Le donne invecchiavano come zenzero,
cucivano il silenzio,
bollivano radici,
chiamavano la vita con zucchero e fuoco.
Prima della lingua c’era il sangue.
Portavano il nome della delusione,
un ventre che taceva.
Una madre nel letto, color cenere:
la vergogna era nata femmina.
Nacque nel luogo
dove la melagrana si spezza,
dove la luce deve sanguinare
per diventare destino.
Gli uomini contavano armi,
non nomi — spie
che occupano un paese.
Ogni frutto che non portava figlio maschio
veniva offerto al silenzio.
La figlia respirò il rifiuto,
la grammatica del dolore,
la flessione del corpo,
la superstizione che piega la pietra.
Il mondo era un luogo
dove il sangue doveva giustificarsi.
Il casolare la guardò come un debito,
la consegnò alla terra
come si consegna un messaggio alla polvere.
La polvere comprese,
la terra la trattenne.
Ora vive sotto le zolle,
tra radici che parlano come vene.
A chi scava, offre un sussurro:
non c’è colpa nell’essere nate femmine.
Solo memoria —
un esercito rosso di semi,
piccole lune che vogliono vivere.
E quando piove,
la terra si apre come un libro antico:
le sue pagine rosse raccontano
di una figlia che divenne seme
per non morire mai.
Esatto Massimo, dobbiamo rispettarla questa terra. Pensa quanta Storia conosce.
Grazie e buona settimana
Mi piace moltissimo questa storia della donna, la vergogna nata femmina, una madre nel letto, color cenere, la figlia che conosce la grammatica del dolore e poi quel sangue che ricorre più volte nei versi con il ritmo del ciclo mestruale, e la terra che accoglie la figlia. D’altronde la terra è femmina, custodisce il seme, genera germogli.
massimolegnani