L’autunno della vita non assolve a buon mercato.
L’innocenza è nella pelle del bambino,
la parola è nelle fasce del vecchio.
Il pensiero d’amore lo si lascia solo
con la sua corrispondenza solitaria,
chi vi entra disarma la coscienza.
L’amore per l’umanità richiede di immaginare
il dolore altrui che agisce nel cuore
di tutti quelli che l’ascoltano.
L’amore è come fendere il Mar Rosso.
E non si edulcora e non si riduce
a ciarpame, a chiacchiericcio,
quando accade di restare nella folla
per non scegliere,
per affidarsi al vento.
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La parola brilla sull’assenza
Ecco mi vedi? Sono allo scoperto.
La parola brilla sull’assenza,
porta alla luce il nascosto dell’animo,
ottenebrato da fame affamante.
Cos’altro posso essere,
se non quella somiglianza
che entra nella vita per amare.
Allarga il campo visivo,
oltre il punto cieco
dell’incondizionato,
entra nella morte senza timori,
guardala in faccia ed esci
con l’impronta divina dell’umano.
Dissomigliati se vuoi ritrovarti.
Ogni volta che accogliamo l’altro
veniamo fuori, allo scoperto, siamo noi,
il compimento, il mosaico
nella radura di un nuovo inizio:
una esigenza immortale.
Prima di volare via
Noi che dilatiamo il nostro petto
così incautamente, sciocchi,
confusi da clacson e nicotina.
Strilliamo il nostro affanno
a qualche vetro chiuso, a un’ombra
che non ha mai sputato sangue al tuono,
alla notte, all’oceano.
Noi che sogniamo soltanto
di diventare migliori
sbagliando i modi,
girando in tondo per trovare forse
la nostra ragione.
Basterebbe partecipare al funerale
del nostro strepitio,
basterebbe affacciarci alla finestra,
innamorarci di un’amarillide rossa,
ma richiede molta luce
e premure morbide.
Che resti almeno un nome
per le ore solitarie, prima di volare via.

La prova del vivere
Te lo dice il silenzio quando devi partire.
Come il vento alla schiena, ti spinge
ad andartene per vicoli stretti,
dove tutto sussurra e si deve conoscere.
Il mistero, l’amore, la prova del vivere,
dialogare con il dolore, abbracciando
il proprio corpo, le emozioni e le esperienze,
trovare il senso più profondo.
Il silenzio sussurra
come fosse al tuo fianco.
L’uomo intero
L’uomo intero riconosce il suo spirito.
Le ossa pagheranno il loro debito antico
ma la vita rigenera e riabilita,
ritornando al suo percorso.
Non siamo una cosa morta,
quando facciamo verità
senza farci sconti.
Il mondo
non è uno spazio di dominio.
Siamo un cammino
che da dentro germoglia
anche i sassi.
L’impronta di questa forza
la troviamo nella natura
che nulla in se stessa distrugge.
I rami secchi sono di quell’umanità
che ha riempito il mondo
di spazzatura,
non a caso è una figura che appare
nel momento più basso
di una relazione contro natura
come la guerra, o il ciarlare del possesso,
è ragioniera di un credito
che nessuno ha mai contratto.

Pittura di Alex Russell Flint
Gli inverni dell’ego
Stanno scompigliando le reti delle loro routine,
eppure si limitano alla ripetizione del gesto
che non germoglia: l’amore non si stipa
nella taverna dell’io, l’amore viene donato.
L’abitudine è la nebbia dell’entusiasmo,
mentre la vita preme addosso
un palmo
senza ossigeno.
È il lato oscuro della pietà popolare,
un certo affanno che pone ai margini la società,
con quella sorta di cecità che non gemma.
Si dovrebbe innervare la logica del dono di sé,
la vera relazione si fonda sul passaggio
dell’io e del tu in un nodo di una rete più ampia.
Non il freddo
che separa-scartando. Non gli inverni dell’ego.
La coscienza è l’osservatore consapevole.

Pittura di Alex Russell Flint
La traduzione del silenzio
Vorrei il nome di un fiume,
per sentirmi nella forma dell’acqua.
E la voce che porta alla luce
le profondità come punto di origine;
la traduzione del silenzio, la quiete,
la bocca nuda ricolma di fiori.
Vorrei assistere alla mia fioritura
sui sogni e le sconfitte;
una fioritura esistenziale
che viene dagli occhi chiusi:
gli occhi non mentono, seguono le note,
come i campanelli alle caviglie.
La guancia dell’infanzia
Conversa sdraiata sul tappeto
con gli animaletti della polvere
e i pesciolini d’argento:
ospiti filiformi
tra le parentesi dei libri
sorprendentemente poetici,
delicati, affascinanti.
Con i piedi piegati
la guancia dell’infanzia
ha una sorta di risposta,
cerca aria profonda
dal suo guscio interiore,
una piccola rivolta
su quale creatura
non sia reale. È così che l’amore
ci scopre sensibili.
Il gesto dell’umiltà
Ogni fede è ossa e respiro.
La fronte si abbassa alla terra:
un tentativo di parlare piano
alla materia che ci ospita.
Quando un corpo si inginocchia
ognuno di noi mappa se stesso,
misura ciò che forma il pensiero.
Il cuore non mente:
sa orientarsi nel buio.
E il nostro corpo disegna
— lentamente —
il gesto dell’umiltà.
***
C’è qualcosa di bello nei testi
che nascono così:
pochi versi,
quasi ossa nude,
eppure dentro passa il respiro
di una domanda antica quanto l’umanità.
La poesia funziona spesso come una piccola sonda:
scende nel terreno del linguaggio
per vedere dove la realtà
diventa mistero.
Porta il corpo dentro il pensiero.
La fronte che scende verso la terra
non è solo un gesto religioso;
è anche un gesto fisico.
L’essere umano piega la colonna vertebrale
e, per un attimo,
ricorda di provenire
dalla stessa polvere che tocca.
In termini scientifici suona quasi buffo:
il calcio delle nostre ossa
viene da stelle esplose miliardi di anni fa.
In un certo senso,
quando la fronte sfiora il suolo,
la materia dell’universo
si inchina a se stessa,
intercetta proprio questa stranezza cosmica:
credere è forse il modo con cui la materia
cosciente prova a parlarsi.
Di tutta la narrazione
La mente che sente s’inchina al silenzio –
contadina del pensiero, semina.
Libera la vita dal travaglio.
Il vuoto della parola
Sentii dire che c’era nell’aria un sasso / e un vuoto
intorno al sasso. Sentii una parola
che dispone il vuoto
intorno al sasso.
Sentii la parola fatua allungarsi nel vuoto: era la mia /
vidi il braccio lanciare il sasso sulla parola,
vidi le sue pesanti rotondità
protendersi
nel vuoto.
[Nel vuoto
si sta come il mio gatto a sera, dentro
la sua piccola fossa].
E io: giaccio / gioco
e attizzo piedi in avanti
di tutta un’illusione /
smuovo la brace, soffio un incendio intorno
al sasso / al vuoto. Ma la fine
si ribella alla mia cronaca: il sasso
precipita,
come precipita il vuoto
della parola.
Cerchi completi
E tutto riemerge, immanente e fragile
come schegge di maiolica nella rete
tirata su piena di Babele.
E ci si alza,
acqua mista alla marea,
si guarda dentro.
Impariamo la lentezza del setaccio,
nel tempo che ci è dato per discernere –
quest’arte che s’impara esercitando
i sensi quando fluttuano –
richiede tempo.
Soprattutto è raccogliere,
tenere insieme,
e in un secondo momento,
cernere, senza cedere alla fretta
del funzionalismo.
Vale questa regola aurea:
tenere ciò che è vero, vivo,
radicato nell’amore,
al di là della perfezione,
del rumore, dell’apparenza.
Così si forma il focolare,
cerchi completi nella verità del cuore,
circonferenze morbide
nella libertà di accarezzare piano
la testa di un bambino
senza identità, senza spigoli, né angoli,
una mano testimone
che sa distinguere il bene dal superfluo,
l’amore dall’egoismo, la luce dalla zavorra.
