Sant’Agostino
«Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.»
(Confessioni X, 27.38)
INFO (ma de che…
Volete sapere, in realtà, perché vi trovate cancellati all’improvviso? Non essendo su wp.com ma su wp.org (che è un’altra piattaforma) per comunicare attraverso il reader ho installato un plugin di wp.com che, mio malgrado, fa il padrone di casa. I commenti, i like, gli iscritti li gestisce lui. Se mi rifiuto e lo elimino mi cancella tutto il sopracitato.
Altre spiegazioni ve le risparmio. Sarebbero troppe perché non è mai come sembra e il mondo virtuale è una trappola dove anche un sì sì, no no, viene frainteso.
Ciò non toglie la responsabilità che ho, causa il mio brutto carattere, verso la vostra serenità.
Saluti, mi preparo per l’ospedale.
I fili – la trama –
Sanno che tendi a nasconderti.
Ne conoscono il sapore.
Forse un giorno smetterai
di raccogliere il mondo in frammenti
e inizierai a vedere i fili
che da sempre li attraversano.
Allora la trama della realtà
si mostrerà diversa.
La presenza silenziosa
non ha nome.
Viene prima del pensiero,
prima della parola,
prima di ogni tentativo di comprendere.
Riconoscerla
è come tornare a casa.
Come risvegliarsi
in un luogo che non abbiamo mai lasciato,
ma che il rumore dei giorni
aveva coperto.
E forse ciò che chiamiamo amore
è proprio questo riconoscersi
dentro una relazione più grande.
Nulla è soltanto se stesso.
Un fiore non è solo un fiore:
porta con sé la pioggia,
la terra,
il sole,
il tempo.
Porta ciò che lo ha toccato
e ciò che lo ha reso possibile.
Forse anche noi siamo così:
non isole,
ma intrecci.
La mente vorrebbe trattenere,
separare,
dare un nome alle cose.
Eppure, sotto tutto questo,
c’è uno spazio.
Un vuoto che non manca di nulla,
perché non è assenza.
È lo spazio in cui
i pensieri appaiono
e poi scompaiono,
come increspature sull’acqua.
Lì la quiete non è immobilità.
È ascolto.
È rimanere abbastanza vicini alla vita
da sentirne il movimento
senza doverlo fermare.
Una quiete che osserva,
sente,
comprende.
E quando inizi a vedere la rete,
quando smetti di cercare un luogo separato
in cui stare,
anche il modo di camminare nel mondo cambia.
La distanza si fa più sottile.
Ciò che sembrava altro
diventa vicino.
Non perché i confini scompaiano,
ma perché finalmente
ne vediamo i fili.
E forse la presenza è proprio questo:
abitare il mondo
senza sentirsi separati da esso.
***
dipinto: olio su tela di Nadine Spaggiari

Quando
Quando ci sentiremo a casa?
Quando la gente smetterà di segnalarci
come i volti contrassegnati
da triangoli di pericolo?
Ci aspettano giorni di gazzelle,
vagoniletto sugli alberi
dove smarrire le mani sugli occhi
sbocciati e sporchi di blu
e del blu l’identità che non è
qualcosa di evidente o rumoroso ma c’è
un’ipotesi che il pensiero sia un’allodola
col suo volo sospeso fra le mani di Dio
come sua sposa.
L’unione
Se allora il dialogo non nasce dal nulla
l’unione assume un significato profondo
anche se il flusso viene ostacolato
dalla chiacchiera e il fiume disseccato
dall’incomprensione.
Per me tutto ha un senso in questo mondo
seppure diviso da un cortile di pietra
o tra i corpi di fabbrica
finché non ci si lascia fiorire nell’altro
anche se di calce diversa.
Il freddo lacero nella parola
rapido come un fulmine
si accumula a inaridire le ossa
o quando va bene, legato in modo fisso
alle proprie abitudini.
Se non passa l’amore dalla cruna
destinata a dare aria e luce
al respiro interno, al passaggio ignoto
sarà una dolorosa negazione a lasciare
molte piaghe.
Si dice si pensa si fa
Soggetti, pensieri, ruoli, intuizioni: una vita
intrappolata in un flusso continuo di parole vuote.
Ci si adegua passivamente al senso comune,
all’imitazione, alla voluttà – all’intimità nel fango –
sradicando l’autenticità.
Si apre alla vista una stanza
completamente deformata dalla chiacchiera.
Idee ed esperienze travisate, falsate
in modo consapevole, sia il senso, sia l’aspetto.
“Si dice”, “si pensa”, “si fa”, l’individuo
viene cancellato dall’essenza del linguaggio,
dalla propria verità interiore.
Perde il fiore la parola, diventa un guscio vuoto
passato di mano in mano,
nella deiezione del quotidiano.
“Je est un autre”
[Di Lucio Brandodoro]
Da Qui
Non eroi, né santi.
Nessuno che possa sbandierare con sicumera la propria identità, sbattendola in faccia a chi, con umiltà, ricerca affannosamente un proprio modo di essere.
“Nessuno di noi vive per se stesso”.
Il poeta lo coglie e lo intuisce. Rimbaud lo aveva scritto: “Je est un autre”, “Io è un altro”.
Parole dette, parole scritte, prima e dopo e durante le crisi di una umanità troppo grande per bastare a se stessa. “Je est un autre” è più che una crisi di identità. È un’affermazione che fonda l’identità su terreni che non ci appartengono, che abbevera l’identità a sorgenti che non governiamo, che apre l’identità ad infiniti che ci abitano.
Chi può dire “Io” se non a partire dal “volto” dell’altro? neanche Dio può. Neanche Dio si comprende come Dio se non nel suo essere Padre. E “padre” è termine relazionale che si comprende solo a partire dal Tu del figlio.
“Nessuno vive per se stesso”. Né a causa di se stesso, né avendo se stesso come fine.
“Se viviamo, viviamo per il Signore”. È solo nell’altro la radice della consapevolezza di sé. Nell’altro, il principio di realtà che diventa coscienza.
Non è forse questo quello che chiamiamo amore?
Sì, perché amore non è cercare nell’altro un se stesso che manca; non è desiderare ardentemente di impossessarsi dell’immagine di sé che l’altro mi rinvia. Se così fosse, saremmo ancora e sempre vittime del narcisismo esistenziale che naturalmente ci contraddistingue. L’altro non è uno specchio. L’altro è il luogo del mistero originario in cui è la sorgente di me, sorgente che non mi appartiene.
La mia identità, ciò che propriamente fa di me me stesso, è a partire dalla consapevolezza dell’alterità. Io sono io a partire dall’apparire del “volto” dell’altro, un tu, che mi interpella e continuamente mi provoca, non alla ricerca di sovrumane armonie dialogiche, ma ad abitare le distanze, per fecondarle.
Vivere “per il Signore” non risponde ad afflati mistici alienanti, fonda invece la mia esistenza su una alterità che continuamente mi viene riproposta come desiderio che nutre aperture inimmaginabili per chi si illude di potersi autofondare.
Non c’è fusione fra me e l’altro. C’è, al contrario, spazio vitale; spazio in cui accade l’identità, che non potrà fare a meno dell’altro per pensarsi come autonoma. In questo spazio, fra me e l’altro, non in me o semplicemente nell’altro, risiede la possibilità, di dire “Io”, senza violenza, senza uccidere, senza negazioni o sopraffazioni.
In questa identità non si risiede, con la stabilità che non conosce vacillamenti, ma si diviene, con il desiderio accogliente e continuamente inquietante. L’altro non è minaccia all’integrità identitaria, ne è criterio e senso, ne costituisce apertura e fecondità.
Chi può dirsi straniero? Chi può tracciare e difendere confini? Come continuare ad ignorare e a calpestare diritti e dignità? Quale forza sarà più forte della debolezza dell’amore?
Nuova idea di convivenza umana, nuova idea di giustizia, nuova idea di pace.
“Nessuno di noi vive per se stesso”
La caduta
Quando il mattino è buio, preso
dai suoi conflitti, scacciato
come l’io che mi rincorre
simile a un capotreno: — la fatica
di afferrare la propria identità
o un ideale che nel mondo
cambia continuamente,
la fatica di piacere alla gente
o a una parte di sé molto in ombra
che non si riesce a raggiungere.
