Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.
– Giovanni 8,7
Quando
Quando ci sentiremo a casa?
Quando la gente smetterà di segnalarci
come i volti contrassegnati
da triangoli di pericolo?
Ci aspettano giorni di gazzelle,
vagoniletto sugli alberi
dove smarrire le mani sugli occhi
sbocciati e sporchi di blu
e del blu l’identità che non è
qualcosa di evidente o rumoroso ma c’è
un’ipotesi che il pensiero sia un’allodola
col suo volo sospeso fra le mani di Dio
come sua sposa.
Soluzioni per il dolore

Silenzio
Le risposte arrivano da sole,
piano, tutte.
Morire a sé stessi
“Sulla croce, il Cristo non subisce passivamente la storia, ma la orienta. Non è una vittima impotente, ma il punto di intersezione in cui la verticalità del divino incontra l’orizzontalità dell’umano.
In questa prospettiva, la sofferenza terrena smette di essere una condanna senza senso e diventa il luogo in cui Dio si fa più vicino all’uomo, condividendone la fragilità.
La croce si trasforma in un canale bidirezionale: l’umanità porta a Dio il proprio limite e il divino riversa sull’umanità la propria grazia, Il flusso d’amore fra umano e divino.
Per accedere a una forma nuova, più autentica ed elevata di sé, è necessario che qualcosa della vecchia forma muoia. Può trattarsi dell’egoismo, di vecchie certezze, o dell’illusione di bastare a sé stessi.
La croce non è la fine, ma la soglia. Diventa il simbolo del coraggio di attraversare il proprio “venerdì santo” (il dolore, la crisi, la spogliazione) per poter approdare alla novità della risurrezione.
È una visione che unisce la cristologia a un’antropologia profonda, dove il sacrificio non è fine a se stesso, ma è la condizione necessaria per la transizione verso una forma nuova dell’essere. La croce non come simbolo di morte, ma come la più radicale affermazione di vita e di trasformazione spirituale”
Fratello Sole Sorella Luna
Inno alla Carità
Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
(San Paolo)
Per sempre
Ciò che rimane è la fede la speranza e la carità,
scrive san Paolo.
La fede e la speranza avranno compimento nella visione di Dio, mentre la carità non avrà mai fine, poiché Dio stesso è amore e continua a vivere per sempre nell’eternità.
L’unione
Se allora il dialogo non nasce dal nulla
l’unione assume un significato profondo
anche se il flusso viene ostacolato
dalla chiacchiera e il fiume disseccato
dall’incomprensione.
Per me tutto ha un senso in questo mondo
seppure diviso da un cortile di pietra
o tra i corpi di fabbrica
finché non ci si lascia fiorire nell’altro
anche se di calce diversa.
Il freddo lacero nella parola
rapido come un fulmine
si accumula a inaridire le ossa
o quando va bene, legato in modo fisso
alle proprie abitudini.
Se non passa l’amore dalla cruna
destinata a dare aria e luce
al respiro interno, al passaggio ignoto
sarà una dolorosa negazione a lasciare
molte piaghe.
Come suprema bellezza
“In quell’alba di consapevolezza
in cui la materia cercava la forma
e la forma cercava Dio”
La forma visibile dell’Idea.
La proporzione come segno dell’eternità.
“La Pietà non è una semplice scena di dolore materno: è un manifesto teologico sul mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. In essa si concentrano i principali temi del pensiero cristiano rinascimentale: la discesa di Dio nella carne, il sacrificio come suprema bellezza, la compassione come via alla salvezza.
L’equilibrio tra i due corpi — il Cristo morto e la Vergine viva — simboleggia la dualità tra umanità e divinità. Maria, nel suo volto sereno e assorto, non piange: contempla. È consapevole della resurrezione imminente. La sua giovinezza eterna non rappresenta un artificio estetico, ma una scelta teologica: colei che genera Dio non conosce corruzione”.
(Da: La Pietà del Michelangelo) Qui
Si dice si pensa si fa
Soggetti, pensieri, ruoli, intuizioni: una vita
intrappolata in un flusso continuo di parole vuote.
Ci si adegua passivamente al senso comune,
all’imitazione, alla voluttà – all’intimità nel fango –
sradicando l’autenticità.
Si apre alla vista una stanza
completamente deformata dalla chiacchiera.
Idee ed esperienze travisate, falsate
in modo consapevole, sia il senso, sia l’aspetto.
“Si dice”, “si pensa”, “si fa”, l’individuo
viene cancellato dall’essenza del linguaggio,
dalla propria verità interiore.
Perde il fiore la parola, diventa un guscio vuoto
passato di mano in mano,
nella deiezione del quotidiano.
“Je est un autre”
[Di Lucio Brandodoro]
Da Qui
Non eroi, né santi.
Nessuno che possa sbandierare con sicumera la propria identità, sbattendola in faccia a chi, con umiltà, ricerca affannosamente un proprio modo di essere.
“Nessuno di noi vive per se stesso”.
Il poeta lo coglie e lo intuisce. Rimbaud lo aveva scritto: “Je est un autre”, “Io è un altro”.
Parole dette, parole scritte, prima e dopo e durante le crisi di una umanità troppo grande per bastare a se stessa. “Je est un autre” è più che una crisi di identità. È un’affermazione che fonda l’identità su terreni che non ci appartengono, che abbevera l’identità a sorgenti che non governiamo, che apre l’identità ad infiniti che ci abitano.
Chi può dire “Io” se non a partire dal “volto” dell’altro? neanche Dio può. Neanche Dio si comprende come Dio se non nel suo essere Padre. E “padre” è termine relazionale che si comprende solo a partire dal Tu del figlio.
“Nessuno vive per se stesso”. Né a causa di se stesso, né avendo se stesso come fine.
“Se viviamo, viviamo per il Signore”. È solo nell’altro la radice della consapevolezza di sé. Nell’altro, il principio di realtà che diventa coscienza.
Non è forse questo quello che chiamiamo amore?
Sì, perché amore non è cercare nell’altro un se stesso che manca; non è desiderare ardentemente di impossessarsi dell’immagine di sé che l’altro mi rinvia. Se così fosse, saremmo ancora e sempre vittime del narcisismo esistenziale che naturalmente ci contraddistingue. L’altro non è uno specchio. L’altro è il luogo del mistero originario in cui è la sorgente di me, sorgente che non mi appartiene.
La mia identità, ciò che propriamente fa di me me stesso, è a partire dalla consapevolezza dell’alterità. Io sono io a partire dall’apparire del “volto” dell’altro, un tu, che mi interpella e continuamente mi provoca, non alla ricerca di sovrumane armonie dialogiche, ma ad abitare le distanze, per fecondarle.
Vivere “per il Signore” non risponde ad afflati mistici alienanti, fonda invece la mia esistenza su una alterità che continuamente mi viene riproposta come desiderio che nutre aperture inimmaginabili per chi si illude di potersi autofondare.
Non c’è fusione fra me e l’altro. C’è, al contrario, spazio vitale; spazio in cui accade l’identità, che non potrà fare a meno dell’altro per pensarsi come autonoma. In questo spazio, fra me e l’altro, non in me o semplicemente nell’altro, risiede la possibilità, di dire “Io”, senza violenza, senza uccidere, senza negazioni o sopraffazioni.
In questa identità non si risiede, con la stabilità che non conosce vacillamenti, ma si diviene, con il desiderio accogliente e continuamente inquietante. L’altro non è minaccia all’integrità identitaria, ne è criterio e senso, ne costituisce apertura e fecondità.
Chi può dirsi straniero? Chi può tracciare e difendere confini? Come continuare ad ignorare e a calpestare diritti e dignità? Quale forza sarà più forte della debolezza dell’amore?
Nuova idea di convivenza umana, nuova idea di giustizia, nuova idea di pace.
“Nessuno di noi vive per se stesso”
La caduta
Quando il mattino è buio, preso
dai suoi conflitti, scacciato
come l’io che mi rincorre
simile a un capotreno: — la fatica
di afferrare la propria identità
o un ideale che nel mondo
cambia continuamente,
la fatica di piacere alla gente
o a una parte di sé molto in ombra
che non si riesce a raggiungere.
Spesso l’io quando rincorre
cerca solo attenzione
o un chiarimento fiorito
che non ci siamo ancora concessi.
Mi sento sola, profondamente,
in mezzo alla gente, soprattutto.
La stanza del continuo giudizio
una corsa stanca sui binari a sera
l’effetto di un inseguimento
da cui è difficile liberarsi.
La vertigine che provo è travolgente
nella delusione cerco le grandi altezze
per poi vivermi la caduta
per sempre, in solitudine.
Il discernimento
“È il diavolo a lottare con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini” scrive Dostoevskij. Tratta dal romanzo “I fratelli Karamazov”, descrive l’essere umano come il luogo centrale di una scelta spirituale e morale fondamentale.
Le grandi battaglie del mondo si decidono prima di tutto dentro di noi, nelle nostre decisioni quotidiane. Il cuore di ogni persona non è uno spazio neutro. È lo scenario vivo in cui si scontrano forze opposte: il bene e il male non sono idee astratte, ma forze reali che cercano di orientare i nostri pensieri e le nostre azioni.
San Paolo
“Noi siamo, benché molti,
un corpo solo”
Sacro
Muri
È triste non poter volare, per portare
di respiro in respiro
l’infinito dalle acque
oltre quei vuoti:
il desiderio di proteggerci
come fossimo quel fiore sradicato
che è un seme di luci, soltanto.
Di Orione è la caccia.
Non è oggetto scagliato il silenzio:
nel profondo esiste la parola
a volte scritta con la calce appena fatta,
ancora instabile. Un muro
risuona di buio, di oscura sommossa.
Che poi la relazione è in Dio stesso,
la fiducia, l’essenza della comunione.
Un orlo di battaglia improvvisata
gira allo stesso modo, il bene è compreso
in relazione al male, ma l’amore,
l’amore lo sa e scava rispetto.
Non esiste imitazione.
Benedetta Pietà
L’amore si sparge per fiorire nella pietà —
Silenziosa presenza sottile commuove gli animi.
La compassione è una goccia d’acqua sul fiore
che collega ogni momento al successivo:
non può essere avvertita
attraverso una percezione ordinaria.
Ciò che appare falso è forse
una presenza delicata
con un respiro profondo, leggero
dal profumo di betulla
o una sfumatura che sfugge
imitando le ali dell’allodola
a uno sguardo corrotto dal timore.
E ora m’interrompo io —
attraverso la semplice osservazione
della vita quotidiana.
La fine di ogni pensiero, la scomparsa
di ogni identità, l’eclissi dell’io stesso alla ricerca
di un deserto nel deserto.
Esisto nell’invisibile, dove le cose più vere amano