L’amore tocca tutti
carica sulle spalle
tutta la tradizione
la poesia
più cara a farsi familiare –
in questo humus mosso dall’amore
sa come fare quercia –
al suo pensiero scava
la terra
a fondo se ha memoria
del solco umido
dove fiorisce la passione
il seme della nascita
nella corrente all’oltre
dell’attesa quando si volta
e guarda
a fasi controluce –
nei fiumi del suo sangue
e riconosce che infine
l’amore tocca tutti
Per tua scelta
Potrebbe essere una vela
con quella polvere antica,
ma è una tenda rammendata.
Sentirsi il margine, o il ventre di una luce,
una diga,
o un argine,
per raggiungere un presente
la cui forma è tua per scelta.
Non una causa unica
I nostri pensieri oscuri,
i nostri desideri
diventano i molteplici nomi
di chi ci ha ucciso.
Quando le cose vanno male
nessuna causa è unica.
Perché non dovremmo temere
il vento, la notte,
l’alzarsi dell’oceano?
Dopotutto, una donna innamorata
è più fatale
di un immenso squalo bianco.
Malinconici
Noi che apriamo i nostri sentimenti,
così malamente, scriviamo poesie per vivere
come tzigani con i loro violini malinconici.
Issiamo i nostri desideri più crudi,
le nostre numerose delusioni.
Voglio guardare nel terriccio i miei alluci
e non parlare, ascoltare qualche passero
che becca sotto la panchina del parco
e pensare che dove è stata abbattuta
una foresta, torneranno frutti selvatici,
come se la terra volesse consolarci.
Il rifiuto sociale
L’origine non è un mistero:
si cresce senza essere abbracciati
per una oscura alchimia
di bullismo infantile,
invisibilità familiare
e tabù culturali sovrapposti.
Si sviluppa una frenesia sentimentale
che trova la sua unica liberazione
nella fantasia di una mostruosa
e sconfinata solitudine.
In presenza rimane un filo d’oro
che attraversa una parola gentile
di questa vitale imperfezione
Abitare l’amore
C’è una porta spalancata nell’aria,
nessuno entra, nessuno esce —
se non un respiro classico,
quasi proverbiale, un odore di caffè,
come se fosse una piccola parabola —
dall’indaco al fondo,
dall’alto al basso,
dall’aria alla materia.
Un movimento verticale che la coscienza esplora
in un ramo sottile che trema nella quiete –
eppure porta un frutto,
troppo grande per sé,
ma lo sostiene come un guerriero.
Non cade, non si spezza,
solo impara l’assonanza del peso.
Sul fondo del bicchiere resta una goccia nera:
è il ricordo che non evapora,
il silenzio che sa di ferro.
Prendilo piano, quel caffè,
come un rito che scalda le mani
e mette in fila i buoni pensieri,
lasciando intuire che abiti l’amore.
Siamo mendicanti di senso
Far crescere l’indaco dello spirito
attraverso la cultura:
di frassino le briglie alla vita –
non commuovere, ma con-muovere,
non ornamento, ma orizzonte.
Non l’hype che brilla un giorno,
non il pendant degli eventi,
ma ciò che smuove –
che accende lume e domanda,
che non teme il cortocircuito,
la ferita del dubbio,
la folgorazione dell’impensato.
Non come un cavallo che corre
senza essere guidato.
La cultura come fraternità
non è consumo rapido –
non fast food di concetti,
o strisce di cuoio attaccate al morso,
ma fermentazione lenta,
tempo lungo che trasforma i pensieri
in carne e la carne in pensieri,
la riva delle cose che fiorisce
in un travaso continuo di vita.
Siamo mendicanti di senso,
ogni parola una particella
che non conosce ancora l’amore —
pellegrini verso orizzonti mobili,
la nostra indigenza è ricchezza:
da essa nascono geometrie inedite,
architetture capaci di ospitare
la complessità del mondo.
Dire l’atto, la nudità della coscienza,
l’implicazione quando c’è,
pentimenti, fiori, cuori, campanelli,
e si ricomincia senza jolly.
Non arene, ma agoni;
non sintesi facili, ma incontri reali
dove anche l’incomprensione
diventa inizio,
e il conflitto genera fratellanza.
Fraternità:
rivoli di attesa, noi,
ci lasciamo attraversare
non da ideologia consolatoria,
ma esercizio quotidiano
di traduzione tra mondi diversi.
La memoria
La vita è un gorgo – penso
duellando con lo specchio –
una coreografia addomesticata
che dà risalto al nulla.
Forse, dalla nascita, la memoria,
è quella luce promessa che richiama
una tinta interiore d’innocenza,
spesso di schiena alla voragine.
Si sente affamata, l’innocenza,
un verso che non porta violenza
ma avanza per colpi e immersioni,
sta segnando il territorio buono
da tutto un altro mondo.
Esplorando
La poesia è come l’acqua: tiene memoria
di ciò che il potere, l’abitudine
e la paura vorrebbero rendere muto.
È un atto morbido di resistenza,
è il luogo dove il senso non obbedisce.
È un organo inutile, la poesia, come l’anima
quando il mondo chiede solo prestazioni.
Dice l’indicibile senza nominarlo,
come fanno gli animali
che non hanno bisogno di concetti.
La poesia non cambia il mondo.
Come l’anima, cambia il modo
in cui un essere umano sta nel mondo.
E a volte basta questo
a spostare una faglia invisibile.
In questa vita
Se potessi essere l’amore,
non sarei un soldato che ha sparato
a una tenda di iuta.
Un bambino si era addormentato lì.
Sarei la tenda che sanguina,
sarei il bambino.
In questa vita, sarei anche il soldato,
sarei una soglia vuota,
l’intero oceano che s’infrange
contemporaneamente.
Nina non capisce il mondo
Nina tiene l’acqua in bocca
come se potesse possedere
qualcosa del suo universo.
Una donna che trattiene l’acqua
diventa diga,
reliquiario,
orbita provvisoria.
L’acqua non è bevuta né sputata:
è sospesa.
C’è un’illusione tenera e feroce:
possedere trattenendo.
Come se l’universo —
che scorre, evapora, sfugge —
potesse fermarsi un istante
obbediente alla lingua,
alla fragile volontà di una donna.
Nina si riempie i palmi
per nutrirsi di ciò che è degno.
Non vuole carne,
non vuole sangue
in bocca.
Conosce per assenza:
non capisce il mondo,
lo sente.
Tiene senza inghiottire,
custodisce senza consumare.
Il suo è un potere silenzioso:
abitare un altro corpo per un po’,
prendere su di sé la malattia,
finché l’attesa decide.
L’acqua non resterà.
L’universo non si possiede.
Ma per un tocco
l’illusione è vera,
e questo basta.
Un istante di dominio gentile
sull’infinito.
Perché sono ancora
Non mi siedo più sul bordo dei giorni.
Non dondolo nulla.
Se mi sfiori le gambe partono insieme,
come colpi sparati da un soldato in tensione.
Non peso il pane, lo scavo, ci guardo dentro
per trovare me stessa, rannicchiata
al posto della mollica.
Non misuro le ore, mi alzo,
non sono una forma lenta di resa.
Le voglie smettono
di fare la bestia da guardia
che agita gli zoccoli.
Non sedurmi con pasti e cerimonie,
mangio in piedi, con le mani sporche.
Questo corpo desidera aprire le gambe
e bagnare d’oltraggio l’ingiuria
di un popolo affamato,
in questo tempo di lotta continua.
Il cassetto custodisce nastri per vergini,
è vuoto, finalmente inutile.
I giorni non vengono pressati da capriole
ma da mature uova di serpente,
non c’è speranza,
né luoghi lontani che si lascino salvare.
E la luna se ne va sbattendo la porta,
io la seguo, finalmente,
con la sigaretta spenta prima di finirla,
lo stesso universo, oggi, deve essere rapido.
Non voglio l’ombra della rovina che benda
le nostre ossa,
il limite è superato.
Non ascoltano testimoni.
Esco dalla mente polverosa senza soccorso
verso il fiume in piena per annegare
la parte dolorante in me.