Spesso l’io quando rincorre
cerca solo attenzione
o un chiarimento fiorito
che non ci siamo ancora concessi.
Mi sento sola, profondamente,
in mezzo alla gente, soprattutto.
La stanza del continuo giudizio
una corsa stanca sui binari a sera
l’effetto di un inseguimento
da cui è difficile liberarsi.
La vertigine che provo è travolgente
nella delusione cerco le grandi altezze
per poi vivermi la caduta
per sempre, in solitudine.
Muri
È triste non poter volare, per portare
di respiro in respiro
l’infinito dalle acque
oltre quei vuoti:
il desiderio di proteggerci
come fossimo quel fiore sradicato
che è un seme di luci, soltanto.
Di Orione è la caccia.
Non è oggetto scagliato il silenzio:
nel profondo esiste la parola
a volte scritta con la calce appena fatta,
ancora instabile. Un muro
risuona di buio, di oscura sommossa.
Che poi la relazione è in Dio stesso,
la fiducia, l’essenza della comunione.
Un orlo di battaglia improvvisata
gira allo stesso modo, il bene è compreso
in relazione al male, ma l’amore,
l’amore lo sa e scava rispetto.
Non esiste imitazione.
Benedetta Pietà
L’amore si sparge per fiorire nella pietà —
Silenziosa presenza sottile commuove gli animi.
La compassione è una goccia d’acqua sul fiore
che collega ogni momento al successivo:
non può essere avvertita
attraverso una percezione ordinaria.
Ciò che appare falso è forse
una presenza delicata
con un respiro profondo, leggero
dal profumo di betulla
o una sfumatura che sfugge
imitando le ali dell’allodola
a uno sguardo corrotto dal timore.
E ora m’interrompo io —
attraverso la semplice osservazione
della vita quotidiana.
La fine di ogni pensiero, la scomparsa
di ogni identità, l’eclissi dell’io stesso alla ricerca
di un deserto nel deserto.
Esisto nell’invisibile, dove le cose più vere amano
con coscienza, sempre presente nella semplicità.
Una questione d’eternità
Forse sono io ma c’era un tempo
che respirava sulle acque – prima –
di conoscere me stessa. Mi auguro
un altro tempo, quando sarò il mio dopo
nel corpo e nel mondo.
È solo una questione d’eternità:
ti moltiplica come i pani e i pesci
senza giudicarti, indifesa e raccolta sulla resa.
Non è sopravvivenza.
Si prova ancora meraviglia.
Quel tuo sguardo di fame
Le mani nel cappotto, la schiena,
l’incarnazione fra le braccia,
dentro la cifra mistica, stretta stretta,
senza alcun grido.
Trovarsi in questa sosta per baciare
e baciare, che poi si fa profumo
anche il deserto, per la reciproca lotta e così via…
e la felicità, da non dimenticare la felicità
nel corpo della relazione,
tanto da tracciare confini di letto,
una sponda salvifica, fra l’altro molto tua:
essere qualcuno dentro
l’altro, non uno qualunque,
in questo angolo sei tu che togli la terra
dai miei occhi magrissimi,
quando rimango seduta immobile,
in mezzo al freddo, perché mi basta stare,
se esisto in una intuizione, con aria
da bambina, col timbro di voce
e un’espressione adatta.
C’è una figura sola, dentro,
che mi ascolta e dice: – siamo la neve –
ecco la risposta: siamo la neve pura
quando riflessi nell’occhio dell’altro. –
Quel tuo sguardo di fame.
Ti si darebbe Dio senza confessione.
Una panchina
all’inizio la pace – la cornice
l’ho tolta a tutti i giorni,
ai posti fissi, agli oggetti lasciati –
ho tolto i chiodi ai muri, le maniglie serrate,
quel senso di muffa nella testa.
la mia nuova fiamma è una panchina.
la dimora si apre dentro l’aria,
nelle cose rimaste a bisbigliare
parole docili
tutte alla bocca.
E si ritorna
Il vuoto esprime un peso al volo,
una frenesia d’ali,
un pensiero laterale,
come la storia di una donna che disegna
la sua fine in ronzii di suture metalliche.
Frazioni semplici, ma dolorose –
era il sangue, erano le metastasi, i tratti surreali,
una muta di biancheria
e le stelle sulla pelle, le eco metafisiche,
gli squarci e poi più su,
dove la luce non muore.
Ma si ritorna, accade che si rimane, a scaglie
e una magrezza d’occhi sempre più grande
che lo spazio abita.
Di quel niente che passa
Come saranno i miei occhi, accesi da un fuoco lontano
di piccole lampade rosse e dopo aver perso tutto
quello che non ricordo, come saranno i miei occhi
se non colmi di nenie infantili: occhi stanchi, come vecchi palazzi
crollati in un tempo di maggio, ho freddo,
lo sguardo, famelico a tratti rabbioso.
I miei occhi, palazzi d’inverno, un dolore felpato
o solo un’acerba tragedia.
Nemmeno le rose, Maria? Maria
Maria, sono stanca di un monologo ricco di buio.
Maria, l’unica meteora che rischiara i miei passi.
La notte svolerà dal cielo senza rose?
Madre, madre rispondi!
Rispondi, più bianca di questa rosa seminata da un corvo.
Non fosse per le braccia d’un uomo
me ne andrei a guardare gli uccelli dal fondo del fiume.
Ancora una volta, di sapore notturno, quelli scuri
come i drammi di shakespeare,
che volano via, lontano dai cieli, che filano
vento di morte.
Tuttavia non vorrei avere niente, di quel niente che passa,
se non a piccoli pezzi il ricordo di un cuore,
per potermi nutrire tremando
anche dopo il passaggio.
Di Henry Scott Holland anche se attribuita a Sant’Agostino
La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
Ti ho conosciuto
Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato.
– Geremia 1,5
Erranti
Siamo vicoli smarriti, le dita stupite
che descrivono una nuvola;
fratture erranti,
tentativi mancati d’amore,
due parentesi che si guardano,
siamo enigmi più antichi del tempo.
Non siamo orizzonte
ma una riga scura che svanisce
al primo passaggio della luce.
Uomini affondati
Eterna pelle di donna che fa grave la morte,
in quella partenza dalle lunghe strade di polvere.
Fragile corpo, sempre fedele ai suoi baccanali
e tu che inciampi, in versi così magri d‘amore,
pur di non percorrerla, nella sua tenerezza.
Eppure sei suono di cembalo, se questa bocca
scompare; ecco il danno, le febbri che fingono
presenza, per farti sopravvivere alla noia.
È Il solito rito stonato, è la stessa storia esanime,
il solito fiume dal quale riemergono uomini affondati,
con in tasca i loro poveri cristi sanguinanti.
L’onda in solitudine
Qui vive come pianta acquatica
una donna delicata. L’acqua del fondo l’ha nutrita
e sebbene la sua forma sia invitante
si isola, lontana dalla mente metropolitana.
È quella donna che se ne vuole sempre andare,
sperando sia arrivato un arco di spumeggio
per divorare l’onda in solitudine.
Che mai le basta finché chiamata al fuoco
del suo Creatore che le ha impresso nella costola
il sigillo del tuono, dal quale parte amore, nostalgia.
Gli angeli conoscono il benedetto pasto,
sanno e concertano il loro Dio.
Questa donna di seme acquatico
è un sudario dove imprimere lettere
spogliate dalla gola all’inguine,
come quando si sfila un involucro
e si illumina l’identità della via.
Un unico pane è l’amplesso più intenso,
una coppia di calici alle rose di Maria,
alle stelle e ai suoi piedi la luna.
Sembra il paradiso
Chiedo assoluzione
Eppure ha un volto rapito l’amore, un mare sempre ondoso,
le spalle orgogliose portano dritte alla somiglianza,
un intreccio di braccia aggrappate, come un corpo unico,
dato in prestito dai cari mortali, il nostro stesso sangue,
del sacro estuario che frange i flutti e recupera un‘ode
per il fiore di un salmo: -niente si trattiene, niente ci appartiene-
e sono quieta, sciolta dall’equivoco, dalle magre figure,
per eccessiva vanità, chiedo assoluzione col silenzio che verrà,
quando sull’ala si compiranno le distanze.