con coscienza, sempre presente nella semplicità.
Una questione d’eternità
Forse sono io ma c’era un tempo
che respirava sulle acque – prima –
di conoscere me stessa. Mi auguro
un altro tempo, quando sarò il mio dopo
nel corpo e nel mondo.
È solo una questione d’eternità:
ti moltiplica come i pani e i pesci
senza giudicarti, indifesa e raccolta sulla resa.
Non è sopravvivenza.
Si prova ancora meraviglia.
Quel tuo sguardo di fame
Le mani nel cappotto, la schiena,
l’incarnazione fra le braccia,
dentro la cifra mistica, stretta stretta,
senza alcun grido.
Trovarsi in questa sosta per baciare
e baciare, che poi si fa profumo
anche il deserto, per la reciproca lotta e così via…
e la felicità, da non dimenticare la felicità
nel corpo della relazione,
tanto da tracciare confini di letto,
una sponda salvifica, fra l’altro molto tua:
essere qualcuno dentro
l’altro, non uno qualunque,
in questo angolo sei tu che togli la terra
dai miei occhi magrissimi,
quando rimango seduta immobile,
in mezzo al freddo, perché mi basta stare,
se esisto in una intuizione, con aria
da bambina, col timbro di voce
e un’espressione adatta.
C’è una figura sola, dentro,
che mi ascolta e dice: – siamo la neve –
ecco la risposta: siamo la neve pura
quando riflessi nell’occhio dell’altro. –
Quel tuo sguardo di fame.
Ti si darebbe Dio senza confessione.
Una panchina
all’inizio la pace – la cornice
l’ho tolta a tutti i giorni,
ai posti fissi, agli oggetti lasciati –
ho tolto i chiodi ai muri, le maniglie serrate,
quel senso di muffa nella testa.
la mia nuova fiamma è una panchina.
la dimora si apre dentro l’aria,
nelle cose rimaste a bisbigliare
parole docili
tutte alla bocca.
E si ritorna
Il vuoto esprime un peso al volo,
una frenesia d’ali,
un pensiero laterale,
come la storia di una donna che disegna
la sua fine in ronzii di suture metalliche.
Frazioni semplici, ma dolorose –
era il sangue, erano le metastasi, i tratti surreali,
una muta di biancheria
e le stelle sulla pelle, le eco metafisiche,
gli squarci e poi più su,
dove la luce non muore.
Ma si ritorna, accade che si rimane, a scaglie
e una magrezza d’occhi sempre più grande
che lo spazio abita.
Di quel niente che passa
Come saranno i miei occhi, accesi da un fuoco lontano
di piccole lampade rosse e dopo aver perso tutto
quello che non ricordo, come saranno i miei occhi
se non colmi di nenie infantili: occhi stanchi, come vecchi palazzi
crollati in un tempo di maggio, ho freddo,
lo sguardo, famelico a tratti rabbioso.
I miei occhi, palazzi d’inverno, un dolore felpato
o solo un’acerba tragedia.
Nemmeno le rose, Maria? Maria
Maria, sono stanca di un monologo ricco di buio.
Maria, l’unica meteora che rischiara i miei passi.
La notte svolerà dal cielo senza rose?
Madre, madre rispondi!
Rispondi, più bianca di questa rosa seminata da un corvo.
Non fosse per le braccia d’un uomo
me ne andrei a guardare gli uccelli dal fondo del fiume.
Ancora una volta, di sapore notturno, quelli scuri
come i drammi di shakespeare,
che volano via, lontano dai cieli, che filano
vento di morte.
Tuttavia non vorrei avere niente, di quel niente che passa,
se non a piccoli pezzi il ricordo di un cuore,
per potermi nutrire tremando
anche dopo il passaggio.
Di Henry Scott Holland anche se attribuita a Sant’Agostino
La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
Ti ho conosciuto
Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato.
– Geremia 1,5
Agostino d’Ippona
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova. Tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. Eri con me e io non ero con te. Hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato e hai finalmente guarito la mia cecità.
Signore, ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.
Noi siamo viandanti. Cammina sempre, progredisci sempre, non fermarti sulla via, non tornare indietro, non deviare. Sta fermo chi non progredisce; torna indietro colui che rifluisce al punto dal quale si era già allontanato; esce di strada colui che apostata.
Vivi in modo da meritare di comunicarti ogni giorno.
Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Se, dunque, volete essere dèi e figli dell’Altissimo, non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo.
La fede è credere a ciò che non vediamo; e la ricompensa per questa fede è il vedere ciò che crediamo.
Dio, essendo sommamente buono, non permetterebbe in nessun modo che nelle sue opere ci fosse del male, se non fosse tanto potente e tanto buono, da saper trarre il bene anche dal male.
Fai ciò che puoi e prega per ciò che non puoi, e Dio ti concederà la capacità di farlo.
Il peccatore e l’iniquo si irritano con Dio: avrebbe dovuto fare questo, questo non lo ha fatto bene. Tu vedi quello che devi fare, e lui non lo sa? Tu sei storto. La volontà di Dio è piana, la tua è curva. Vuoi aderire a questa? Correggiti.
Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?
I tempi sono cattivi, i tempi sono travagliati: questo dice la gente. Viviamo bene e i tempi sono buoni. I tempi siamo noi; quali siamo noi, tali sono i tempi.
Come l’amore cresce in te, cresce anche la tua bellezza, poiché l’amore è la bellezza dell’anima.
Dio è con te racconto e quale sei tu. È buono se tu sei buono, e ti sembrerà cattivo, se tu sei cattivo. Hai un giudice nella tua intimità segreta. Non esiste un luogo nel quale tu possa fuggire da Dio adirato se non andando a Dio placato. Fuggi a lui.
Se tu lo comprendi, allora non è Dio.
Noi cristiani non affidiamo nelle tempeste del mondo perché siamo portati dal legno della croce.
Erranti
Siamo vicoli smarriti, le dita stupite
che descrivono una nuvola;
fratture erranti,
tentativi mancati d’amore,
due parentesi che si guardano,
siamo enigmi più antichi del tempo.
Non siamo orizzonte
ma una riga scura che svanisce
al primo passaggio della luce.
Hannah Arendt
“Questa menzogna costante non ha lo scopo di far credere al popolo una menzogna, ma di assicurarsi che nessuno creda più a nulla. Un popolo che non è più in grado di distinguere la verità dalla menzogna non può distinguere il bene dal male. E un popolo simile, privato del potere di pensare e di giudicare, è, senza saperlo e senza volerlo, completamente sottomesso al dominio delle menzogne. Con un popolo simile, puoi fare ciò che vuoi.”
Uomini affondati
Eterna pelle di donna che fa grave la morte,
in quella partenza dalle lunghe strade di polvere.
Fragile corpo, sempre fedele ai suoi baccanali
e tu che inciampi, in versi così magri d‘amore,
pur di non percorrerla, nella sua tenerezza.
Eppure sei suono di cembalo, se questa bocca
scompare; ecco il danno, le febbri che fingono
presenza, per farti sopravvivere alla noia.
È Il solito rito stonato, è la stessa storia esanime,
il solito fiume dal quale riemergono uomini affondati,
con in tasca i loro poveri cristi sanguinanti.
L’onda in solitudine
Qui vive come pianta acquatica
una donna delicata. L’acqua del fondo l’ha nutrita
e sebbene la sua forma sia invitante
si isola, lontana dalla mente metropolitana.
È quella donna che se ne vuole sempre andare,
sperando sia arrivato un arco di spumeggio
per divorare l’onda in solitudine.
Che mai le basta finché chiamata al fuoco
del suo Creatore che le ha impresso nella costola
il sigillo del tuono, dal quale parte amore, nostalgia.
Gli angeli conoscono il benedetto pasto,
sanno e concertano il loro Dio.
Questa donna di seme acquatico
è un sudario dove imprimere lettere
spogliate dalla gola all’inguine,
come quando si sfila un involucro
e si illumina l’identità della via.
Un unico pane è l’amplesso più intenso,
una coppia di calici alle rose di Maria,
alle stelle e ai suoi piedi la luna.
Sembra il paradiso
Chiedo assoluzione
Eppure ha un volto rapito l’amore, un mare sempre ondoso,
le spalle orgogliose portano dritte alla somiglianza,
un intreccio di braccia aggrappate, come un corpo unico,
dato in prestito dai cari mortali, il nostro stesso sangue,
del sacro estuario che frange i flutti e recupera un‘ode
per il fiore di un salmo: -niente si trattiene, niente ci appartiene-
e sono quieta, sciolta dall’equivoco, dalle magre figure,
per eccessiva vanità, chiedo assoluzione col silenzio che verrà,
quando sull’ala si compiranno le distanze.
E si sta
Lo so che manca l’incipit
la profezia del non finito
dell’infinito
dell’inferno
e un’ora vale l’altra come una donna
che per te è fermento di parola,
ed è consumo di sé farne un principio
traballante.
Siamo quell’idea in soccorso
e il corpo si cava eroso dall’onda
di marea e reiterato riflusso.
Non hai sillabe nuove che frangano i flutti
si propongono le stesse pagine
quando non si ha più niente da dire
e si sta come la pelle
intorno alla frattura
Orizzonti aperti
Le mani che reggono il soffitto
come scudo di calce antisommossa,
non sapranno l’esatta forma dei pianeti
l’odore della terra,
né il viandare della tua voce
quando cerca la mia
che sa di stracci, piedi logori,
orizzonti aperti al vento
e che il silenzio è amante caro della sera.
Ma il bene resiste
La meraviglia
Non è necessario andare, vedere, toccare,
basta sentirla dentro la meraviglia.
Per ciò che rappresenta la bellezza
Quattro camere, quattro valvole
che si aprono e si chiudono
ad ogni battito – e tu mi hai dato
il compito di amare, quando il mondo
diventa troppo pesante.
Sempre in transito, l’amore,
ti parla dal cuore, le poche volte
che arriva in anticipo, per gli uni, per gli altri,
vi è l’idea di essere preziosi
per come si rappresenta la bellezza,
senza mai sentirsi la barca da legare
a un sole molto malato, forse smarrito
nella sua solitudine.
Implora ancora
Nessuna magrezza rimane, o uno sguardo
di fame, in quell’amore dal torpore di maree;
l’onda abbrevia le distanze, nell’amore
si trova il riscatto, si ritrova il sale
sulla lingua; amare è lasciarsi incontrare,
farmi sentire il tuo viso, la voce
finalmente ha parole e il vino
è quel morso che si offre,
che viene dal sangue, dal labbro ferito,
si riassume nella carne,
implora ancora qualcosa
con grande forza,
pianto, o molta tristezza,
come per esempio è il perdono
o una forma di grazia.
Né l’agnosticismo, aggiungo io
«Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio.»
(Dalla Lettera di s. Paolo apostolo ai Romani 8, 38-39)
2 Agosto, stazione di Bologna