I nomi non li annodo, nell’acqua li lascio andare,
Nessuna disfatta,
le molecole non si disperdono,
e quando il peso dei giorni diventa insostenibile,
in questi tempi di polvere da sparo,
lascio le ali di falena e mi immergo
nella vasta cornea di Dio
Apri la mano
Non temere abissi, camminando al buio;
il mistero è vertigine
che interrompe lo scorrere
sincronico del tempo,
è una resistenza che lega;
apri la mano
quando fissi la faccia dell’immenso
e lascia che l’amore si nutra dal tuo palmo,
che i versi si incidano sulla tua brace,
latori di una vile latitanza.
Chi ti salva è una rosa d’inverno
dimmi ー
come hai fatto a entrare.
non c’era porta.
solo un battito incerto tra la soglia e lo sterno.
da dove vengo
tutti hanno una chiave ma nessuno
una casa nel cuore.
le finestre non si aprono
come le bocche
nelle foto segnaletiche.
da dove vengo
si vive chiusi
come un pugno prima della resa.
chi ti salva è una rosa d’inverno —
ma è finito, l’inverno,
e io tiro un sospiro allo specchio
che non restituisce più niente.
forse sei entrato per errore.
forse eri la poesia
o la pistola da piazzare fra gli occhi,
o quei numeri scritti a inchiostro
sul remoto del petto.
oggi potresti essere entrato
e io potrei decidere
che il tuo nome ha il sapore della notte,
scuro come un dramma shakespeariano,
o solo una malinconia.
il vero casolare è nel centro del cuore.
i vasi sanguigni: lampioni
che rischiarano i miei passi.
il mio cuore
è una sirena a kerosene.
un foro, più rosso di una rosa,
uno sguardo famelico
sul petto della mia poesia
dice che non c’è amore
senza un foro d’uscita nel cuore.
come un neonato imbavagliato.
nella stanza accanto
fumano la nostalgia.
la vorrei,
senza nessuno intorno.
perché tu mi struggi come in una tormenta.
forse tu sei me
a guardare gli uccelli
dall’onda del fiume.
forse sei tutti i colori
che non riesco a vedere.
forse io
sono il nero che li tiene insieme.
vieni —
ti dedico la foto-haiku.
a volte mi faccio male
solo per sentire che è ancora mia
questa pelle.
mi chiedo
quando ho smesso di essere ragazza.
di cantarmi
quel piovere alle grondaie.
non c’è una data.
solo una stanchezza.
e mi dico:
vai, scrivi.
spacca, taglia, ricuci.
torna quando vuoi, che qui nella tua stanza
c’è sempre luce accesa.
l’ultimo dio che ho lasciato
ha comprato una pistola, si è pagato da bere,
strappato i miei ricordi.
ma io non ho ricordi, penso.
quando amo: bacio.
quando sono sola:
mi presto tempo
senza legami,
senza ritagli di vecchie foto.
adesso sono entrambe le cose:
innamorata e sola.
una traduzione
che non si può dire
ad alta voce.
non sono ciò che dicono.
tranne quando mi sento così:
l’unica meteora che rischia il buio —
quando la scia divora l’orizzonte
per cucire la presenza,
tutto s’affolla.
non ti fidare:
sono il linguaggio diretto.
sono una sequoia.
l’ombra che ritorna alle labbra.
e questo è il mio esorcismo:
vattene
torna
vattene
torna
vattene –
è il fuoco dentro
che tiene accesa
la mia brace elettrica:
vedova di ciò che ho pregato.
La nuvola alta
E dopo i germogli dell’ultima luce,
da porte e finestre si apre l’attesa,
quell’attesa dismessa dicevo,
come un vecchio vestito palustre,
che donava ai miei occhi un marese di neve.
(Erano tue le tracce,
sulle quali morivo
e le labbra
tremavano
gli eterni silenzi.
Sarai tu, per cent’anni,
i sentieri la sera.
Il mio canto sarai tu, la nuvola alta,
in un vento dilatato dagli stormi.
A Mario, mio fratello
Era tutto amore, calore, mani leggere.
Il neonato credeva che la vita
fosse una bocca larga
dipinta sul volto della madre.
Era quasi biblico.
Pare inoltre che i capezzoli
contenessero caramelle.
I gesti rimangono dentro più a lungo
come qualcuno così piccolo.
Il suo respiro è sfuggito di mano
dopo solo poche ore.
L’amore
L’amore ha la potenza dell’aria
che rientra nei polmoni dopo l’apnea,
non salva perché è grande,
salva perché è necessario.
È quella navata che alza le guglie, l’amore.
Può avere la tenerezza di una soglia:
non spinge in avanti, non trascina indietro,
permette il passaggio.
Quella soglia che ci tiene insieme
quando tutto tende alla dispersione.
Ha fatto fiorire bocche aride, l’amore,
non è una sigaretta mezza bruciata.
È ciò che ci impedisce
di sbriciolarci
in ruoli, stazioni, solitudini incompatibili.
È la bella quiete dentro i tuoi occhi
dopo la brace di costole irrequiete.
Se deve essere salvezza, l’amore
soffia sulle onde
una legge segreta
che rallenta il collasso,
Un braccio appoggiato alla schiena
un’eco di splendore tiene il cuore
senza nominarlo,
l’amore muta spoglie barocche
in Cattedrali.
Terra, è terra
Bella signora terra, ci affacciamo,
per mostrare la nostra tana,
simile a un sondino nello spirito inquieto.
Nomi diffusi dagli echi
di umani dolori e solitudini.
Echi distorti da una terra di brughiera.
Vi siamo legati per le viscere
e il cordone ombelicale è l’amore
per questa libera pangea.
Essere nella tempesta del mare
e dire «terra, è terra» col cuore dolorante
che dà una storia e la trattiene,
a volte, per niente medicata.
Sono semplice parola
Ero l’albero dove incidere un nome,
ora si contano gli anelli del tronco.
E sarò quel ricordo eternamente disturbato
da vizi e vuoti,
chiamata a raccolta dai detriti,
io che sono semplice parola,
io che per gli occhi non sono solo carne,
o scorie di fotografie.
L’infezione è la guerra è la guerra
L’infezione è la guerra, la guerra.
Siamo così vicini alla scomparsa.
La lingua si velluta
mentre tratta la tenerezza,
il cuore è legato da un laccio emostatico
quando si ama,
per non sentirci cadere
e cadere e cadere.
È tutto ciò che resta, dopo il filo spinato.
Il cuore ci tiene uniti,
va oltre i movimenti di lingue.
Vicini a una sepsi nata
da un fruscio di foglie,
fredda, umida, fredda fredda,
come una granata a mano, esplosivi,
molotov, benzina
e il nostro sasso di Davide.
Sarà educata, educata, diranno,
devi solo chiudere gli occhi
come fosse una banda di ottoni.
L’infezione è la guerra, è la guerra.
(Ricorderò la cascata al rallentatore,
o la bellezza della tua bocca confinata).
Versi che tracciano vie
Cerca il suo yoga –
canta sotto la doccia, da quando ha capito
come salvare il mondo:
versi che tracciano vie per renderlo uno.
Eppure questa mattina scrive duellando
con l’urlo triste, su come tutto faccia male.
Lascia libere le pagine: parole per i lupi,
o i suoi scarabocchi ai margini –
le stesse pozze d’inchiostro
le affida al colore del sangue.
Catturare un’esperienza
con parole che salvino il mondo,
questo è il messaggio: – nessuno è mai solo –
La bocca le dice: – l’aldilà è del colore
di un cerbiatto –
Tutto torna e la luna è sempre affamata.
Il dono di sé
È ancora possibile il dono di sé?
sussurra il vento fra le fessure
di una città di vetro e cemento,
dove il sangue si fa prezzo
e il gesto pesa come un debito.
Dare, senza chiedere,
riemerge dai solchi antichi
dove mani callose
non contavano monete,
ma semi,
e il grano bastava al giorno.
Il dono trema, oggi, nella vetrina,
si specchia nell’ossessione del profitto,
si fa maschera di potere,
un gioco di scambi
dove anche l’amore si misura
a interessi composti.