E si sta
Lo so che manca l’incipit
la profezia del non finito
dell’infinito
dell’inferno
e un’ora vale l’altra come una donna
che per te è fermento di parola,
ed è consumo di sé farne un principio
traballante.
Siamo quell’idea in soccorso
e il corpo si cava eroso dall’onda
di marea e reiterato riflusso.
Non hai sillabe nuove che frangano i flutti
si propongono le stesse pagine
quando non si ha più niente da dire
e si sta come la pelle
intorno alla frattura
Orizzonti aperti
Le mani che reggono il soffitto
come scudo di calce antisommossa,
non sapranno l’esatta forma dei pianeti
l’odore della terra,
né il viandare della tua voce
quando cerca la mia
che sa di stracci, piedi logori,
orizzonti aperti al vento
e che il silenzio è amante caro della sera.
Per ciò che rappresenta la bellezza
Quattro camere, quattro valvole
che si aprono e si chiudono
ad ogni battito – e tu mi hai dato
il compito di amare, quando il mondo
diventa troppo pesante.
Sempre in transito, l’amore,
ti parla dal cuore, le poche volte
che arriva in anticipo, per gli uni, per gli altri,
vi è l’idea di essere preziosi
per come si rappresenta la bellezza,
senza mai sentirsi la barca da legare
a un sole molto malato, forse smarrito
nella sua solitudine.
Implora ancora
Nessuna magrezza rimane, o uno sguardo
di fame, in quell’amore dal torpore di maree;
l’onda abbrevia le distanze, nell’amore
si trova il riscatto, si ritrova il sale
sulla lingua; amare è lasciarsi incontrare,
farmi sentire il tuo viso, la voce
finalmente ha parole e il vino
è quel morso che si offre,
che viene dal sangue, dal labbro ferito,
si riassume nella carne,
implora ancora qualcosa
con grande forza,
pianto, o molta tristezza,
come per esempio è il perdono
o una forma di grazia.
Né l’agnosticismo, aggiungo io
«Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio.»
(Dalla Lettera di s. Paolo apostolo ai Romani 8, 38-39)
Dove gli istinti
Voglio parlarti del sole, amore mio,
che scrive anche oggi ai tuoi occhi
un invito ad essere luce di ragioni,
poiché si possa sempre compiere
il proprio pellegrinaggio.
Oggi mi è caro l’abbandono della routine,
per aprirsi all’ignoto dove i nostri
istinti sopravvivono alla legge disegnata
da una cultura morta,
quella che d’amore affama.
Non credo più nello Stato
Siamo così lontani dagli altri,
la parola aiuto dovrebbe avere il merito,
tenere in tale onore la richiesta,
quando la loro sete è uguale alla nostra.
Sono quelli stranieri che inciampano spesso,
sono quelli da remigrare,
quelli senza un nome nel tg,
quelli a cui sparare,
come a una lattina di birra.
Questo mezzo d’espressione
sazia lo Stato, con il diritto insano
di dividere il mondo, odiando,
mentendo, disprezzando.
L’inconscio
Stiamo in silenzio la notte, sarà un desiderio profondo –
poiché la prima parola verrà dall’inconscio;
tacciamo prima del mattino, pronunciamo un lungo respiro,
poiché la prima parola appartiene alla vita –
come i pensieri interrati che non sappiamo di avere.
La grazia
Gli abbracci si allacciano in tondo
unendo frammenti di distanza
e le bocche tacciono –
il cuore non ha bisogno di parole,
nel silenzio la grazia cresce –
fiorisce ogni santo giorno.
Mentre si guarda la vita sorridere,
il peso della sera,
non separa più le cose da te.
Siamo dove sei
Hai perso la vertigine, amore mio,
anche se indugi, la tua presenza
è immersa nei processi inconsci,
fino alla lesione, priva di lamenti
e se ci sono si frantumano.
Siamo dove sei, a tracciare promesse
dentro specchi e confessioni;
siamo la genesi, dei nostri spiriti.
Lente le ore, sottili,
quando il tempo si sofferma
sulle sillabe arrossendo
come il tiro fa la brace alla sigaretta
Cantico (19/12/2011)
Queste mani, che afferrano i morti in santità,
per abitarne le piaghe, il luccichio, il santo freddo –
e brucia un fuoco, mite, brucia e sanguina,
perché qualcuno molto amato venne
e sanguinò. Fino alla morte.
Un giorno
si andrà poi nella testa
a tacere il tormento, quella voce impastata
in odore di pioggia. L’infanzia lasciata agli altri,
in un tempo che affondava l’asfalto,
come l’ala di un corvo caduto
dal sole.
Mia cara Chiara, assorta e immobile, mio angelo
della custodia, il diluvio lo vuoi alle spalle.
Allora mandami un’arca
riemersa dal battesimo, persino sul marmo
appiccicoso di un bar, o un angolo di strada
bagnato d’urina, una minima soglia, fra topi
e croci, che ceda all’azzurro.
La mia stanza segreta
io, vento esausto sulle notti, tuo soffio ritrovato,
da sempre sospesa fra il dire e il fare,
ora sono qui, a segnare la croce, a scorticare il palmo
scavando quella terra, dove tu plasmi le forme:
quali docili curve, le fisso nuove in te, senza morire.
mia stanza segreta,
letto d’amore, a volte voce muta,
in questo deserto metti la fiamma, a mitrale
schioccante più del cedro,
capace d’ammansire le mie fiere,
e sradica da me ciò che ti spiace:
dallo in pasto a una fossa.
I segni traducono
È amore? Quell’impronta violenta sul cuore?
Nella vita, ho contato i capelli del diavolo,
egli era omicida fin dal principio,
ruggente va in giro cercando chi divorare.
Approda come un viaggiatore
prima del tormento,
innocuo rettile privo di arti.
È amore un campo di trifoglio, sì:
lavora il suolo per renderlo fine
e libero da erbe infestanti.
Il di più, s’arrotola come una sigaretta
nei rantoli della polvere
e il segno è questo azzardo palustre:
– un sasso nello stagno
che smuove le tue acque –
Indossa la buona armatura,
che tutta quella libertà dell’essere
racconta ciò che non è.
Pratica il deserto quando spinto al limite,
parla d’amore, porta l’amore, scrivi l’amore,
sali poi sul monte: i battiti traducono l’eterno
nella tua bellezza, oltre, le tue forze.
Ci si apre senza peso
Ma l’amore non è mai stato
accesso precluso,
mai, la chiusura di una via;
siamo andati dove c’era il silenzio,
oltre, la superficie,
oltre le belle maniere e i giochi facili;
siamo entrati nel midollo delle parole
e sei ancora nel tuo aspetto, mentre pensi
cose che forse ancora non sappiamo:
– come l’altra assapora l’attesa –
e scegliamo di restare nella visione
e di reggere il sole da lontano
anche la notte.
Quiete alla realtà
Sono qui, come fitta,
come pagina scritta, sfacciata,
qui, a dilungarmi sull’immagine
di un amore generoso, capace
di grandezze sconfinate.
Sono qui, che imparo del cuore
la tua lingua, e quel fuoco, lo stesso,
che arriva ad ogni età,
che ci è dato per sconfinare.
Nessun sole o luna o qualcosa
che quieti le tue paure,
le increspature del tramonto
non ti tormentino più con la realtà.
Signora dei cavalli
Rubano il respiro
al ventre degli angeli,
le ombre –
reclamano attenzione,
come puledre, sfondano il recinto –
una punta di me l’ho vista ancora
e si cercava in tondo,
o nel centro stesso del suo essere –
– l’umiltà si perde,
nel momento in cui la si vuole nominare –
la speranza non ha un posto,
– signora dei cavalli –
dove le vie non hanno nome
ma solo un ronzio di fondo.
…
Swan : Lirien : ovvero >>> Nadine
Quando si scorge la remissione
Intima è la parola, quando non cerca consolazione,
come calza di seta, che si venga srotolando alla caviglia –
delinea una lingua che si adagia dolcemente sulle forme
del discorso, svelandone l’armonia –
scrivere, senza compiacersi – il gesto, a scomparire dalle pagine,
e per quanta folla ci sia, dentro si continui a sembrare vuoti.