Dove gli istinti
Voglio parlarti del sole, amore mio,
che scrive anche oggi ai tuoi occhi
un invito ad essere luce di ragioni,
poiché si possa sempre compiere
il proprio pellegrinaggio.
Oggi mi è caro l’abbandono della routine,
per aprirsi all’ignoto dove i nostri
istinti sopravvivono alla legge disegnata
da una cultura morta,
quella che d’amore affama.
Non credo più nello Stato
Siamo così lontani dagli altri,
la parola aiuto dovrebbe avere il merito,
tenere in tale onore la richiesta,
quando la loro sete è uguale alla nostra.
Sono quelli stranieri che inciampano spesso,
sono quelli da remigrare,
quelli senza un nome nel tg,
quelli a cui sparare,
come a una lattina di birra.
Questo mezzo d’espressione
sazia lo Stato, con il diritto insano
di dividere il mondo, odiando,
mentendo, disprezzando.
L’inconscio
Stiamo in silenzio la notte, sarà un desiderio profondo –
poiché la prima parola verrà dall’inconscio;
tacciamo prima del mattino, pronunciamo un lungo respiro,
poiché la prima parola appartiene alla vita –
come i pensieri interrati che non sappiamo di avere.
La grazia
Gli abbracci si allacciano in tondo
unendo frammenti di distanza
e le bocche tacciono –
il cuore non ha bisogno di parole,
nel silenzio la grazia cresce –
fiorisce ogni santo giorno.
Mentre si guarda la vita sorridere,
il peso della sera,
non separa più le cose da te.
Siamo dove sei
Hai perso la vertigine, amore mio,
anche se indugi, la tua presenza
è immersa nei processi inconsci,
fino alla lesione, priva di lamenti
e se ci sono si frantumano.
Siamo dove sei, a tracciare promesse
dentro specchi e confessioni;
siamo la genesi, dei nostri spiriti.
Lente le ore, sottili,
quando il tempo si sofferma
sulle sillabe arrossendo
come il tiro fa la brace alla sigaretta
Cantico (19/12/2011)
Queste mani, che afferrano i morti in santità,
per abitarne le piaghe, il luccichio, il santo freddo –
e brucia un fuoco, mite, brucia e sanguina,
perché qualcuno molto amato venne
e sanguinò. Fino alla morte.
Un giorno
si andrà poi nella testa
a tacere il tormento, quella voce impastata
in odore di pioggia. L’infanzia lasciata agli altri,
in un tempo che affondava l’asfalto,
come l’ala di un corvo caduto
dal sole.
Mia cara Chiara, assorta e immobile, mio angelo
della custodia, il diluvio lo vuoi alle spalle.
Allora mandami un’arca
riemersa dal battesimo, persino sul marmo
appiccicoso di un bar, o un angolo di strada
bagnato d’urina, una minima soglia, fra topi
e croci, che ceda all’azzurro.
La mia stanza segreta
io, vento esausto sulle notti, tuo soffio ritrovato,
da sempre sospesa fra il dire e il fare,
ora sono qui, a segnare la croce, a scorticare il palmo
scavando quella terra, dove tu plasmi le forme:
quali docili curve, le fisso nuove in te, senza morire.
mia stanza segreta,
letto d’amore, a volte voce muta,
in questo deserto metti la fiamma, a mitrale
schioccante più del cedro,
capace d’ammansire le mie fiere,
e sradica da me ciò che ti spiace:
dallo in pasto a una fossa.
I segni traducono
È amore? Quell’impronta violenta sul cuore?
Nella vita, ho contato i capelli del diavolo,
egli era omicida fin dal principio,
ruggente va in giro cercando chi divorare.
Approda come un viaggiatore
prima del tormento,
innocuo rettile privo di arti.
È amore un campo di trifoglio, sì:
lavora il suolo per renderlo fine
e libero da erbe infestanti.
Il di più, s’arrotola come una sigaretta
nei rantoli della polvere
e il segno è questo azzardo palustre:
– un sasso nello stagno
che smuove le tue acque –
Indossa la buona armatura,
che tutta quella libertà dell’essere
racconta ciò che non è.
Pratica il deserto quando spinto al limite,
parla d’amore, porta l’amore, scrivi l’amore,
sali poi sul monte: i battiti traducono l’eterno
nella tua bellezza, oltre, le tue forze.
Ci si apre senza peso
Ma l’amore non è mai stato
accesso precluso,
mai, la chiusura di una via;
siamo andati dove c’era il silenzio,
oltre, la superficie,
oltre le belle maniere e i giochi facili;
siamo entrati nel midollo delle parole
e sei ancora nel tuo aspetto, mentre pensi
cose che forse ancora non sappiamo:
– come l’altra assapora l’attesa –
e scegliamo di restare nella visione
e di reggere il sole da lontano
anche la notte.
Quiete alla realtà
Sono qui, come fitta,
come pagina scritta, sfacciata,
qui, a dilungarmi sull’immagine
di un amore generoso, capace
di grandezze sconfinate.
Sono qui, che imparo del cuore
la tua lingua, e quel fuoco, lo stesso,
che arriva ad ogni età,
che ci è dato per sconfinare.
Nessun sole o luna o qualcosa
che quieti le tue paure,
le increspature del tramonto
non ti tormentino più con la realtà.
Signora dei cavalli
Rubano il respiro
al ventre degli angeli,
le ombre –
reclamano attenzione,
come puledre, sfondano il recinto –
una punta di me l’ho vista ancora
e si cercava in tondo,
o nel centro stesso del suo essere –
– l’umiltà si perde,
nel momento in cui la si vuole nominare –
la speranza non ha un posto,
– signora dei cavalli –
dove le vie non hanno nome
ma solo un ronzio di fondo.
…
Swan : Lirien : ovvero >>> Nadine
Quando si scorge la remissione
Intima è la parola, quando non cerca consolazione,
come calza di seta, che si venga srotolando alla caviglia –
delinea una lingua che si adagia dolcemente sulle forme
del discorso, svelandone l’armonia –
scrivere, senza compiacersi – il gesto, a scomparire dalle pagine,
e per quanta folla ci sia, dentro si continui a sembrare vuoti.
Esserci, ma in sordina, sull’affocata linea della terra,
come chi di fronte allo specchio,
non vede di sé,
ma dell’altro –
e carità
riveli ai cuori in contumacia
grani d’amore.
In quegli scolatoi dentro i macelli,
l’agnello ancora asperge –
resurrezione non è pestare l’acqua nel mortaio
d’una malinconia che aspetta il buio –
è quando si scorge la remissione
vagabondare trasudamenti di sangue preziosissimo,
dolce fino allo spasimo
che rifiorisce dalle secche di una zolla morta.
…
Swan : ovvero >>> Nadine
Quel rivelarsi delicato
Docile, odorosa brace di cedro,
affonda il mio risveglio rannicchiato
in questo straccetto di pizzo nero –
(vanità lacerata –
a spettri invaghiti, parte dolente)
Così cara quest’ora interminata,
un delicato rivelarsi
(confessioni)
O Theos, che si concede
in quella remissione delle foglie
che danno voce al vento –
nei volti, scarni, sui poveri letti,
anche in chi non crede parola – c’è –
e ai gorgoglii di freddo lungo i muri
cede il suo fuoco.
:
(Swan) : (ovvero : Nadine)
Ho usato tantissimi nomi in poesia.
Ada Luz Márquez
"Disse la vecchia guaritrice dell'anima: non fa male la schiena, fa male il carico. Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia. Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia. Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce. Non fa male il fegato, fa male la rabbia. Non fa male il cuore, fa male l'amore.
- Ed è proprio lui, l'amore stesso, che contiene la più potente medicina."
Charles Bukowski
Il giorno passerà e la vita continuerà.
Vinceranno gli stessi,
perderanno i soliti,
e forse, se sei paziente,
se smetti di correre, e ti perdoni,
la vita smetterà di essere quell’autobus
che sfugge proprio
quando arrivi alla fermata.
Profondità
Come si esce dall’assenza del blu:
un santo avvolto dalla nebbia —
da questo silenzio mortale, incomprensibile,
da bocca e orecchie sanguinanti,
da occhi che adorano, un rachitico albero
che riflette luce e immagine,
in tutta la sua probabile bellezza —
e la nostra piccolezza illuminata
da ciò che rende la distanza
più attraente dell’intimità.
Siamo un esempio di mimesi
Non riesco più a scrivere, perché tutto è già stato scritto, siamo una mimesi senza sperarlo. Mesi fa, dalla “fratellanza” poetica è stato detto che si “copia”. Nessuno ha pensato alla pericolosità del messaggio. La poesia emerge da profonde letture che ci aiutano a trovare identità, formano e scoprono le nostre ferite, i traumi, le radici, la forza. Niente viene creato dall’uomo, tutto è mimesi, ma “ancora” occorre il capro espiatorio per nascondere questa verità! Direbbe, più o meno, Girard: – quando il pensiero umano, nel tentativo di comprendere il mondo naturale, si libererà dai meccanismi del capro espiatorio, sarà adulto. Se, quando un aereo precipita, ti accontenti di puntare il dito contro un presunto colpevole, è ovvio che altri incidenti accadranno. E prima o poi, non ci saranno più aerei!
Alejandro Jodorowsky
La poesia di Alejandro Jodorowsky esplora l’amore, la guarigione e l’accettazione di sé. Tra i suoi testi più celebri c’è “L’amore adulto”, che descrive il sentimento come un’espansione tra due persone complete e disponibili, libere da bisogni possessivi o dal desiderio di riempire vuoti emotivi.
“L’amore adulto non si cerca,
Non c’è.
Non lo compri.
Non si conquista.
L’amore adulto cresce e si espande
tra due cuori presenti e disponibili.
Ecco un evento magico.
Due persone disponibili
non si trovano per necessità.
Non vengono a coprire nessun posto vacante.
Non sostituiscono nessuno.
Non prendono il posto di qualcuno che c’era prima.
Due anime disponibili si guardano con rispetto e si dicono:
“Tu con te e poi con me.
lo con me e poi con te.”
Ci stiamo liberando da una certa forma
È la stessa parabola, amore mio:
terrai la tigre per la coda
a graffiarti e morderti
mentre credi di guardare i suoi occhi.
Nel nostro celebrato umanesimo
la purezza ha il colore
delle proprie intenzioni –
poca la fede nella nostra innocenza
sulla strada della crisi mimetica,
o nella frenesia dei seducenti dialoghi,
fino al momento in cui l’amore,
più polarizzante,
rimarrà vittima di un palcoscenico.
io, che vedo l’agnello apparire
su una corteccia,
fino a trarne bellezza e gravitarvi verso.
L’oscurità e l’ignoto
È un richiamo profondo,
archetipico.
Quando l’oscurità e l’ignoto
sembrano inghiottire tutto
con la loro bocca affamata,
la tua fiammella interiore
è il faro a cui si aggrappano
le moltitudini.
Non lasciare che le ombre
spengano il tuo fuoco;
il mondo ha un disperato bisogno
della tua visione.
Ogni volta che ti senti sopraffatto
dal vuoto, ricorda
che la solitudine non è assenza,
ma un grembo fertile
da cui far nascere la tua luce
in questo stesso istante,
l’attimo prima del pianto.
Ciò che viene compreso
quiete, si lasciano impronte alla luna –
le ossa, hanno imparato a raccogliersi,
a esprimersi, in minuscolo.
Il silenzio invita a parlare
dove la terra si ferma –
l’acqua chiara trasporta
ciò che viene compreso
e i nervi, la lotta: piccoli angeli intrappolati
nell’immersione, faccia a faccia, si ritorna
trasformati,
sotto la luce – fragili.
Indipendenza o Interdipendenza
La metafora della matrioska (o bambola russa) simboleggia l’esistenza di strati concentrici e interconnessi all’interno di un sistema, di un individuo o di un concetto. Più che un semplice giocattolo, esprime l’idea che la realtà e l’identità non sono mai bidimensionali, ma racchiudono molteplici livelli di significato. In pratica la matrioska è organizzata un po’ come il nostro pianeta ma noi ci crediamo “indipendenti”, ci “armiamo”, quando lo stesso pianeta ci parla. Secondo me, usare la matrioska per descrivere la realtà ci ricorda che ogni nostra azione ha un impatto sull’intero sistema concentrico. Riconoscere questa gerarchia di interconnessione è il primo passo per passare da un’ottica di sfruttamento a una di convivenza e rispetto /
Buona domenica
Ti ama
La voce è venuta qui —
commuove: questa voce fischietta e piange,
per il profondo e breve tempo:
perdita e ritorno, forse consola, ritornerà.
La voce è fatta di oceano —
porta a riva i cuori più puri
con selvatichezza.
Si perde dietro cose oscure —
porta luce, porta alla luce
dove ha tradotto il tempo.
Piedi erranti venuti qui da una ferita,
una ferita portata da lontano,
un dialogo fra pareti, un casolare
non conosce la voce degli estranei
a guarire ferite senza voce,
ama, ti ama, scompare
in una pioggia sottile.
La prova del vivere
Te lo dice il silenzio quando devi partire.
Come il vento alla schiena, ti spinge
ad andartene per vicoli stretti,
dove tutto sussurra e si deve conoscere.
Il mistero, l’amore, la prova del vivere,
dialogare con il dolore, abbracciando
il proprio corpo, le emozioni e le esperienze,
trovare il senso più profondo.
Il silenzio sussurra
come fosse al tuo fianco.
As-salāmu ʿalaykum
Dentro quel saluto
vive l’augurio
d’una vita ricomposta,
intera di luce.
Senza la tua pace
siamo bestie.
Istante dopo istante
ricevo la tua interezza:
il respiro — Shlama —
carne della mia carne,
soffio che rialza le ossa.
E perché, allora,
continua ad ardere
quell’antica risonanza
contro il fratello?
Perché, pur ricevendo pace,
restiamo capaci
di violenza?
L’anima
Il corpo sa:
conosce la fame, il desiderio,
il dolore, il piacere.
L’anima invece
cerca qualcosa che non riesce mai
ad afferrare del tutto.
Meditando sull’inganno
L’inganno non è non capire il mistero: è diventare indistinti, vuoti, imitativi, vivere senza una forma interiore propria. Il pericolo non è il dubbio, ma l’assenza di essere.
La poesia ci invita a riconoscerci
Noi eravamo qui, siamo già passati
da qui: a inciampare, a cadere,
ridotti a sepoltura dalla fame,
dall’assedio.
E in questo sangue ci siamo ritrovati —
abbiamo pianto —
abbiamo raccolto le ossa —
siamo venuti alla luce come un uragano.
E saremo un sole che avvolge la terra,
noi, con tutte le schiere della speranza.
Noi benedetti, nel nome della Pace
e della forza:
oggetto del nostro cantico,
guida dei deboli attraverso la sorte.
Non siamo sterili: concepiremo
progetti d’amore, legami di sangue —
porteremo il nostro spirito
in una patria fiorita,
e ci riconosceremo nella stessa luce.
non domanda conferma
una foresta
non domanda conferma agli occhi
cresce
anche nel punto cieco del mondo —
così l’umano:
reggersi in piedi
senza indossare
diagnosi cucite da galassie estranee
senza piegare la voce
alla liturgia del consenso
pensiamo alle lentezze —
ai corpi che esitano
alla paura del cambiamento
alla nebbia compressa nei corridoi
al terrore quieto
di perdere luce dalla mente —
e intanto
qualcosa ci cataloga
archivia scarti
insonnie
deviazioni
abitudini respiratorie
come se esistere
dovesse produrre una prova.
ma una foresta
non si giustifica
cresce.
così dev’essere l’umano.
Ma ti ho scritto
Aspettiamo parole semplici –
vengano a noi nei momenti di riposo.
Parleremo d’angeli, malediremo demoni,
dove l’inchiostro segue i segni.
Ti voglio come vecchia foresta,
coraggioso fra i nostri fantasmi.
Fiorirai per rompere il buio
a questa pellegrina.
Quante parole impolverate ma ti ho scritto.
Nel frattempo ho percepito umanità –