Quale mondo dovremmo sognare,
per restituire all’offerta il suo fuoco?
Un mondo dove le mani tornano nude,
senza cassa né bilancia,
dove il pane spezzato non è contratto
ma sacrificio,
e il gesto si consuma
nel suo essere puro.
Forse nelle pieghe di una favela,
nelle danze senza ritmo d’un villaggio,
vive ancora un’economia del cuore,
dove il dare è canto,
e l’accumulo un’offesa.
Tra i neon e i grattacieli, qui,
tra i muri che separano,
e i fili che stringono,
dove nascondere un sogno così?
Non c’è immaginario per l’innocenza,
non c’è parola per il dono
in un lessico che conta
solo vittorie e conquiste.
Se un giorno il cielo si spaccasse,
e dalle crepe piovessero
fiori
non venduti,
mani alzate,
occhi che non chiedono,
forse sapremmo ancora ricordare
che donare è il più umano degli atti,
è spogliarsi del peso, è libertà.
La sua sincerità
Ha bruciato sandalo nella notte,
il suo desiderio
era una mano sulla bocca,
che le impedisse di respirare; imparare
nell’asfissia come identificare
una gentilezza.
Si è vista accanto a pile di parole
senza un cenno per un bicchiere d’acqua,
parole secche come le piante del giardino;
ha sorriso, nemmeno il suo gatto
sapeva riconoscerla.
Si è vista accanto a pile di parole
come un lavandino pieno di piatti.
Anche l’empatia si strappa le ossa,
implorando d’essere affollata.
Sorride ma è a testa bassa,
è difficile confondere la sua sincerità
Non sei ancora
Cosa c’è di meno vero dei fiori finti?
Un bel paio di sorrisi sulla felicità?
O un amico che decide i tratti
della tua personalità ad occhi bendati?
È come se aspettassi di sentire il mio nome,
in una piccola roccia o trovarmi
finalmente cristallizzata,
nella resina su qualche albero
dove il tempo è stato perso.
Eppure continuo a setacciare dal magma
il mio nome. Nemmeno questo m’appartiene.
Nacque da una disgrazia.
Il mio vero nome è in attesa da qualche parte,
ti trafigge dentro, con i volti
di quelli che non possono chiamarti
e ti ricordi chi sei
e perché non sei ancora.
Una donna
Scrive fino alla fine del viaggio
di vecchi stracci in poesia,
d’intonaco al sole e nuove esperienze.
La testa si fa filo e cruna,
un volo di Icaro,
in petto un’ostia secca prende colore;
resta da dire che s’accende
ogni stasi sanguigna.
Una donna con le ali di cera,
un avanzo di dolce tossina,
un fantasma con gli occhi a bottone.
Lei fumerà la sua felicità e tu la odierai,
per non aver saputo fumare la tua.
La bocca vuota
Con quanta impazienza accoglie l’abbraccio
divinamente barocco. La bocca vuota
come fondina senza pistola.
Un silenzio sotto una ribellione levantina.
Tu dagli la luce
e penserà alla zizzania notturna.
Dagli l’amaca sensuale della luna
ma tieni per te, incastrata nella carne,
l’animosa sfacciataggine dell’amore.
La sincerità è nella schiena dritta
Si vive in un mondo di like,
di quei like da allevamento;
l’uomo è in trance nelle terre promesse
e quei vecchi ragazzi ubriachi di potere.
La mia postura rimane
quella di un lampione.
La mia schiena ha una spina nel fianco,
Flavio, quando piangi, o un nido
d’api e miele
nascosto ai tuoi occhi.
La mia schiena è un lungo fiume
in piena sulla tua sponda, Pat, ma l’aria
è in ostaggio, ero solo una barca
senza gomena; la tua infelicità
ha annegato anche me.
La poesia è la nostra petroliera
È la nostra petroliera la poesia,
“come inutilità necessaria”
scriveva Montale.
La morte della moralità
contamina la bocca, gli adepti
di un usurpatore
comprano il nostro ossigeno,
ci lasceranno l’aria
con il sapore della cenere
useranno la pace per lo sforzo bellico.
Abbiamo raggiunto l’alienazione
alimentata dal nostro pietoso miagolio
alle caviglie di un sistema politico
malato, seguito da un mare
di discepoli.
Scriviamo:
ci mettiamo l’annegamento delle masse,
le fosse colme di cadaverini,
e nelle petroliere la poesia,
assaporiamo poi il processo:
il sangue che sgorga, come macchia rossa
sulla nostra dignità.
L’essere umano
Sintomatico nell’essere umano
è che appare così solo
a posteriori; generalmente schiaffeggiato
dalla mortalità, assume un tono isolato
quando necessario.
La costanza del presentimento,
che già siamo stati qui,
non è solo visione; la domanda
allatta un clandestino tipo di ordine:
vuole qualcosa
di diverso dal mondo.
Scrivere da qualche parte
Le parole ce le scambieremo
come fossero merce di contrabbando:
la mia faccia su ogni social,
per ricordarti che sarò ancora qui,
a scrivere nel buio
quel poco che so, per ricordare
come si parla senza una lingua,
che non hanno ancora comprato
Il cuore è affondato
I sogni, sono profeti malati d’amore
e futuri sfortunati —
animali appiattiti nell’erba,
mordono i polsi e dove l’atrio cardiaco
si torce, finché non rimangono
che lame di facciata —
a ferire s’avvitano a una prima luce quotidiana.
Lì fugge lo scheletro affranto,
si fa pietra la lepre, si acquatta
sul muro di fondo.
Il cuore è affondato —
represso, da falsi concetti.
Le voci lontane
Le voci lontane, i feticci di penna, i richiami;
quella nebbia tossica come l’inferno.
Un intreccio di nomi, di incomprensioni,
di chiodi sui palmi al fottuto mondo;
la gente sembra scritta sui muri con lo spray.
Le braccia diventano pali di recinzione,
la mia schiena sputata dalla porta di un blog,
tanta acqua ghiacciata al rallentatore
e parole sciamane, parole, un serraglio da portare.
L’amore è il vetro che ho rotto da bambina.
Nessuna pace a riposare il sangue.
Volevo sentirmi un curioso infinito
o una bocca con il caldo del caffè.
Volevo solo toccare il cielo.
Un segreto
Forse, le mie parole sono per i vivi,
ai morenti che rimangono appesi
alla loro costellazione,
ai cicli di vita, come fili del telefono,
ai caldi porti senza onde agitate,
non so scrivere quale medicina.
Dirò a un eventuale interrogazione
che la poesia è un relitto segreto,
affonda ma continua a parlare,
un segreto che in ogni cosa
può tracciare la pelle.
Prometti di smettere
volevi essere vista: strana.
tracciabile vernice bianca/nera
(per un viso a metà
: perché no.
le scorribande a rubare un rossetto
con le amiche mimetizzano
il labbro livido, il corpo vuoto —
(il peso di ogni sguardo, il suo lungo sogno
devasta il futuro prima che sia fratturato.
prometti di smettesse
(semplicemente
d’appartenere ad altri.
Descrivimi un’orbita
Portatemi i calendari
con gli anni che finiscono —
scrivetemi i presagi
con l’inchiostro sulla schiena,
incidetemi il destino
nelle mani.
Sii tu il mio oracolo,
l’evento lunare —
descrivimi un’orbita
nelle crepe della via cerebrale —
la ghiandola ha una relazione
d’amore con le lacrime.
Apri il mio corpo, gli occhi,
i vasi sanguigni,
per liberare lo spirito.
O siamo solo animali?
Ho un sacco di domande e di rintocchi
e tu non sei mai stato un bersaglio.
Chiamatemi Strega
Il residuo smunto di un andare,
nato per bruciare su una pira
si estende nella testa
con un rumore metallico, di scarto,
come quello di un’officina meccanica
o effetti sonori per film,
che includono colpi, stridori,
d’effetti sonori
d’auto, in polvere da sparo.
I fari si allontanano,
con chi setaccia la parola,
anche i fantasmi
creati da una strega glitterata.
Chiamatemi resto di animale,
chiamatemi soprannaturale,
chiamatemi offesa sepolta nelle costole.
