Le mani scure della terra
scavano, accolgono,
non chiedono da dove vieni.
Tengono insieme l’acqua e i resti,
la carne, il fuoco —
custodiscono l’amore
come unico seme che deve germogliare.
La terra conosce il nome dei morti
e quello dei vivi che li affidano alla terra.
Ha imparato la lingua delle bombe,
eppure lascia fiorire
malve d’affetto come un alveare.
La patria è ovunque vi sia terra.
Resta il corpo,
e il corpo sa dove tornare.
Non serve una bandiera:
basta il passo nudo,
il gesto di chi tocca la zolla
e la riconosce madre.
L’amicizia, qui,
è un pane condiviso tra macerie,
una parola detta piano,
senza accenti,
senza padroni.
È la prova che qualcosa
resiste alla logica dei confini.
E l’amore — se ancora esiste —
è questo movimento lento,
il suo inarcarsi verso l’alto,
la capacità di rispondere
alla ferita del mondo.
L’amore, forse, è la terra stessa:
umida di doglie,
tra fiori caduti, cani muti, lingue in lotta —
la voce del mio simile.
E zolle che tornano a ospitarci
— ancora —
Che bel commento, Massimo. Grazie per la visita. Buona settimana.
Questa elegia della terra (minuscola e grandiosa) che declini in ogni sua sfumatura, e’ stupenda. E ‘ che puoi volare in alto come Lindberg ma alla fine alla terra torni, da vivo o quando muori. E fanno bene i bambini a impiastricciarsi di lei.
ml
Buona domenica a te Flavio,
grazie della visita
Mi fai venire in mente il titolo di un disco: La terra, la guerra, una questione privata, buona domenica