E lì sono rimasta
Perché l’amore è un fiore di campo:
un istante che cerca l’eterno.
Il rinnovamento
Uscito dall’orbita della propria storia,
l’uomo ha smesso di riconoscersi.
Vi sono fiumane di silenzi che custodiscono
un margine gravido d’amore, che attende
solo di essere riconosciuto.
Sostare nell’esausto, svuotato dalla vita,
quel sentimento fragile che non va salvato,
va abitato incondizionatamente.
È lì la voce che parlerà dell’unità comunionale.
Il rinnovamento non viene dalla pienezza
ma dalla mancanza.
Le difficoltà del cammino, il pianto
che emerge, si confida oltre
il cosmetico derma incipriato.
È una fiaccola che incede
verso la verità, un punto
dove il silenzio rende palpitante la parola
Non vedere il tramonto come forma di congedo,
aspettando ciò che resta indietro,
senza nascondere la sua parola
nell’inchiostro simpatico
ossidato
dal succo di limone.
La gioia nel dare
Lui dà, perché è nelle regole del suo Credo,
ma riceve tanta gioia, nel fare ciò in cui crede.
Mi hanno chiesto dove abito
abito il mio corpo –
ultimamente esco spesso.
La Galatea
«Amore e desiderio sono due cose diverse; non tutto ciò che si ama si desidera, né tutto ciò che si desidera si ama».
*La Galatea* 1585, Miguel de Cervantes.
È il primo romanzo dello scrittore spagnolo, definito “hermosa” dallo stesso autore. Racconta le vicende dei pastori Elicio ed Erastro che corteggiano la bella Galatea, rappresentante dell’indipendenza e virtù. L’opera si inserisce nel genere pastorale rinascimentale, influenzato dal neoplatonismo.