I cani abbaiano,
alla fine si calmeranno.
Ma è sera tarda
Forse sono io l’errore.
Forse sono la diffidenza –
un cambiamento di schema
in ciò che avrei potuto essere —
la virgola, una pausa breve,
lì – nella tua figura,
una parentesi di spalle.
Ma è sera tarda —
il cielo è un segno
di punteggiatura,
sembra unire le bocche aperte,
c’è forse un dio in questo angolo,
o forse tu che dichiari un’intenzione
ad arco
sulla mia schiena.
Questa distanza
funge da tenerezza, contro il nostro petto –
alla certezza che l’amore da vicino
si stacchi come carta da parati,
o un vento salato a un’ombra negli occhi.
Forse sono io una volata di piccione –
per portare un messaggio esco
fuori dal corpo –
ciò che è visto come neve
nella luce morente.
Ma conferma un’intonazione,
l’incapacità di volare
porta a bruciare corpi —
ho bisogno di scrivere con te.
Esserci
Cosa dobbiamo festeggiare —
abbiamo annullato l’evento
d’abitare il linguaggio,
caduti nel mondo, smarriti
nella banalità, non siamo migliori,
il rapporto stesso,
in sostanza, l’esperienza
di un’apertura a nuovi orizzonti —
un momento in cui si trascende
la quotidianità, per comprendere
nuove prospettive di senso,
un “accadere” che cambia
la nostra comprensione
di fronte al mondo:
quell’essere presente,
scuotendo l’oblio del pensiero,
del sentimento — esserci —
Parole
Vorrei poter smorzare la speranza
su tutto questo luccichio —
analizzare la verità
dal cotone emostatico,
rimuovere la tua antologia sui dinosauri,
e tutte le passioni glitterate,
esporre l’anima alla vivisezione —
il bastoncino di zucchero
e lo scheletro delle parole
messe a nudo dopo la morte,
verranno buttate via come scovolini
con i ritagli di ieri.
Chi brucerà
Dove sbocciano i fiori
che non vogliono memoria,
tra metropoli spoglie
di parole plurali
e grattacieli spinti
da sguardi d’urgenza.
Chi inciderà i silenzi che boccheggiano
su ossa mangiate dai cani e panni
diventati teatro di sangue?
Quale inedia sconnessa
s’inginocchia
sotto i manganelli del potere,
quale altare di sabbia,
quale balbettio senza lingua?
Chi brucerà l’eredità
senza bombette al napalm –
di tutto questo negativo
scolorito dal sole?
Chi profanerà l’abbraccio,
le preghiere degli angeli,
la promessa,
la bandiera?
Come marchieranno i puri d’aria,
i deserti, le tundre?
Chi batte il silenzio
su scatole vuote,
chi ferma la marcia al piede razzista,
chi contratta con la stretta di mano?
E chi ha scelto di lottare
soffia la vela,
soffia fino a farsi scoppiare.
Come cresceranno —
abitati dagli spot –
i ragazzi di domani?
Cos’è l’amore
Non è tanto la frattura d’amore,
quanto la piena presenza a sé stessi.
Non è tanto un abbraccio di carta
a cui aggrapparsi.
L’amore è dove la linearità
cronologica si sospende —
non è un mod-podge
di dopamina e passioni,
è la forza gentile,
il luogo dove l’identità
e la percezione vanno a costruire.
L’amore non lascia mai
le cose come le ha trovate,
è una in-cantazione:
un modo di restare in ascolto
del proprio divenire.
Quella parte nascosta
È nel respiro delle onde
che il mio nome si scioglie,
diventa sale,
diventa viaggio.
Il coraggio ritorna
come un animale d’acqua,
una creatura che emerge dal fondo
con il dorso lucente
mi sfiora,
portandomi nel suo passo liquido.
Gli spruzzi si aprono come ali,
scintille vive
che incendiano la superficie del giorno.
E quelle mille,
e mille gocce sorelle
si cercano nel tumulto,
si abbracciano in un’unica pelle,
ostinate nel difendere la loro luce.
Così avanzano,
guerriere, respirano,
levigano gli scogli della vita
per restituirli al loro inizio,
rotondi, docili,
pronti di nuovo a essere toccati.
E in quel moto instancabile
una voce mi chiama:
non è il mare,
ma la parte di me
che ha imparato a non affondare.
Un patto
Sarò porto o riva quando sarai ferita
dalla tua parte come un lume acceso
insonnie e a passi magri verso l’inverno.
Il volto che non riconosciamo più
descriverlo a parole ritorna giovane
e giurare amore sull’unico sangue
un patto che non scompare.
Del resto…
La felicità credo sia soltanto una forma di rassegnazione
La donna nella Storia
È presente al suo pastore, questa bestia
da latte, da sella, da macello.
È presente, dicevo, il fianco appeso al gancio,
alla corda ben tesa e il tormento sta.
Corpo o mente sta
e le mani che si fanno breccia
e la voce tempesta,
che il bene dentro butta all’aria e veglia,
sullo scambio che muta il corpo in merce.
Si negano, poi, i santi continenti e l’angelo
a una donna, in quel blu caduto di Chagall.
Ci si cava dalla bocca la soma,
per eccesso e struggimento,
quando è lei vittima e bestiario
che paga in viso la pena.
Etiopia
Terre turbate dalle guerre –
dai magri amori che scavano lune
nella siccità, passi in rovina
e il fianco che muto porge le costole
alla fame, in cambio di lotte,
di bocche alla zolla, un azzurro vivace
e dell’amore il ricordo o un sonetto
di fiori randagi e di mani sul petto.
Delle domande sul volto,
di questi profughi, parlami.
Uomo che abbaia al vuoto
Cane che morde cane.
Uomo che abbaia al vuoto,
che non conosce il dire,
non conosce il sangue del fare.
Saranno le spalle a piegarsi
per disegnare segni,
impareremo a decifrare
con le dita dei ciechi.
Impareremo ad amare
con le orecchie dei morti.
Non credere di conoscere un estraneo.
Non hai corso nei suoi campi con le nuvole.
Non hai dormito nella sua stalla con i buoi
nel silenzio di calce bianca porta
una ferita invalicabile –
Il senso è dentro questo animale.
È stanco di tempesta.
Brina delle Allodole
Una voce che semina occhi e notti,
una nuvola che dichiara tregua
nel visitare il corpo che indosso,
il passo che affonda
senza guardiani alati.
Non è il chiodo
che da millenni ci crocifigge,
ma l’astro perduto
per un apostrofo anagrafico,
quando il sangue è sempre uguale,
e non chiede di scivolare tra bivacchi
ma alla foce del sole.
Alla linea di donna,
all’anima stessa,
al predicato dei valori,
la visione del mondo conserva
un confine infreddolito,
dove brinano
anche le allodole.
Ho la bocca piena di fiori
Ho strappato dalla bocca un fiore
per fare un rituale
verso il cielo di ardesia
leggendo ogni parola a faccia in su.
Ho poi affondato i denti
nel nuovo riposo di zucchero filato.
Esperimento
Non pensavo che a viso, qui, (a viso, dicevo)
d’essere musa parlante o parola (come musa)
che ti cede e ti tocca.
Musa ostile (e alla luce) a volte o forse sì,
alla nota, là, dove si scrive sulla carne. Sì.
Simile al salto o nell’acqua, simile al salto dicevo
e l’amore (se è giù) ha la rete.
Non mentalizzavo il sensibile
(appena immersa nel latte dell’alba).
Sì ho detto sì o forse no e la mano che ascolta,
quando la vena, la scintilla è poesia. Sì.
Piove ora
Esisto, tra la fine di un attimo e il divenire,
supina nell’attesa, acquiescente alle parole
che scavano a mani nude una ferita intima,
profonda, tra la scogliera e l’onda,
tra l’istinto e il blu che affiora nell’amore.
Sanguino tenerezza, infine.
Piove ora, il silenzio.
L’amore per i figli
Non so
se ho scritto nel cuore
dei miei figli,
e cosa —
come una madre dovrebbe fare.
Non so
se ho inciso almeno un verso
che possa, un giorno, essere spartito.