Esserci, ma in sordina, sull’affocata linea della terra,
come chi di fronte allo specchio,
non vede di sé,
ma dell’altro –
e carità
riveli ai cuori in contumacia
grani d’amore.
In quegli scolatoi dentro i macelli,
l’agnello ancora asperge –
resurrezione non è pestare l’acqua nel mortaio
d’una malinconia che aspetta il buio –
è quando si scorge la remissione
vagabondare trasudamenti di sangue preziosissimo,
dolce fino allo spasimo
che rifiorisce dalle secche di una zolla morta.
…
Swan : ovvero >>> Nadine
Quel rivelarsi delicato
Docile, odorosa brace di cedro,
affonda il mio risveglio rannicchiato
in questo straccetto di pizzo nero –
(vanità lacerata –
a spettri invaghiti, parte dolente)
Così cara quest’ora interminata,
un delicato rivelarsi
(confessioni)
O Theos, che si concede
in quella remissione delle foglie
che danno voce al vento –
nei volti, scarni, sui poveri letti,
anche in chi non crede parola – c’è –
e ai gorgoglii di freddo lungo i muri
cede il suo fuoco.
:
(Swan) : (ovvero : Nadine)
Ho usato tantissimi nomi in poesia.
Charles Bukowski
Il giorno passerà e la vita continuerà.
Vinceranno gli stessi,
perderanno i soliti,
e forse, se sei paziente,
se smetti di correre, e ti perdoni,
la vita smetterà di essere quell’autobus
che sfugge proprio
quando arrivi alla fermata.
Profondità
Come si esce dall’assenza del blu:
un santo avvolto dalla nebbia —
da questo silenzio mortale, incomprensibile,
da bocca e orecchie sanguinanti,
da occhi che adorano, un rachitico albero
che riflette luce e immagine,
in tutta la sua probabile bellezza —
e la nostra piccolezza illuminata
da ciò che rende la distanza
più attraente dell’intimità.
Alejandro Jodorowsky
La poesia di Alejandro Jodorowsky esplora l’amore, la guarigione e l’accettazione di sé. Tra i suoi testi più celebri c’è “L’amore adulto”, che descrive il sentimento come un’espansione tra due persone complete e disponibili, libere da bisogni possessivi o dal desiderio di riempire vuoti emotivi.
“L’amore adulto non si cerca,
Non c’è.
Non lo compri.
Non si conquista.
L’amore adulto cresce e si espande
tra due cuori presenti e disponibili.
Ecco un evento magico.
Due persone disponibili
non si trovano per necessità.
Non vengono a coprire nessun posto vacante.
Non sostituiscono nessuno.
Non prendono il posto di qualcuno che c’era prima.
Due anime disponibili si guardano con rispetto e si dicono:
“Tu con te e poi con me.
lo con me e poi con te.”
Ci stiamo liberando da una certa forma
È la stessa parabola, amore mio:
terrai la tigre per la coda
a graffiarti e morderti
mentre credi di guardare i suoi occhi.
Nel nostro celebrato umanesimo
la purezza ha il colore
delle proprie intenzioni –
poca la fede nella nostra innocenza
sulla strada della crisi mimetica,
o nella frenesia dei seducenti dialoghi,
fino al momento in cui l’amore,
più polarizzante,
rimarrà vittima di un palcoscenico.
io, che vedo l’agnello apparire
su una corteccia,
fino a trarne bellezza e gravitarvi verso.
L’oscurità e l’ignoto
È un richiamo profondo,
archetipico.
Quando l’oscurità e l’ignoto
sembrano inghiottire tutto
con la loro bocca affamata,
la tua fiammella interiore
è il faro a cui si aggrappano
le moltitudini.
Non lasciare che le ombre
spengano il tuo fuoco;
il mondo ha un disperato bisogno
della tua visione.
Ogni volta che ti senti sopraffatto
dal vuoto, ricorda
che la solitudine non è assenza,
ma un grembo fertile
da cui far nascere la tua luce
in questo stesso istante,
l’attimo prima del pianto.
Ciò che viene compreso
quiete, si lasciano impronte alla luna –
le ossa, hanno imparato a raccogliersi,
a esprimersi, in minuscolo.
Il silenzio invita a parlare
dove la terra si ferma –
l’acqua chiara trasporta
ciò che viene compreso
e i nervi, la lotta: piccoli angeli intrappolati
nell’immersione, faccia a faccia, si ritorna
trasformati,
sotto la luce – fragili.
Ti ama
La voce è venuta qui —
commuove: questa voce fischietta e piange,
per il profondo e breve tempo:
perdita e ritorno, forse consola, ritornerà.
La voce è fatta di oceano —
porta a riva i cuori più puri
con selvatichezza.
Si perde dietro cose oscure —
porta luce, porta alla luce
dove ha tradotto il tempo.
Piedi erranti venuti qui da una ferita,
una ferita portata da lontano,
un dialogo fra pareti, un casolare
non conosce la voce degli estranei
a guarire ferite senza voce,
ama, ti ama, scompare
in una pioggia sottile.
La prova del vivere
Te lo dice il silenzio quando devi partire.
Come il vento alla schiena, ti spinge
ad andartene per vicoli stretti,
dove tutto sussurra e si deve conoscere.
Il mistero, l’amore, la prova del vivere,
dialogare con il dolore, abbracciando
il proprio corpo, le emozioni e le esperienze,
trovare il senso più profondo.
Il silenzio sussurra
come fosse al tuo fianco.
As-salāmu ʿalaykum
Dentro quel saluto
vive l’augurio
d’una vita ricomposta,
intera di luce.
Senza la tua pace
siamo bestie.
Istante dopo istante
ricevo la tua interezza:
il respiro — Shlama —
carne della mia carne,
soffio che rialza le ossa.
E perché, allora,
continua ad ardere
quell’antica risonanza
contro il fratello?
Perché, pur ricevendo pace,
restiamo capaci
di violenza?
La poesia ci invita a riconoscerci
Noi eravamo qui, siamo già passati
da qui: a inciampare, a cadere,
ridotti a sepoltura dalla fame,
dall’assedio.
E in questo sangue ci siamo ritrovati —
abbiamo pianto —
abbiamo raccolto le ossa —
siamo venuti alla luce come un uragano.
E saremo un sole che avvolge la terra,
noi, con tutte le schiere della speranza.
Noi benedetti, nel nome della Pace
e della forza:
oggetto del nostro cantico,
guida dei deboli attraverso la sorte.
Non siamo sterili: concepiremo
progetti d’amore, legami di sangue —
porteremo il nostro spirito
in una patria fiorita,
e ci riconosceremo nella stessa luce.
La mediocrità del presente
Far crescere l’indaco dello spirito
attraverso la cultura:
di frassino le briglie alla vita –
non commuovere, ma con-muovere,
non ornamento, ma orizzonte.
Non l’hype che brilla un giorno,
non il pendant degli eventi,
ma ciò che smuove –
che accende lume e domanda,
che non teme il cortocircuito,
la ferita del dubbio,
la folgorazione dell’impensato.
Non come un cavallo che corre
senza essere guidato.
La cultura come fraternità
non è consumo rapido –
non fast food di concetti,
o strisce di cuoio attaccate al morso,
ma fermentazione lenta,
tempo lungo che trasforma i pensieri in carne
e la carne in pensieri,
la riva delle cose che fiorisce
in un travaso continuo di vita.
Siamo mendicanti di senso, poeti giudicanti,
in lotta con la realtà,
ogni parola una particella
che non conosce ancora l’amore —
pellegrini verso orizzonti mobili,
la nostra indigenza è ricchezza:
da essa nascono geometrie inedite,
architetture capaci di ospitare
la complessità del mondo.
Dire l’atto, la nudità della coscienza,
l’implicazione quando c’è,
pentimenti, fiori, cuori, campanelli,
e si ricomincia senza jolly.
Non arene, ma agoni;
non sintesi facili, ma incontri reali
dove anche l’incomprensione
diventa inizio,
e il conflitto genera fratellanza.
