posarsi.
Del dolore,
per profonda che sia la ferita,
non si parla — come fosse un vuoto d’aria,
una lampada tenue sul tavolo,
o un oggetto morto nel tuo sguardo
rapido nel passare,
nel cancellare i bordi
d’un’ombra,
in cambio di bellezza
e colpi luccicanti.
Ma ciò che resta sul fondo
spacca la mitrale:
calcola il disastro,
le pupille appese al vuoto,
i resti, l’accumulo,
il disfarsi della vita
che avanza,
progressivo.
Si può dire — forse —
che a un certo punto il grido
venga soffocato,
la bocca interrata sotto un biancospino,
così —
che tutto appaia astratto,
e il dolore non pesi più d’un grammo.
(Il peso, poi,
è soltanto un aspetto,
un tremito misurato male.)
L’aria contraria
non toglie il volo agli uccelli.
E noi ci chiudiamo
nel dirsi, nel darsi,
seduti su una crepa di terra,
e non cambia l’immagine,
non muta il destino
d’una morte già in atto,
d’un fatto sbiadito,
d’un sangue seccato
che ancora, in segreto, ci chiama.
Grazie del cuore, Felice. Buona giornata serena.
<3