L’inchiostro della mia lettera
non si secca.
Non so se ho lasciato impronte buone,
tatti, orme, sorrisi,
o solo freddo intorno
o un caldo senso familiare.
Sono caduta spesso
sotto tumuli di terra.
Solo travagli repentini,
ripesco in me dal fondo
visioni incancellabili
che il passato avvolge
nel suo sudario.
L’amore c’era —
nelle mani che stringevano forte.
L’amore c’è —
ora tutto nel ventre;
e le parole ancora cercano nell’aria
una risposta che la mente nasconde
dietro il suo spleen.
Ciò che i miei figli hanno maturato
è un fiore bianco
che non mi deve nulla:
nato da sé,
dove nessun legame
inclina la verticalità del loro crescere.
Un fiore puro
fra piccoli ciottoli,
senza rumori o chiacchiericci,
senza giudizi,
sulle loro rive,
nelle loro navate verticali.
Immersi
È bello saperti immerso,
come se stessi attraversando
un fiume lento e antico
con le mani aperte,
pronto a raccogliere
ciò che risale dal fondo.
Bella dentro
Vorresti aprire la finestra,
spedire la tua voce in lettere
come un volo di tortore
prima del tramonto,
quando sei così bella.
Le ore scrivono del mondo
ne fanno congetture,
figli, foreste oscure
e tu che ne fai parte
ti senti aliena —
decifri nomi che ti somigliano
ma non ti lasci avvicinare
più di tanto, per la stanchezza
che hai nel cuore.
Sei così bella —
la tua storia respira
quell’aria familiare tanto amata —
armata d’emozioni, odori nuovi
d’amicizie raccontate — esiste
la terra che fiorisce
anche se ha smesso di parlare.
Versi per altre onde
I nomi, l’alone negli specchi,
la sua musica incompleta in ombre sciolte.
È un cerchio d’acqua
che si allarga, il tempo,
così gli universi s’attraggono
nella coscienza.
Resta bello accompagnarti
in queste piccole costellazioni,
in una lettura resta l’amore
come questa nebbia morbida,
una lettera visionaria
trattenuta da uno spago
e qualche fiore.
Il sentimento sui versi per altre onde,
si slega su mappe che tatuano vele
di viaggiatori che non partono mai
e sulle strade che vanno dove vanno,
solo inclinando la memoria
che passa sempre e indugia
forse con un sogno o una rivoluzione.
Un ascolto che sfiora
Ombre umane dilatano il silenzio,
frugano il loro scampolo di vita
come ultimo fagotto di speranza —
sono solo canne al vento:
giunchi selvatici che oscillano
una nenia a un cielo stanco —
e alla mano avara
di questa nostra amara civiltà,
come ossa miti che parlano nel tempo,
chiedono — una memoria nuova —
prima ancora che diventi parola.
Chiedono una bellezza quieta,
che sa rivolgersi al mondo
come ci si rivolge a un animale ferito:
con mani lente,
con un ascolto che sfiora.
Il nero sconfessato
Cattivo ospite,
il nero sconfessato
precipita lontano
e muta — d’oro improvviso —
la rosa del deserto.
Per amare
il giorno non diventa notte
né la notte si traveste di giorno:
si apre soltanto
una vita inedita, un centro,
come una nuova nota
nel vento caldo di una duna.
Il nome non è morte
ma un respiro d’ascesi,
non graffierà la gola,
nessuna tempesta d’aghi
scioglierà gli occhi,
nel loro trasformarsi
senza tradire
la prima impronta.
Quietamente
Spargimi — come ti ho chiesto.
Vedrai la mia cenere scendere dall’alto,
neve d’aprile sul fiore esitante.
Vedrai me, senza l’ingombro della carne,
nella dolcezza viva del distacco,
l’ultima allodola che scivola
nel suo piccolo prato:
il tremore del nuovo inizio.
E guarda la nascita d’una parola,
questa sera, che non assomiglia alle altre.
Conserva il mio lenzuolo,
così a lungo attorcigliato alle caviglie
dei molti risvegli.
Stringi il suo cotone: senti l’umore
quietamente mistico
che ti rimane sulle mani;
senti come brucia — ancora.
Con la stessa uguaglianza
Anche se piena di nomi e di strade,
la solitudine abita.
Cammina tra gli sguardi,
si siede nei bar, si veste di tenerezza.
Quel respiro di brace
che simile all’onda ritorna
porta una lieve frattura nei versi,
come se l’aria stessa
esitasse prima di posarsi.
Del dolore,
per profonda che sia la ferita,
non si parla — come fosse un vuoto d’aria,
una lampada tenue sul tavolo,
o un oggetto morto nel tuo sguardo
rapido nel passare,
nel cancellare i bordi
d’un’ombra,
in cambio di bellezza
e colpi luccicanti.
Ma ciò che resta sul fondo
spacca la mitrale:
calcola il disastro,
le pupille appese al vuoto,
i resti, l’accumulo,
il disfarsi della vita
che avanza,
progressivo.
Si può dire — forse —
che a un certo punto il grido
venga soffocato,
la bocca interrata sotto un biancospino,
così —
che tutto appaia astratto,
e il dolore non pesi più d’un grammo.
(Il peso, poi,
è soltanto un aspetto,
un tremito misurato male.)
L’aria contraria
non toglie il volo agli uccelli.
E noi ci chiudiamo
nel dirsi, nel darsi,
seduti su una crepa di terra,
e non cambia l’immagine,
non muta il destino
d’una morte già in atto,
d’un fatto sbiadito,
d’un sangue seccato
che ancora, in segreto, ci chiama.
Lettera tenera
Forse stringi il passato
con quella stessa voce
sussurrata tra veglia e sonno,
nel ritmo lento di chi pensa
come si toglie una benda
da una ferita.
Eppure non guarisci.
Il Tempio
Resto qui —
con quella lieve gratitudine
che somiglia a un lume posto sull’acqua:
non fa rumore, ma illumina
il bordo delle cose.
Dove il corpo è rito, la voce
resta limpida;
dove il sacro non è severo,
l’amore è un atto di conoscenza
che brucia piano.
È una versione
che unisce luce e febbre,
come una liturgia carnale
che ha perso il tempio
ma conserva la fiamma.
Visionaria
Guardo dal letto, come sempre il soffitto
e la mia stirpe mi batte nelle ossa
come un tamburo che non si spegne
e il mio volto diventa un tramonto muto.
Mia madre corre nei sogni;
io fuggo da una volpe gigante.
Nel McDonald’s illuminato
la fame è un gaslight nello stomaco,
un ratto che scava nella notte.
In Kootenay la polvere regna,
e io cerco ancora un nome per il vuoto.
Non sono del gregge biondo:
sono un gomito che spinge nel mondo.
E continuo a credere
che l’amore possa arrivare senza ferire,
docile come un animale
che finalmente riconosce la mano.
Chissà chi era
Chissà chi era, allora,
a tenere un respiro,
a sentirsi un tetto di paglia;
lo sguardo inutile
sui torti del passato,
quella luce fioca
che toglieva l’ombra,
dove ognuno cerca nell’altro
il proprio suono di ritorno
tra la sponda e il baratro.
Chissà se ora si innamora
come allora, o dalle nevi
bianche degli anni
ha imparato a trasformare
la bassa luce,
in candele fiammeggianti
Dove l’amore non si parla
Dobbiamo l’iride alla notte
quando un tumulto d’ipotesi
si sgrana all’immagine
di una umanità di marmo.
Una transumanza millenaria
d’ali adorne di promesse,
di gonfie teorie.
Ma d’amore non si parla,
è come una violenza promessa,
progressiva, un campo di battaglia
sotto un rosso di pioggia.
Della Storia un diaspro di finzione,
talvolta con scheletri
d’eterne domande, di suicidi.
L’amore, la libertà
Avvertire il momento, ascoltare
il richiamo di un cane nella notte —
da quel suono si leva una parola
che non teme la luce,
una sacralità terrestre, inquieta,
dove il dolore si traduce
in gesto, in resistenza.
Assaporate i lenti trasporti d’ottobre,
assaporate la libertà quando dà forma
a tutto il resto —
l’amore è come l’acqua nella sete.