Fraternità:
rivoli di attesa, noi,
ci lasciamo attraversare
non da ideologia consolatoria,
ma esercizio quotidiano
di traduzione tra mondi diversi.

Photography Kasia Derwinska
Soliloquio
Ho conosciuto una casa dentro di me,
la percezione di trovare una porta in un’emozione,
dove si può dichiarare il silenzio delle parole
quando falliscono,
dove gli spigoli si smussano
e le notti si amano con le luci accese.
Ho conosciuto una casa,
sanguiniamo della stessa speranza,
con quel respiro fragile,
esausto.

Parole di tenerezza
In qualche modo divento un’altra,
più silenziosa, aspettando che il mondo
ritrovi la stabilità.
Mi sento come un faro troppo piccolo,
che non dà luce a sufficienza
quando osserva il mare agitarsi.
Mi sento incapace
di placare ciò che si alza intorno
per distruggere. Non manca l’intuito
non mancano mani create per proteggere,
ma mi sfugge il disegno
costretto a restare incompiuto
mentre qualcosa di invisibile
mi spinge a lottare.
Mi sento come una voce che sale all’aria aperta,
piena d’amore, ancora alla ricerca
di uno spazio sospeso che rallenti
quelle ondate pesanti di malinconia.
Mi siedo in stanze vuote, poco illuminate,
sincronizzando i miei polmoni con il pendolo.
Leggendo, ascoltando,
potrei non prendere tutto alla lettera
potrei finirla con tutte queste medicine,
ripetermi parole di tenerezza
che non vorrei dimenticare
ma infine sono qui nelle ore raccolte
che non ho chiesto.

Laura Makabresku Photography Art
Firma anche tu…

Storie da salvare
Immersa nella folla, scossa da altri passi,
schiene che vogliono conoscere
il massimo della vicinanza.
Incrociare occhi sconosciuti
tradotti dalla coscienza,
è un’esperienza di contatto
che invoca la consapevolezza,
la voglia di fermarsi, di lasciare
una carezza laterale, una connessione
emotiva più stretta
e una forma di cura verso l’altro.
Accende una visione obliqua
che libera la relazione.
Per quanto la metropoli sia una pellicola
con più memoria di storie da salvare,
da liberare rimane solo l’amore,
caduto in bianco e nero, avvolto
in un rapporto circolare.
Quando si può esprimere un legame profondo,
più intimo di un semplice contatto
dove s’accendono singolarmente le attese:
è un fiorire nel caos che umanizza.
È lì che la pace soverchia il frastuono,
si sbilanciano dal vetro, anime,
fino ad appellarsi con fervore a un saluto.
Siamo radicalmente dialogici,
istintivamente commossi
all’irruzione di un noi,
dobbiamo solo osare l’incontro.
Quante pagine potremmo scrivere
sulle fermate alle stazioni, sulla metro
sugli aeroporti!
Ma a noi piace temporeggiare,
vestirci di zone grigie, oscurarci,
tirare la coperta troppo corta sull’ipocrisia.
L’assenza è un nascondiglio precario
e a guarire le ferite occorre un’ospedale da campo.
Oh, mia cara fragilità,
ricuci i miei strappi,
affinché la poetica della mia fine
rimanga leggibile.

Photography by Ryan Weideman
Monologo interiore in uno spazio pubblico
L’amore è un palmo aperto, sanguina a volte
se non dico piano il suo nome.
L’amore non stringe lacci d’intese mondane,
è un filo che tiene insieme le perle
della fratellanza e cuce addosso
il saio del noi.
Che tristezza lo strategismo salottiero,
ossa che di ogni età fanno Morgana,
gli anni muti, volgere in niente il niente.
Per esso il dono donato, il senso
svelato, si controvertono
nell’adagio d’ell’inganno
nell’ironia sulfurea del potere.
E cosa resta?
Con ogni mio sapere solo cenere.

Photographer Art Paul Weiner
Quale infelice paradosso
La vita è questa barca, mai padrona
dell’oceano. Noi guardiamo distratti,
noi guardiamo di fretta. I piccoli
sono invisibili e si smonta l’entusiasmo
spontaneo in un mondo che ci bombarda
di messaggi che legano la felicità
al possesso. L’amore in questo inferno:
quale infelice paradosso.
Un animale in trappola
si stacca la zampa a morsi
pur di liberarsi.
Eppure ogni marginalizzazione
è in antagonismo con un maestro
di realismo: non seduce con promesse
illusorie, non maschera la difficoltà
del percorso. L’ora della decisione,
l’ora in cui non si torna indietro.
Tre volte ritorna la parola volto:
volto in cammino, volto rifiutato.
È il volto che diventa cammino.
L’onestà è il volto che il mondo ignora.
Il mondo ignora l’amore.
Ricordiamo:
c’è un angelo vicino a noi,
che in questo istante vede la faccia di Dio.
Nel coraggio di farsi strada nel dolore,
nell’immensità di un cuore,
la parola impara a bruciare
o si getta nel fuoco?

© Gabriel Guerrero Caroca Photographer
Una tenera ribellione
Possa l’amore dentro di te animare
anche una piccola sillaba.
Una tenera ribellione interiore.
Possa testimoniare sulla silenziosa resistenza
che solo la pace costruisce
dove dimora il dolore.
Fra le rovine c’è sempre un casolare fiorito
e quando il tuo nome verrà chiamato
lascia il coraggio al vento che lo spinge

© Olha Stepanian photographer
L’amore è come fendere il Mar Rosso
L’autunno della vita non assolve a buon mercato.
L’innocenza è nella pelle del bambino,
la parola è nelle fasce del vecchio.
Il pensiero d’amore lo si lascia solo
con la sua corrispondenza solitaria,
chi vi entra disarma la coscienza.
L’amore per l’umanità richiede di immaginare
il dolore altrui che agisce nel cuore
di tutti quelli che l’ascoltano.
L’amore è come fendere il Mar Rosso.
E non si edulcora e non si riduce
a ciarpame, a chiacchiericcio,
quando accade di restare nella folla
per non scegliere,
per affidarsi al vento.
La parola brilla sull’assenza
Ecco mi vedi? Sono allo scoperto.
La parola brilla sull’assenza,
porta alla luce il nascosto dell’animo,
ottenebrato da fame affamante.
Cos’altro posso essere,
se non quella somiglianza
che entra nella vita per amare.
Allarga il campo visivo,
oltre il punto cieco
dell’incondizionato,
entra nella morte senza timori,
guardala in faccia ed esci
con l’impronta divina dell’umano.
Dissomigliati se vuoi ritrovarti.
Ogni volta che accogliamo l’altro
veniamo fuori, allo scoperto, siamo noi,
il compimento, il mosaico
nella radura di un nuovo inizio:
una esigenza immortale.
Prima di volare via
Noi che dilatiamo il nostro petto
così incautamente, sciocchi,
confusi da clacson e nicotina.
Strilliamo il nostro affanno
a qualche vetro chiuso, a un’ombra
che non ha mai sputato sangue al tuono,
alla notte, all’oceano.
Noi che sogniamo soltanto
di diventare migliori
sbagliando i modi,
girando in tondo per trovare forse
la nostra ragione.
Basterebbe partecipare al funerale
del nostro strepitio,
basterebbe affacciarci alla finestra,
innamorarci di un’amarillide rossa,
ma richiede molta luce
e premure morbide.
Che resti almeno un nome
per le ore solitarie, prima di volare via.

La prova del vivere
Te lo dice il silenzio quando devi partire.
Come il vento alla schiena, ti spinge
ad andartene per vicoli stretti,
dove tutto sussurra e si deve conoscere.
Il mistero, l’amore, la prova del vivere,
dialogare con il dolore, abbracciando
il proprio corpo, le emozioni e le esperienze,
trovare il senso più profondo.
Il silenzio sussurra
come fosse al tuo fianco.
L’uomo intero
L’uomo intero riconosce il suo spirito.
Le ossa pagheranno il loro debito antico
ma la vita rigenera e riabilita,
ritornando al suo percorso.
Non siamo una cosa morta,
quando facciamo verità
senza farci sconti.
Il mondo
non è uno spazio di dominio.