Dimenticare
Non scrivere agli sconosciuti,
si rifugiano fra le nuvole,
hanno la tana in una canzone.
Ti guardano come il fiato
che appanna i loro occhi,
Scrivono sulla tua pelle una lettera
che leggeranno solo con le dita.
Non scrivere agli sconosciuti,
tutto è da dimenticare
quando appare drammatico,
il segno si trascina, l’incompiutezza,
insieme a quel tormento
che si diventi comunque un vuoto.
Nella solitudine siamo la verità
“Ogni essere umano porta dentro di sé due voci, una delle quali gli sussurra la verità nuda, e l’altra gli falsifica la realtà affinché possa sopportarla. Quante volte ci siamo guardati allo specchio e abbiamo visto soltanto il nostro volto, mentre le nostre anime erano dietro il vetro, a guardarci con occhi vuoti? Hai mai provato a rimanere in completo silenzio, ascoltando i tuoi pensieri mentre scorrono senza restrizioni? È terrificante. L’uomo non sopporta di confrontarsi con se stesso, per questo riempie la sua vita di rumore, di lavoro, di conversazioni vuote, di stupefacenti, di qualsiasi cosa che lo faccia sfuggire alla domanda che lo perseguita sempre: Perché sono qui? Cosa mi tiene in movimento? Forse la risposta non è cercare, ma smettere di fuggire”
Fiódor Dostoevskij