Ora sono qui nei pigmenti dei fiori
a cingermi il capo per fermento d’affetto,
liberando inarrestabili ricordi
di altri anni.
Al sole delle lucertole
L’infinito si alleva con il tempo —
un seme di un sé lontano dall’egotismo,
fiorisce sulla schiena esposta
al sole delle lucertole —
e ad ogni mappa si irradia una tessitura,
che correda il saggio quando tutto
minacciava una resa, l’ennesima frattura,
un non ritorno.
La terra come madre vuole amare
Non a caso la mia luna in fioritura
è nel fondo dell’inchiostro,
prigioniera del dilemma d’essere,
e dove e quanto restare —
se respiro vita trapassata,
da una geografia
sbagliata dall’eterno.
È questa l’autopsia degli spazi bianchi,
intervalli, vuoti, copertine patinate
che fanno guerra a pigmenti,
— non ancora definiti bambini —
senza voci o promesse,
ma lastre di pietra incise a sorte.
Soldati che scavano la morte, sparano —
l’orma non sa più dove affondare e quegli occhi
che la terra come madre vuole amare.
La memoria
C’è una devozione nel costruire muri,
una cattedrale nel deserto, mattone
dopo mattone, nell’intoccabile calce.
Dentro questa finzione mancano le forme:
nessuna porta, nessuna finestra
e secondo tradizione
la freddezza, il cinismo,
i risvolti beffardi
di un disastro esistenziale.
Ma il fatto certo è che questa esperienza
di tramonto d’equivoci salti e ribaltamenti
non forgia il realismo dell’oggetto:
l’amore si sa, rimane sopra il tetto –
colpevole solo
d’aver tradotto la memoria.
L’amore tocca tutti
Carica sulle spalle tutta la tradizione
la poesia più cara a farsi familiare
in questo humus mosso dall’amore
sa come fare quercia al tuo pensiero
scava la terra a fondo se ha memoria
del solco umido dove fiorisce la passione
il seme della nascita nella corrente
a un oltre dell’attesa quando si volta
l’angelo e guarda a fasi controluce
nei fiumi del tuo sangue e riconosce
che infine l’amore tocca tutti
La donna melagrana
Nel punto dove il passo fiorisce
ti lascio l’indaco del mio nome,
perché anche il silenzio
abbia qualcosa da pronunciare.
Dove lasciavi aperta la finestra
l’odore del caffè risaliva,
la donna melagrana era un cuore vero —
ora è solo un seme o una costellazione
a sfiorarti da dentro il ricordo,
e quella luce:
il pensiero che torna sempre indietro.
Di ciò che conta
Pensa e ascolta il battito del fabbro,
la forza, l’azione, il fuoco nelle vene.
La porta si apre alla presenza
di un orizzonte dalla coscienza in lotta —
è la febbrile ricerca di ciò che conta
e sa opporsi alla totale assenza,
simile al sole sulle nostre spalle,
all’amore sociale volto a custodire
l’ombra del pane per la sopravvivenza.
La terra non appartiene a nessuno —
ci attraversa, ci traduce,
ci restituisce silenziosi
alla nostra stessa immensità.
23 Ottobre
Era mia madre quella luce alta
che illuminava tutto il letto,
il bagliore nel tunnel
tra la sponda e il lenzuolo —
chissà se mi chiamava allora
o dalle vele del parto,
il suo trasformare la voce in doglia
e chissà se ha poi ringraziato il cielo.
La madre delle soglie
Gli anni, mai vissuti pienamente,
vanno alle sere, ai sogni nei cassetti.
Sto qui, a malapena, al mio respiro —
smarrendo la voce in luce
dell’universo bianco, il giorno arreso
ai passi stanchi, alla loro ombra,
le nebulose che imparano a tacere,
il corpo si distende alla sua terra,
l’amore, sì — la terra: —
la madre delle soglie.
Qui non si aspetta nessuno
Questa ragazza osserva, a sera,
il nutrimento, la brace, la comunione,
in una casa illuminata dalla parola —
le passa sulla bocca, quasi a oscurarla,
un volo di colombe albine in melopea.
Non sa se volerà quando si vola,
come si vola in alto, né dove si volerà.
Ora il suo corpo diventa un cielo largo
quanto un oceano, che ha già in sé
la risposta decifrata, come un’anamnesi —
un tunnel luminoso, in fondo al senso
d’amore, si scopre l’infinito.
Sopra i tetti
Il mio fumare solitario sopra i tetti,
come Wenders in Berlin, nel calare della sera,
fra scogliere di palazzi,
mi chiede se il catrame sia romantico ai passanti,
fra le parole rade di un poeta,
nei vetri opachi dei tram,
nelle donne di ritorno dal lavoro.
E a un tratto la stanchezza —
nell’ansimo affollato —
non sa cosa si perde.
E non è solo un battito.
Ditemi voi, cosa si perde.
Il motore assorda i tacchi frettolosi,
una smania si spande,
occhi ciechi sullo smartphone.
Il mio sguardo è nei segnali
che non so ricevere,
a cercarvi la risposta
di questo vivere distratto.
Non è una colpa, l’infelicità.
La colpa è tutta arsa
in questo dramma quotidiano.
Ma tu che vieni da lontano —
tu, se mi vuoi chiedere,
in ogni istante chiedimi
ciò che io non saprò rispondere:
ti guarderò solo, profondamente,
negli occhi.
Brucia ciò che mente
Terre turbate dalle guerre –
dai magri amori che scavano lune
nella siccità, passi in rovina
e il fianco che muto porge le costole
alla fame, in cambio di lotte,
di bocche alla zolla,
un azzurro vivace
e dell’amore il ricordo o un sonetto
di fiori randagi e di mani sul petto.
Delle domande sul volto,
di questi profughi, parlami.
Versione visionaria della felicità
Non è un piacere osservare la miseria,
non è l’osservare la miseria del piacere
ma è un compito vegliare.
È la voce che veglia, la più antica
è il braccio che salva
ciò che ancora respira.
Sopra il capo fioriscono rose
tortore e parole scendono a fiamme
giri di foglie istrioniche tra i passi
dèmoni che stanno in silenzio accovacciati
come informi ammassi di tormenti
negli occhi viandanti.
Si custodiscono i passi smarriti
si riportano le stelle al loro sonno.
La via che respira il petto in fiamme
di rabbia e di malizia
non dà il verbo al giorno.
Si pensa di amare come matti
chi vedi morire in una guerra
si pensa di ingannare l’ascesa
d’ogni sera a venire.
Il passo, il verso,
la breve banalità del male.
Mi chiamo ad adorare l’amore più giusto,
lavare la fronte degli inquieti.
Sarò madre del vuoto e del sogno,
finché la luce non torni a cercarmi.
E il male, perché?
Mio padre, non volevo vederlo polvere.
Quello che restava di lui erano i gesti,
le somiglianze, la luce tanto piena,
traboccante, che verrebbe da chiedersi
perché il dio dell’amore
semini anche la piaga,
perché chi guarisce
porti anche la morte,
sia pure con ferocia o fredda tristezza.
Siamo sotto rami che mutano in archi —
ignari che i nostri petti
siano i soli bersagli.
E poi, per difendersi,
c’è chi impugna una freccia d’arbusto
o una pistola di gomma,
sparando
alla luna di giorno.
L’uomo, prima di soffrire,
ha bisogno di vivere.
Mio padre, non volevo vederlo polvere.
Dio sa chi sono — e sono qui,
a colpire il chiarore con occhi
stretti dal sole.
E tutt’intorno, la tradizione
del senso comune,
alla morale io dico: – e il male, perché?
Dove non si volge Dio,
nessuna freccia indica la via,
mentre fendiamo sentieri, scelte, domande,
nel fitto del verde,
o scivoliamo tra lamiere nei parcheggi.
Il corpo è una cavità.
E infine, devi ammetterlo: – esiste l’anima.
Anche se i piccoli di Dio, sentono alta la febbre,
provano a rincorrere spot,
a soffrire piuttosto che definire
le voci lontane che chiamano,
le voci che consolano,
e si fanno brucianti,
come un brivido divino.