Siamo un cammino
che da dentro germoglia
anche i sassi.
L’impronta di questa forza
la troviamo nella natura
che nulla in se stessa distrugge.
I rami secchi sono di quell’umanità
che ha riempito il mondo
di spazzatura,
non a caso è una figura che appare
nel momento più basso
di una relazione contro natura
come la guerra, o il ciarlare del possesso,
è ragioniera di un credito
che nessuno ha mai contratto.

Pittura di Alex Russell Flint
Gli inverni dell’ego
Stanno scompigliando le reti delle loro routine,
eppure si limitano alla ripetizione del gesto
che non germoglia: l’amore non si stipa
nella taverna dell’io, l’amore viene donato.
L’abitudine è la nebbia dell’entusiasmo,
mentre la vita preme addosso
un palmo
senza ossigeno.
È il lato oscuro della pietà popolare,
un certo affanno che pone ai margini la società,
con quella sorta di cecità che non gemma.
Si dovrebbe innervare la logica del dono di sé,
la vera relazione si fonda sul passaggio
dell’io e del tu in un nodo di una rete più ampia.
Non il freddo
che separa-scartando. Non gli inverni dell’ego.
La coscienza è l’osservatore consapevole.

Pittura di Alex Russell Flint
La traduzione del silenzio
Vorrei il nome di un fiume,
per sentirmi nella forma dell’acqua.
E la voce che porta alla luce
le profondità come punto di origine;
la traduzione del silenzio, la quiete,
la bocca nuda ricolma di fiori.
Vorrei assistere alla mia fioritura
sui sogni e le sconfitte;
una fioritura esistenziale
che viene dagli occhi chiusi:
gli occhi non mentono, seguono le note,
come i campanelli alle caviglie.
La guancia dell’infanzia
Conversa sdraiata sul tappeto
con gli animaletti della polvere
e i pesciolini d’argento:
ospiti filiformi
tra le parentesi dei libri
sorprendentemente poetici,
delicati, affascinanti.
Con i piedi piegati
la guancia dell’infanzia
ha una sorta di risposta,
cerca aria profonda
dal suo guscio interiore,
una piccola rivolta
su quale creatura
non sia reale. È così che l’amore
ci scopre sensibili.
Il gesto dell’umiltà
Ogni fede è ossa e respiro.
La fronte si abbassa alla terra:
un tentativo di parlare piano
alla materia che ci ospita.
Quando un corpo si inginocchia
ognuno di noi mappa se stesso,
misura ciò che forma il pensiero.
Il cuore non mente:
sa orientarsi nel buio.
E il nostro corpo disegna
— lentamente —
il gesto dell’umiltà.
***
C’è qualcosa di bello nei testi
che nascono così:
pochi versi,
quasi ossa nude,
eppure dentro passa il respiro
di una domanda antica quanto l’umanità.
La poesia funziona spesso come una piccola sonda:
scende nel terreno del linguaggio
per vedere dove la realtà
diventa mistero.
Porta il corpo dentro il pensiero.
La fronte che scende verso la terra
non è solo un gesto religioso;
è anche un gesto fisico.
L’essere umano piega la colonna vertebrale
e, per un attimo,
ricorda di provenire
dalla stessa polvere che tocca.
In termini scientifici suona quasi buffo:
il calcio delle nostre ossa
viene da stelle esplose miliardi di anni fa.
In un certo senso,
quando la fronte sfiora il suolo,
la materia dell’universo
si inchina a se stessa,
intercetta proprio questa stranezza cosmica:
credere è forse il modo con cui la materia
cosciente prova a parlarsi.
Di tutta la narrazione
La mente che sente s’inchina al silenzio –
contadina del pensiero, semina.
Libera la vita dal travaglio.
Il vuoto della parola
Sentii dire che c’era nell’aria un sasso / e un vuoto
intorno al sasso. Sentii una parola
che dispone il vuoto
intorno al sasso.
Sentii la parola fatua allungarsi nel vuoto: era la mia /
vidi il braccio lanciare il sasso sulla parola,
vidi le sue pesanti rotondità
protendersi
nel vuoto.
[Nel vuoto
si sta come il mio gatto a sera, dentro
la sua piccola fossa].
E io: giaccio / gioco
e attizzo piedi in avanti
di tutta un’illusione /
smuovo la brace, soffio un incendio intorno
al sasso / al vuoto. Ma la fine
si ribella alla mia cronaca: il sasso
precipita,
come precipita il vuoto
della parola.
Cerchi completi
E tutto riemerge, immanente e fragile
come schegge di maiolica nella rete
tirata su piena di Babele.
E ci si alza,
acqua mista alla marea,
si guarda dentro.
Impariamo la lentezza del setaccio,
nel tempo che ci è dato per discernere –
quest’arte che s’impara esercitando
i sensi quando fluttuano –
richiede tempo.
Soprattutto è raccogliere,
tenere insieme,
e in un secondo momento,
cernere, senza cedere alla fretta
del funzionalismo.
Vale questa regola aurea:
tenere ciò che è vero, vivo,
radicato nell’amore,
al di là della perfezione,
del rumore, dell’apparenza.
Così si forma il focolare,
cerchi completi nella verità del cuore,
circonferenze morbide
nella libertà di accarezzare piano
la testa di un bambino
senza identità, senza spigoli, né angoli,
una mano testimone
che sa distinguere il bene dal superfluo,
l’amore dall’egoismo, la luce dalla zavorra.
L’amore tocca tutti
carica sulle spalle
tutta la tradizione
la poesia
più cara a farsi familiare –
in questo humus mosso dall’amore
sa come fare quercia –
al suo pensiero scava
la terra
a fondo se ha memoria
del solco umido
dove fiorisce la passione
il seme della nascita
nella corrente all’oltre
dell’attesa quando si volta
e guarda
a fasi controluce –
nei fiumi del suo sangue
e riconosce che infine
l’amore tocca tutti
Per tua scelta
Potrebbe essere una vela
con quella polvere antica,
ma è una tenda rammendata.
Sentirsi il margine, o il ventre di una luce,
una diga,
o un argine,
per raggiungere un presente
la cui forma è tua per scelta.
Non una causa unica
I nostri pensieri oscuri,
i nostri desideri
diventano i molteplici nomi
di chi ci ha ucciso.
Quando le cose vanno male
nessuna causa è unica.
Perché non dovremmo temere
il vento, la notte,
l’alzarsi dell’oceano?
Dopotutto, una donna innamorata
è più fatale
di un immenso squalo bianco.
Malinconici
Noi che apriamo i nostri sentimenti,
così malamente, scriviamo poesie per vivere
come tzigani con i loro violini malinconici.
Issiamo i nostri desideri più crudi,
le nostre numerose delusioni.
Voglio guardare nel terriccio i miei alluci
e non parlare, ascoltare qualche passero
che becca sotto la panchina del parco
e pensare che dove è stata abbattuta
una foresta, torneranno frutti selvatici,
come se la terra volesse consolarci.
Il rifiuto sociale
L’origine non è un mistero:
si cresce senza essere abbracciati
per una oscura alchimia
di bullismo infantile,
invisibilità familiare
e tabù culturali sovrapposti.
Si sviluppa una frenesia sentimentale
che trova la sua unica liberazione
nella fantasia di una mostruosa
e sconfinata solitudine.
In presenza rimane un filo d’oro
che attraversa una parola gentile
di questa vitale imperfezione
Abitare l’amore
C’è una porta spalancata nell’aria,
nessuno entra, nessuno esce —
se non un respiro classico,
quasi proverbiale, un odore di caffè,
come se fosse una piccola parabola —
dall’indaco al fondo,
dall’alto al basso,
dall’aria alla materia.
Un movimento verticale che la coscienza esplora
in un ramo sottile che trema nella quiete –
eppure porta un frutto,
troppo grande per sé,
ma lo sostiene come un guerriero.
Non cade, non si spezza,
solo impara l’assonanza del peso.
Sul fondo del bicchiere resta una goccia nera:
è il ricordo che non evapora,
il silenzio che sa di ferro.
Prendilo piano, quel caffè,
come un rito che scalda le mani
e mette in fila i buoni pensieri,
lasciando intuire che abiti l’amore.