Quando il posto è giusto?
Se siete venuti in chiesa in cerca di persone sante, siete venuti nel posto sbagliato. Se siete venuti per trovare Dio, siete venuti nel posto giusto.
(San Giovanni Crisostomo)

Non esiste
Parlavo spesso di un casolare
che taglia i morbidi venti,
cantando dalle bocche rosse delle finestre.
Ne parlavo perché non esiste,
come me, mentre brucio alimentando
la mia lunga ombra, dove ogni cosa
vuol trovare il suo corso.
Mi lavavo i piedi
nelle tracce degli sconosciuti,
credendomi il topo di campagna
in mezzo ai numeri primi.
Poi dissi – mi arrendo a tanto dolore –
ma continuai a camminare
finché diventai i fulmini,
lasciando le mani
sfiorassero il cielo,
restando con occhi fermi sul luccichio.
La mediocrità del presente
Far crescere l’indaco dello spirito
attraverso la cultura:
di frassino le briglie alla vita –
non commuovere, ma con-muovere,
non ornamento, ma orizzonte.
Non l’hype che brilla un giorno,
non il pendant degli eventi,
ma ciò che smuove –
che accende lume e domanda,
che non teme il cortocircuito,
la ferita del dubbio,
la folgorazione dell’impensato.
Non come un cavallo che corre
senza essere guidato.
La cultura come fraternità
non è consumo rapido –
non fast food di concetti,
o strisce di cuoio attaccate al morso,
ma fermentazione lenta,
tempo lungo che trasforma i pensieri in carne
e la carne in pensieri,
la riva delle cose che fiorisce
in un travaso continuo di vita.
Siamo mendicanti di senso, poeti giudicanti,
in lotta con la realtà,
ogni parola una particella
che non conosce ancora l’amore —
pellegrini verso orizzonti mobili,
la nostra indigenza è ricchezza:
da essa nascono geometrie inedite,
architetture capaci di ospitare
la complessità del mondo.
Dire l’atto, la nudità della coscienza,
l’implicazione quando c’è,
pentimenti, fiori, cuori, campanelli,
e si ricomincia senza jolly.
Non arene, ma agoni;
non sintesi facili, ma incontri reali
dove anche l’incomprensione
diventa inizio,
e il conflitto genera fratellanza.
Fraternità:
rivoli di attesa, noi,
ci lasciamo attraversare
non da ideologia consolatoria,
ma esercizio quotidiano
di traduzione tra mondi diversi.