Mio padre non è polvere.
Quello che resta di lui sono i gesti,
le somiglianze, la luce,
tanto piena, traboccante.
Quel rosso di mezza sera
Ti smarrisci
guardando annaspare
la menzogna di luci sui palazzi,
che di voglie sanguigne fa promessa —
Ciò che fu scena diventa servizio,
e dal servizio risorge la scena,
per difetto coniugale, per stanchezza.
È un rischio ricorrente,
un chiasmo concettuale,
un’ombra popolare.
Sprofonda nelle sabbie illusorie
chi crede bastino formule o riti,
quando l’agire non riflette davvero
la parola che proclama.
Abitare la parola —
anche piegandosi nelle tempeste —
permette di restare ancorati
alla roccia della relazione.
Ma quale passione resiste in noi
come quel rosso di mezza sera?
Che cosa, più di uno scaffale polveroso,
si aggrappa alla mente
pur di sentire la vita,
anche quando si fa leggera?
Lettera che lascerei sul tavolo
È che certe presenze si consumano,
come l’odore dei cuscini dopo la notte:
resta la forma, non il calore.
Con quella tenerezza che s’affolla
più intima e lirica,
rimarrà il suono delle tazze,
le briciole sul legno,
i piccoli disordini che ci somigliano.
Resterà la tua voce,
come una lettera mai spedita,
la tempesta che avevamo inventato,
che ancora mi attraversa
quando mi pettino lentamente
davanti allo specchio.
Figlia di polvere e melagrana
Le donne invecchiavano come zenzero,
cucivano il silenzio,
bollivano radici,
chiamavano la vita con zucchero e fuoco.
Prima della lingua c’era il sangue.
Portavano il nome della delusione,
un ventre che taceva.
Una madre nel letto, color cenere:
la vergogna era nata femmina.
Nacque nel luogo
dove la melagrana si spezza,
dove la luce deve sanguinare
per diventare destino.
Gli uomini contavano armi,
non nomi — spie
che occupano un paese.
Ogni frutto che non portava figlio maschio
veniva offerto al silenzio.
La figlia respirò il rifiuto,
la grammatica del dolore,
la flessione del corpo,
la superstizione che piega la pietra.
Il mondo era un luogo
dove il sangue doveva giustificarsi.
Il casolare la guardò come un debito,
la consegnò alla terra
come si consegna un messaggio alla polvere.
La polvere comprese,
la terra la trattenne.
Ora vive sotto le zolle,
tra radici che parlano come vene.
A chi scava, offre un sussurro:
non c’è colpa nell’essere nate femmine.
Solo memoria —
un esercito rosso di semi,
piccole lune che vogliono vivere.
E quando piove,
la terra si apre come un libro antico:
le sue pagine rosse raccontano
di una figlia che divenne seme
per non morire mai.
L’amore, forse, è la terra stessa
Le mani scure della terra
scavano, accolgono,
non chiedono da dove vieni.
Tengono insieme l’acqua e i resti,
la carne, il fuoco —
custodiscono l’amore
come unico seme che deve germogliare.
La terra conosce il nome dei morti
e quello dei vivi che li affidano alla terra.
Ha imparato la lingua delle bombe,
eppure lascia fiorire
malve d’affetto come un alveare.
La patria è ovunque vi sia terra.
Resta il corpo,
e il corpo sa dove tornare.
Non serve una bandiera:
basta il passo nudo,
il gesto di chi tocca la zolla
e la riconosce madre.
L’amicizia, qui,
è un pane condiviso tra macerie,
una parola detta piano,
senza accenti,
senza padroni.
È la prova che qualcosa
resiste alla logica dei confini.
E l’amore — se ancora esiste —
è questo movimento lento,
il suo inarcarsi verso l’alto,
la capacità di rispondere
alla ferita del mondo.
L’amore, forse, è la terra stessa:
umida di doglie,
tra fiori caduti, cani muti, lingue in lotta —
la voce del mio simile.
E zolle che tornano a ospitarci
— ancora —
Innamorarsi
Fra le labbra restano fiori e temporali,
si aspettano stelle cadenti,
sulle strofe degli innamorati,
sul mistero che apre la visione.
Perdi il respiro quando ti immergi,
perdi i sogni, l’arco delle onde,
i forse dell’attesa,
i bocconi di luna,
le fotografie del tempo.
O innamorarti come se avessi già visto tutto,
di quell’amore calmo che vai cercando —
quell’amore senza viaggio, senza separazione.
Non sarà la nascita del mare,
forse la tiepida onda
che al principio era fuoco da bere,
che, al principio, era fuoco da svenire.
La verità
Si dice che tutto accada due volte:
una nel mondo, una nell’immaginale.
Il corpo sogna la propria sostanza,
la luce finge di non sapere d’essere anima.
Guarda le città:
hanno nomi che non si pronunciano —
non come in Oriente,
dove ogni cosa conserva un senso,
una poetica, come un tempo
i popoli che parlavano col vento —
sono l’esatto contrario
delle nostre mappe,
dove nulla ha valore:
non si trovano, si ricordano.
Un angelo si piega sulla Terra,
il suo volto è un fiore di silicio,
una fiamma minerale.
Il suo respiro non brucia ma plasma,
come una mente che s’accende di simboli.
Ciò che si vede non basta:
occorre immaginare fino a colmare il vuoto
tra l’occhio e l’intelletto,
dove l’alchimia custodiva la verità.
E se qualcuno chiedesse cosa sia reale,
noi potremmo solo rispondere:
la verità è ciò che ci trasfigura.
Quando piove calce
Vorrei restare, come il tuo cane romantico,
con la precisione di chi tocca le cose
solo per sentirle respirare.
Le luci sono spente sul silenzio umano,
qui si riconosce chi ha amato troppo —
chi ama porta la notte nelle tasche,
una corrispondenza tra due segrete
della stessa febbre.
Una volta ho dormito accanto al fuoco
e ho creduto che la brace mi capisse.
Non chiedeva nomi — potevo travestirmi
da lepre soprannaturale.
Il mattino mi trovò sdraiata sull’asfalto,
il volto sporco di stelle.
Ognuno custodisce una città
dove non può tornare.
Quando piove calce ci riconosciamo
dallo stesso modo in cui accendiamo
una sigaretta.
Ci sarà sempre un bar con la luce accesa,
una ragazza che ride dietro il vetro,
un poeta che scrive in comunione di pioggia.
Una città da ricostruire —
ma ogni gesto che condividiamo
sarà una resurrezione.
Io abito dentro di me
Scriviamo come si parla ai fantasmi.
Con le mani fredde.
Con una lingua sdraiata
che dimentica a metà parola.
Cerchiamo solo indizi:
una tazzina scheggiata,
un odore di pioggia —
l’aria sa di benzina,
un sorriso disertato.
Poi torneremo al silenzio,
ognuno nel proprio emisfero –
lasciando ai vivi
il compito
di ricordarci male.
Elegia del seme
Mi chiamano per nome, ma il mio nome è terra.
Nel grembo del mondo ripongo ciò che resta —
una stilla di luce che rifiuta la guerra,
una parola che ancora chiede amore.
Nessuno sa quanto pesa un seme
quanto cielo trattiene una donna
che consegna il suo respiro al vento.
Ho sentito il sangue farsi mare,
la voce dissolversi in granelli di sale.
Eppure qualcosa chiama,
un principio che non si lascia spegnere,
come se la morte stessa
fosse solo un’altra forma del parto.
Così mi affido all’alba —
al suo imperfetto chiarore,
al destino che non promette, ma semina.
Nel suo silenzio cresce la mia preghiera:
che il mondo ricordi la pace
come nelle vene degli alberi, nei passi
che risalgono la collina
tenendo tra le mani la polvere
come fosse l’inizio del mondo.
E se una vagabonda
Non perdere il tuo disordine.
Non ti legare nemmeno a chi ti ama
per serrarti in dolorose cuciture
nel provare a snodare gli arruffi.
E se una vagabonda come me
ti guasta la notte, tu solo, amore,
come versi incisi, sei la tua scelta.