La memoria
La vita è un gorgo – penso
duellando con lo specchio –
una coreografia addomesticata
che dà risalto al nulla.
Forse, dalla nascita, la memoria,
è quella luce promessa che richiama
una tinta interiore d’innocenza,
spesso di schiena alla voragine.
Si sente affamata, l’innocenza,
un verso che non porta violenza
ma avanza per colpi e immersioni,
sta segnando il territorio buono
da tutto un altro mondo.
Esplorando
La poesia è come l’acqua: tiene memoria
di ciò che il potere, l’abitudine
e la paura vorrebbero rendere muto.
È un atto morbido di resistenza,
è il luogo dove il senso non obbedisce.
È un organo inutile, la poesia, come l’anima
quando il mondo chiede solo prestazioni.
Dice l’indicibile senza nominarlo,
come fanno gli animali
che non hanno bisogno di concetti.
La poesia non cambia il mondo.
Come l’anima, cambia il modo
in cui un essere umano sta nel mondo.
E a volte basta questo
a spostare una faglia invisibile.
In questa vita
Se potessi essere l’amore,
non sarei un soldato che ha sparato
a una tenda di iuta.
Un bambino si era addormentato lì.
Sarei la tenda che sanguina,
sarei il bambino.
In questa vita, sarei anche il soldato,
sarei una soglia vuota,
l’intero oceano che s’infrange
contemporaneamente.
Nina non capisce il mondo
Nina tiene l’acqua in bocca
come se potesse possedere
qualcosa del suo universo.
Una donna che trattiene l’acqua
diventa diga,
reliquiario,
orbita provvisoria.
L’acqua non è bevuta né sputata:
è sospesa.
C’è un’illusione tenera e feroce:
possedere trattenendo.
Come se l’universo —
che scorre, evapora, sfugge —
potesse fermarsi un istante
obbediente alla lingua,
alla fragile volontà di una donna.
Nina si riempie i palmi
per nutrirsi di ciò che è degno.
Non vuole carne,
non vuole sangue
in bocca.
Conosce per assenza:
non capisce il mondo,
lo sente.
Tiene senza inghiottire,
custodisce senza consumare.
Il suo è un potere silenzioso:
abitare un altro corpo per un po’,
prendere su di sé la malattia,
finché l’attesa decide.
L’acqua non resterà.
L’universo non si possiede.
Ma per un tocco
l’illusione è vera,
e questo basta.
Un istante di dominio gentile
sull’infinito.
Perché sono ancora
Non mi siedo più sul bordo dei giorni.
Non dondolo nulla.
Se mi sfiori le gambe partono insieme,
come colpi sparati da un soldato in tensione.
Non peso il pane, lo scavo, ci guardo dentro
per trovare me stessa, rannicchiata
al posto della mollica.
Non misuro le ore, mi alzo,
non sono una forma lenta di resa.
Le voglie smettono
di fare la bestia da guardia
che agita gli zoccoli.
Non sedurmi con pasti e cerimonie,
mangio in piedi, con le mani sporche.
Questo corpo desidera aprire le gambe
e bagnare d’oltraggio l’ingiuria
di un popolo affamato,
in questo tempo di lotta continua.
Il cassetto custodisce nastri per vergini,
è vuoto, finalmente inutile.
I giorni non vengono pressati da capriole
ma da mature uova di serpente,
non c’è speranza,
né luoghi lontani che si lascino salvare.
E la luna se ne va sbattendo la porta,
io la seguo, finalmente,
con la sigaretta spenta prima di finirla,
lo stesso universo, oggi, deve essere rapido.
Non voglio l’ombra della rovina che benda
le nostre ossa,
il limite è superato.
Non ascoltano testimoni.
Esco dalla mente polverosa senza soccorso
verso il fiume in piena per annegare
la parte dolorante in me.
I nomi non li annodo, nell’acqua li lascio andare,
Nessuna disfatta,
le molecole non si disperdono,
e quando il peso dei giorni diventa insostenibile,
in questi tempi di polvere da sparo,
lascio le ali di falena e mi immergo
nella vasta cornea di Dio
Apri la mano
Non temere abissi, camminando al buio;
il mistero è vertigine
che interrompe lo scorrere
sincronico del tempo,
è una resistenza che lega;
apri la mano
quando fissi la faccia dell’immenso
e lascia che l’amore si nutra dal tuo palmo,
che i versi si incidano sulla tua brace,
latori di una vile latitanza.
Chi ti salva è una rosa d’inverno
dimmi ー
come hai fatto a entrare.
non c’era porta.
solo un battito incerto tra la soglia e lo sterno.
da dove vengo
tutti hanno una chiave ma nessuno
una casa nel cuore.
le finestre non si aprono
come le bocche
nelle foto segnaletiche.
da dove vengo
si vive chiusi
come un pugno prima della resa.
chi ti salva è una rosa d’inverno —
ma è finito, l’inverno,
e io tiro un sospiro allo specchio
che non restituisce più niente.
forse sei entrato per errore.
forse eri la poesia
o la pistola da piazzare fra gli occhi,
o quei numeri scritti a inchiostro
sul remoto del petto.
oggi potresti essere entrato
e io potrei decidere
che il tuo nome ha il sapore della notte,
scuro come un dramma shakespeariano,
o solo una malinconia.
il vero casolare è nel centro del cuore.
i vasi sanguigni: lampioni
che rischiarano i miei passi.
il mio cuore
è una sirena a kerosene.
un foro, più rosso di una rosa,
uno sguardo famelico
sul petto della mia poesia
dice che non c’è amore
senza un foro d’uscita nel cuore.
come un neonato imbavagliato.
nella stanza accanto
fumano la nostalgia.
la vorrei,
senza nessuno intorno.
perché tu mi struggi come in una tormenta.
forse tu sei me
a guardare gli uccelli
dall’onda del fiume.
forse sei tutti i colori
che non riesco a vedere.
forse io
sono il nero che li tiene insieme.
vieni —
ti dedico la foto-haiku.
a volte mi faccio male
solo per sentire che è ancora mia
questa pelle.
mi chiedo
quando ho smesso di essere ragazza.
di cantarmi
quel piovere alle grondaie.
non c’è una data.
solo una stanchezza.
e mi dico:
vai, scrivi.
spacca, taglia, ricuci.
torna quando vuoi, che qui nella tua stanza
c’è sempre luce accesa.
l’ultimo dio che ho lasciato
ha comprato una pistola, si è pagato da bere,
strappato i miei ricordi.
ma io non ho ricordi, penso.
quando amo: bacio.
quando sono sola:
mi presto tempo
senza legami,
senza ritagli di vecchie foto.
adesso sono entrambe le cose:
innamorata e sola.
una traduzione
che non si può dire
ad alta voce.
non sono ciò che dicono.
tranne quando mi sento così:
l’unica meteora che rischia il buio —
quando la scia divora l’orizzonte
per cucire la presenza,
tutto s’affolla.
non ti fidare:
sono il linguaggio diretto.
sono una sequoia.
l’ombra che ritorna alle labbra.
e questo è il mio esorcismo:
vattene
torna
vattene
torna
vattene –
è il fuoco dentro
che tiene accesa
la mia brace elettrica:
vedova di ciò che ho pregato.
La nuvola alta
E dopo i germogli dell’ultima luce,
da porte e finestre si apre l’attesa,
quell’attesa dismessa dicevo,
come un vecchio vestito palustre,
che donava ai miei occhi un marese di neve.
(Erano tue le tracce,
sulle quali morivo
e le labbra
tremavano
gli eterni silenzi.
Sarai tu, per cent’anni,
i sentieri la sera.
Il mio canto sarai tu, la nuvola alta,
in un vento dilatato dagli stormi.
A Mario, mio fratello
Era tutto amore, calore, mani leggere.
Il neonato credeva che la vita
fosse una bocca larga
dipinta sul volto della madre.
Era quasi biblico.
Pare inoltre che i capezzoli
contenessero caramelle.
I gesti rimangono dentro più a lungo
come qualcuno così piccolo.
Il suo respiro è sfuggito di mano
dopo solo poche ore.