Photography Kasia Derwinska
Poetry | Nnadi Samuel

The Language of Kernels, A Hard Nut to Crack
(Non l’ho tradotta per non mancare di rispetto alla sua poetica)
I let Ma know over a voice call, in one of our many lessons on the mother tongue,
that something keeps wanting to snatch her from my jaw.
the effort of which, recycles itself in the many generations of Blacks here.
the dead of Nat Turner ransacking the mouth hole of Henry Box Brown—
whose gloved hands reaches for me. a suffering named in the contemporary:
linguistic Mamacide. Creole, scraped out from both sides of my maw.
all trauma begins by killing the wet parlance of a black body,
wetting the killed body of a black parlance.
it begins with the migrant choosing to dance in the wet of rain over,
rehearsing a white lie for his audience.
you chasing after snow, how many sounds have you rehearsed today?
my mother repeats this question for the umpteenth time,
ignorant of what the word “race” can mean when it’s not referring to a tribe.
I respond with my recent body count instead, in a bid to distract.
yet, she sets aside the vernacular of my body to talk about
the more pressing need of dialect. ignorant again, of where to draw
the line between the physical flesh & the killed body of black parlance.
between a language for the bedroom & the one to be rehearsed with a white accent.
between what accent has gifted her son, & taken back in return.
& I, overwhelmed by these juxtapositions, my migrant body craving for a dance,
voice-mailed a friend to inquire if it’s raining on her own side of town.
she calls back, wet with a pressing need like a language I want to learn.
how many missed calls have you rehearsed today?
she asked, knowing my paranoia with words,
aware of how I can remain stuck in the door of my body
with several plea raining inside of my mouth:
all the calm it takes to kill a mother tongue.
do I wet on myself when placed side-by-side with a foreign language.
does the piss unmake me, make me human?
these questions remain all washed up in my head like after-rain smell.
& say I don’t bring it to pass, it won’t manifest in reality on the body—
comfortable with that migrant stink, musty as petrichor.
the question has something to do with Urinal bowls & a swelled bladder,
something about a writer submitting his plans to move countries,
& his family urinates on the jaw that blurts out the idea.
the story ends in piss, clear as white noise coming from an airplane.
joy sucks up all my voice from the journey.
the water dressed in the urinal bowl too, a kind of trip.
this arrived town, where one uses a restroom & people inspect the emiction for black stain.
a gardener once told me to swear that I do not shave outside of the artwork that is my
house, & I stood like an upside down letter V to micturate on the spot.
anyone would wish the foul-smelling substance damages the grass.
if nothing else, a hedgehog will see the barrenness in it
& make an O with the spade of its mouth: this too, a kind of urinal.
a hole is a well dug afterthought, easy to curl into,
& stay snatching the language of kernels from your mouth.
rain falls & it feels like the pouring of sand: a hole covering.
the burying alive of a self that lays down—drenched in sound.
Soliloquio
Ho conosciuto una casa dentro di me,
la percezione di trovare una porta in un’emozione,
dove si può dichiarare il silenzio delle parole
quando falliscono,
dove gli spigoli si smussano
e le notti si amano con le luci accese.
Ho conosciuto una casa,
sanguiniamo della stessa speranza,
con quel respiro fragile,
esausto.

Parole di tenerezza
In qualche modo divento un’altra,
più silenziosa, aspettando che il mondo
ritrovi la stabilità.
Mi sento come un faro troppo piccolo,
che non dà luce a sufficienza
quando osserva il mare agitarsi.
Mi sento incapace
di placare ciò che si alza intorno
per distruggere. Non manca l’intuito
non mancano mani create per proteggere,
ma mi sfugge il disegno
costretto a restare incompiuto
mentre qualcosa di invisibile
mi spinge a lottare.
Mi sento come una voce che sale all’aria aperta,
piena d’amore, ancora alla ricerca
di uno spazio sospeso che rallenti
quelle ondate pesanti di malinconia.
Mi siedo in stanze vuote, poco illuminate,
sincronizzando i miei polmoni con il pendolo.
Leggendo, ascoltando,
potrei non prendere tutto alla lettera
potrei finirla con tutte queste medicine,
ripetermi parole di tenerezza
che non vorrei dimenticare
ma infine sono qui nelle ore raccolte
che non ho chiesto.

Laura Makabresku Photography Art
Firma anche tu…

Storie da salvare
Immersa nella folla, scossa da altri passi,
schiene che vogliono conoscere
il massimo della vicinanza.
Incrociare occhi sconosciuti
tradotti dalla coscienza,
è un’esperienza di contatto
che invoca la consapevolezza,
la voglia di fermarsi, di lasciare
una carezza laterale, una connessione
emotiva più stretta
e una forma di cura verso l’altro.
Accende una visione obliqua
che libera la relazione.
Per quanto la metropoli sia una pellicola
con più memoria di storie da salvare,
da liberare rimane solo l’amore,
caduto in bianco e nero, avvolto
in un rapporto circolare.
Quando si può esprimere un legame profondo,
più intimo di un semplice contatto
dove s’accendono singolarmente le attese:
è un fiorire nel caos che umanizza.
È lì che la pace soverchia il frastuono,
si sbilanciano dal vetro, anime,
fino ad appellarsi con fervore a un saluto.
Siamo radicalmente dialogici,
istintivamente commossi
all’irruzione di un noi,
dobbiamo solo osare l’incontro.
Quante pagine potremmo scrivere
sulle fermate alle stazioni, sulla metro
sugli aeroporti!
Ma a noi piace temporeggiare,
vestirci di zone grigie, oscurarci,
tirare la coperta troppo corta sull’ipocrisia.
L’assenza è un nascondiglio precario
e a guarire le ferite occorre un’ospedale da campo.
Oh, mia cara fragilità,
ricuci i miei strappi,
affinché la poetica della mia fine
rimanga leggibile.

Photography by Ryan Weideman
Monologo interiore in uno spazio pubblico
L’amore è un palmo aperto, sanguina a volte
se non dico piano il suo nome.
L’amore non stringe lacci d’intese mondane,
è un filo che tiene insieme le perle
della fratellanza e cuce addosso
il saio del noi.
Che tristezza lo strategismo salottiero,
ossa che di ogni età fanno Morgana,
gli anni muti, volgere in niente il niente.
Per esso il dono donato, il senso
svelato, si controvertono
nell’adagio d’ell’inganno
nell’ironia sulfurea del potere.
E cosa resta?
Con ogni mio sapere solo cenere.

Photographer Art Paul Weiner
Quale infelice paradosso
La vita è questa barca, mai padrona
dell’oceano. Noi guardiamo distratti,
noi guardiamo di fretta. I piccoli
sono invisibili e si smonta l’entusiasmo
spontaneo in un mondo che ci bombarda
di messaggi che legano la felicità
al possesso. L’amore in questo inferno:
quale infelice paradosso.
Un animale in trappola
si stacca la zampa a morsi
pur di liberarsi.
Eppure ogni marginalizzazione
è in antagonismo con un maestro
di realismo: non seduce con promesse
illusorie, non maschera la difficoltà
del percorso. L’ora della decisione,
l’ora in cui non si torna indietro.
Tre volte ritorna la parola volto:
volto in cammino, volto rifiutato.
È il volto che diventa cammino.
L’onestà è il volto che il mondo ignora.
Il mondo ignora l’amore.
Ricordiamo:
c’è un angelo vicino a noi,
che in questo istante vede la faccia di Dio.
Nel coraggio di farsi strada nel dolore,
nell’immensità di un cuore,
la parola impara a bruciare
o si getta nel fuoco?