L’amore
L’amore ha la potenza dell’aria
che rientra nei polmoni dopo l’apnea,
non salva perché è grande,
salva perché è necessario.
È quella navata che alza le guglie, l’amore.
Può avere la tenerezza di una soglia:
non spinge in avanti, non trascina indietro,
permette il passaggio.
Quella soglia che ci tiene insieme
quando tutto tende alla dispersione.
Ha fatto fiorire bocche aride, l’amore,
non è una sigaretta mezza bruciata.
È ciò che ci impedisce
di sbriciolarci
in ruoli, stazioni, solitudini incompatibili.
È la bella quiete dentro i tuoi occhi
dopo la brace di costole irrequiete.
Se deve essere salvezza, l’amore
soffia sulle onde
una legge segreta
che rallenta il collasso,
Un braccio appoggiato alla schiena
un’eco di splendore tiene il cuore
senza nominarlo,
l’amore muta spoglie barocche
in Cattedrali.
Terra, è terra
Bella signora terra, ci affacciamo,
per mostrare la nostra tana,
simile a un sondino nello spirito inquieto.
Nomi diffusi dagli echi
di umani dolori e solitudini.
Echi distorti da una terra di brughiera.
Vi siamo legati per le viscere
e il cordone ombelicale è l’amore
per questa libera pangea.
Essere nella tempesta del mare
e dire «terra, è terra» col cuore dolorante
che dà una storia e la trattiene,
a volte, per niente medicata.
Sono semplice parola
Ero l’albero dove incidere un nome,
ora si contano gli anelli del tronco.
E sarò quel ricordo eternamente disturbato
da vizi e vuoti,
chiamata a raccolta dai detriti,
io che sono semplice parola,
io che per gli occhi non sono solo carne,
o scorie di fotografie.
L’infezione è la guerra è la guerra
L’infezione è la guerra, la guerra.
Siamo così vicini alla scomparsa.
La lingua si velluta
mentre tratta la tenerezza,
il cuore è legato da un laccio emostatico
quando si ama,
per non sentirci cadere
e cadere e cadere.
È tutto ciò che resta, dopo il filo spinato.
Il cuore ci tiene uniti,
va oltre i movimenti di lingue.
Vicini a una sepsi nata
da un fruscio di foglie,
fredda, umida, fredda fredda,
come una granata a mano, esplosivi,
molotov, benzina
e il nostro sasso di Davide.
Sarà educata, educata, diranno,
devi solo chiudere gli occhi
come fosse una banda di ottoni.
L’infezione è la guerra, è la guerra.
(Ricorderò la cascata al rallentatore,
o la bellezza della tua bocca confinata).
Versi che tracciano vie
Cerca il suo yoga –
canta sotto la doccia, da quando ha capito
come salvare il mondo:
versi che tracciano vie per renderlo uno.
Eppure questa mattina scrive duellando
con l’urlo triste, su come tutto faccia male.
Lascia libere le pagine: parole per i lupi,
o i suoi scarabocchi ai margini –
le stesse pozze d’inchiostro
le affida al colore del sangue.
Catturare un’esperienza
con parole che salvino il mondo,
questo è il messaggio: – nessuno è mai solo –
La bocca le dice: – l’aldilà è del colore
di un cerbiatto –
Tutto torna e la luna è sempre affamata.
Il dono di sé
È ancora possibile il dono di sé?
sussurra il vento fra le fessure
di una città di vetro e cemento,
dove il sangue si fa prezzo
e il gesto pesa come un debito.
Dare, senza chiedere,
riemerge dai solchi antichi
dove mani callose
non contavano monete,
ma semi,
e il grano bastava al giorno.
Il dono trema, oggi, nella vetrina,
si specchia nell’ossessione del profitto,
si fa maschera di potere,
un gioco di scambi
dove anche l’amore si misura
a interessi composti.
Quale mondo dovremmo sognare,
per restituire all’offerta il suo fuoco?
Un mondo dove le mani tornano nude,
senza cassa né bilancia,
dove il pane spezzato non è contratto
ma sacrificio,
e il gesto si consuma
nel suo essere puro.
Forse nelle pieghe di una favela,
nelle danze senza ritmo d’un villaggio,
vive ancora un’economia del cuore,
dove il dare è canto,
e l’accumulo un’offesa.
Tra i neon e i grattacieli, qui,
tra i muri che separano,
e i fili che stringono,
dove nascondere un sogno così?
Non c’è immaginario per l’innocenza,
non c’è parola per il dono
in un lessico che conta
solo vittorie e conquiste.
Se un giorno il cielo si spaccasse,
e dalle crepe piovessero
fiori
non venduti,
mani alzate,
occhi che non chiedono,
forse sapremmo ancora ricordare
che donare è il più umano degli atti,
è spogliarsi del peso, è libertà.
La sua sincerità
Ha bruciato sandalo nella notte,
il suo desiderio
era una mano sulla bocca,
che le impedisse di respirare; imparare
nell’asfissia come identificare
una gentilezza.
Si è vista accanto a pile di parole
senza un cenno per un bicchiere d’acqua,
parole secche come le piante del giardino;
ha sorriso, nemmeno il suo gatto
sapeva riconoscerla.
Si è vista accanto a pile di parole
come un lavandino pieno di piatti.
Anche l’empatia si strappa le ossa,
implorando d’essere affollata.
Sorride ma è a testa bassa,
è difficile confondere la sua sincerità
Non sei ancora
Cosa c’è di meno vero dei fiori finti?
Un bel paio di sorrisi sulla felicità?
O un amico che decide i tratti
della tua personalità ad occhi bendati?
È come se aspettassi di sentire il mio nome,
in una piccola roccia o trovarmi
finalmente cristallizzata,
nella resina su qualche albero
dove il tempo è stato perso.
Eppure continuo a setacciare dal magma
il mio nome. Nemmeno questo m’appartiene.
Nacque da una disgrazia.
Il mio vero nome è in attesa da qualche parte,
ti trafigge dentro, con i volti
di quelli che non possono chiamarti
e ti ricordi chi sei
e perché non sei ancora.
Una donna
Scrive fino alla fine del viaggio
di vecchi stracci in poesia,
d’intonaco al sole e nuove esperienze.
La testa si fa filo e cruna,
un volo di Icaro,
in petto un’ostia secca prende colore;
resta da dire che s’accende
ogni stasi sanguigna.
Una donna con le ali di cera,
un avanzo di dolce tossina,
un fantasma con gli occhi a bottone.
Lei fumerà la sua felicità e tu la odierai,
per non aver saputo fumare la tua.
La bocca vuota
Con quanta impazienza accoglie l’abbraccio
divinamente barocco. La bocca vuota
come fondina senza pistola.
Un silenzio sotto una ribellione levantina.
Tu dagli la luce
e penserà alla zizzania notturna.
Dagli l’amaca sensuale della luna
ma tieni per te, incastrata nella carne,
l’animosa sfacciataggine dell’amore.
La sincerità è nella schiena dritta
Si vive in un mondo di like,
di quei like da allevamento;
l’uomo è in trance nelle terre promesse
e quei vecchi ragazzi ubriachi di potere.
La mia postura rimane
quella di un lampione.
La mia schiena ha una spina nel fianco,
Flavio, quando piangi, o un nido
d’api e miele
nascosto ai tuoi occhi.
La mia schiena è un lungo fiume
in piena sulla tua sponda, Pat, ma l’aria
è in ostaggio, ero solo una barca
senza gomena; la tua infelicità
ha annegato anche me.
La poesia è la nostra petroliera
È la nostra petroliera la poesia,
“come inutilità necessaria”
scriveva Montale.
La morte della moralità
contamina la bocca, gli adepti
di un usurpatore
comprano il nostro ossigeno,
ci lasceranno l’aria
con il sapore della cenere
useranno la pace per lo sforzo bellico.
Abbiamo raggiunto l’alienazione
alimentata dal nostro pietoso miagolio
alle caviglie di un sistema politico
malato, seguito da un mare
di discepoli.
Scriviamo:
ci mettiamo l’annegamento delle masse,
le fosse colme di cadaverini,
e nelle petroliere la poesia,
assaporiamo poi il processo:
il sangue che sgorga, come macchia rossa
sulla nostra dignità.