© Gabriel Guerrero Caroca Photographer
Una tenera ribellione
Possa l’amore dentro di te animare
anche una piccola sillaba.
Una tenera ribellione interiore.
Possa testimoniare sulla silenziosa resistenza
che solo la pace costruisce
dove dimora il dolore.
Fra le rovine c’è sempre un casolare fiorito
e quando il tuo nome verrà chiamato
lascia il coraggio al vento che lo spinge

© Olha Stepanian photographer
L’amore è come fendere il Mar Rosso
L’autunno della vita non assolve a buon mercato.
L’innocenza è nella pelle del bambino,
la parola è nelle fasce del vecchio.
Il pensiero d’amore lo si lascia solo
con la sua corrispondenza solitaria,
chi vi entra disarma la coscienza.
L’amore per l’umanità richiede di immaginare
il dolore altrui che agisce nel cuore
di tutti quelli che l’ascoltano.
L’amore è come fendere il Mar Rosso.
E non si edulcora e non si riduce
a ciarpame, a chiacchiericcio,
quando accade di restare nella folla
per non scegliere,
per affidarsi al vento.
La parola brilla sull’assenza
Ecco mi vedi? Sono allo scoperto.
La parola brilla sull’assenza,
porta alla luce il nascosto dell’animo,
ottenebrato da fame affamante.
Cos’altro posso essere,
se non quella somiglianza
che entra nella vita per amare.
Allarga il campo visivo,
oltre il punto cieco
dell’incondizionato,
entra nella morte senza timori,
guardala in faccia ed esci
con l’impronta divina dell’umano.
Dissomigliati se vuoi ritrovarti.
Ogni volta che accogliamo l’altro
veniamo fuori, allo scoperto, siamo noi,
il compimento, il mosaico
nella radura di un nuovo inizio:
una esigenza immortale.
Prima di volare via
Noi che dilatiamo il nostro petto
così incautamente, sciocchi,
confusi da clacson e nicotina.
Strilliamo il nostro affanno
a qualche vetro chiuso, a un’ombra
che non ha mai sputato sangue al tuono,
alla notte, all’oceano.
Noi che sogniamo soltanto
di diventare migliori
sbagliando i modi,
girando in tondo per trovare forse
la nostra ragione.
Basterebbe partecipare al funerale
del nostro strepitio,
basterebbe affacciarci alla finestra,
innamorarci di un’amarillide rossa,
ma richiede molta luce
e premure morbide.
Che resti almeno un nome
per le ore solitarie, prima di volare via.

La prova del vivere
Te lo dice il silenzio quando devi partire.
Come il vento alla schiena, ti spinge
ad andartene per vicoli stretti,
dove tutto sussurra e si deve conoscere.
Il mistero, l’amore, la prova del vivere,
dialogare con il dolore, abbracciando
il proprio corpo, le emozioni e le esperienze,
trovare il senso più profondo.
Il silenzio sussurra
come fosse al tuo fianco.
L’uomo intero
L’uomo intero riconosce il suo spirito.
Le ossa pagheranno il loro debito antico
ma la vita rigenera e riabilita,
ritornando al suo percorso.
Non siamo una cosa morta,
quando facciamo verità
senza farci sconti.
Il mondo
non è uno spazio di dominio.
Siamo un cammino
che da dentro germoglia
anche i sassi.
L’impronta di questa forza
la troviamo nella natura
che nulla in se stessa distrugge.
I rami secchi sono di quell’umanità
che ha riempito il mondo
di spazzatura,
non a caso è una figura che appare
nel momento più basso
di una relazione contro natura
come la guerra, o il ciarlare del possesso,
è ragioniera di un credito
che nessuno ha mai contratto.

Pittura di Alex Russell Flint
Gli inverni dell’ego
Stanno scompigliando le reti delle loro routine,
eppure si limitano alla ripetizione del gesto
che non germoglia: l’amore non si stipa
nella taverna dell’io, l’amore viene donato.
L’abitudine è la nebbia dell’entusiasmo,
mentre la vita preme addosso
un palmo
senza ossigeno.
È il lato oscuro della pietà popolare,
un certo affanno che pone ai margini la società,
con quella sorta di cecità che non gemma.
Si dovrebbe innervare la logica del dono di sé,
la vera relazione si fonda sul passaggio
dell’io e del tu in un nodo di una rete più ampia.
Non il freddo
che separa-scartando. Non gli inverni dell’ego.
La coscienza è l’osservatore consapevole.

Pittura di Alex Russell Flint
La traduzione del silenzio
Vorrei il nome di un fiume,
per sentirmi nella forma dell’acqua.
E la voce che porta alla luce
le profondità come punto di origine;
la traduzione del silenzio, la quiete,
la bocca nuda ricolma di fiori.
Vorrei assistere alla mia fioritura
sui sogni e le sconfitte;
una fioritura esistenziale
che viene dagli occhi chiusi:
gli occhi non mentono, seguono le note,
come i campanelli alle caviglie.
La guancia dell’infanzia
Conversa sdraiata sul tappeto
con gli animaletti della polvere
e i pesciolini d’argento:
ospiti filiformi
tra le parentesi dei libri
sorprendentemente poetici,
delicati, affascinanti.
Con i piedi piegati
la guancia dell’infanzia
ha una sorta di risposta,
cerca aria profonda
dal suo guscio interiore,
una piccola rivolta
su quale creatura
non sia reale. È così che l’amore
ci scopre sensibili.
Il gesto dell’umiltà
Ogni fede è ossa e respiro.
La fronte si abbassa alla terra:
un tentativo di parlare piano
alla materia che ci ospita.
Quando un corpo si inginocchia
ognuno di noi mappa se stesso,
misura ciò che forma il pensiero.
Il cuore non mente:
sa orientarsi nel buio.
E il nostro corpo disegna
— lentamente —
il gesto dell’umiltà.
***
C’è qualcosa di bello nei testi
che nascono così:
pochi versi,
quasi ossa nude,
eppure dentro passa il respiro
di una domanda antica quanto l’umanità.
La poesia funziona spesso come una piccola sonda:
scende nel terreno del linguaggio
per vedere dove la realtà
diventa mistero.
Porta il corpo dentro il pensiero.
La fronte che scende verso la terra
non è solo un gesto religioso;
è anche un gesto fisico.
L’essere umano piega la colonna vertebrale
e, per un attimo,
ricorda di provenire
dalla stessa polvere che tocca.
In termini scientifici suona quasi buffo:
il calcio delle nostre ossa
viene da stelle esplose miliardi di anni fa.
In un certo senso,
quando la fronte sfiora il suolo,
la materia dell’universo
si inchina a se stessa,
intercetta proprio questa stranezza cosmica:
credere è forse il modo con cui la materia
cosciente prova a parlarsi.
Di tutta la narrazione
La mente che sente s’inchina al silenzio –
contadina del pensiero, semina.
Libera la vita dal travaglio.
