volevi essere vista: strana.
tracciabile vernice bianca/nera
(per un viso a metà
: perché no.
le scorribande a rubare un rossetto
con le amiche mimetizzano
il labbro livido, il corpo vuoto —
(il peso di ogni sguardo, il suo lungo sogno
devasta il futuro prima che sia fratturato.
prometti di smettesse
(semplicemente
d’appartenere ad altri.
Archivio mensile:Dicembre 2025
Descrivimi un’orbita
Portatemi i calendari
con gli anni che finiscono —
scrivetemi i presagi
con l’inchiostro sulla schiena,
incidetemi il destino
nelle mani.
Sii tu il mio oracolo,
l’evento lunare —
descrivimi un’orbita
nelle crepe della via cerebrale —
la ghiandola ha una relazione
d’amore con le lacrime.
Apri il mio corpo, gli occhi,
i vasi sanguigni,
per liberare lo spirito.
O siamo solo animali?
Ho un sacco di domande e di rintocchi
e tu non sei mai stato un bersaglio.
Chiamatemi Strega
Il residuo smunto di un andare,
nato per bruciare su una pira
si estende nella testa
con un rumore metallico, di scarto,
come quello di un’officina meccanica
o effetti sonori per film,
che includono colpi, stridori,
d’effetti sonori
d’auto, in polvere da sparo.
I fari si allontanano,
con chi setaccia la parola,
anche i fantasmi
creati da una strega glitterata.
Chiamatemi resto di animale,
chiamatemi soprannaturale,
chiamatemi offesa sepolta nelle costole.
I cani abbaiano,
alla fine si calmeranno.
Ma è sera tarda
Forse sono io l’errore.
Forse sono la diffidenza –
un cambiamento di schema
in ciò che avrei potuto essere —
la virgola, una pausa breve,
lì – nella tua figura,
una parentesi di spalle.
Ma è sera tarda —
il cielo è un segno
di punteggiatura,
sembra unire le bocche aperte,
c’è forse un dio in questo angolo,
o forse tu che dichiari un’intenzione
ad arco
sulla mia schiena.
Questa distanza
funge da tenerezza, contro il nostro petto –
alla certezza che l’amore da vicino
si stacchi come carta da parati,
o un vento salato a un’ombra negli occhi.
Forse sono io una volata di piccione –
per portare un messaggio esco
fuori dal corpo –
ciò che è visto come neve
nella luce morente.
Ma conferma un’intonazione,
l’incapacità di volare
porta a bruciare corpi —
ho bisogno di scrivere con te.
Esserci
Cosa dobbiamo festeggiare —
abbiamo annullato l’evento
d’abitare il linguaggio,
caduti nel mondo, smarriti
nella banalità, non siamo migliori,
il rapporto stesso,
in sostanza, l’esperienza
di un’apertura a nuovi orizzonti —
un momento in cui si trascende
la quotidianità, per comprendere
nuove prospettive di senso,
un “accadere” che cambia
la nostra comprensione
di fronte al mondo:
quell’essere presente,
scuotendo l’oblio del pensiero,
del sentimento — esserci —
Parole
Vorrei poter smorzare la speranza
su tutto questo luccichio —
analizzare la verità
dal cotone emostatico,
rimuovere la tua antologia sui dinosauri,
e tutte le passioni glitterate,
esporre l’anima alla vivisezione —
il bastoncino di zucchero
e lo scheletro delle parole
messe a nudo dopo la morte,
verranno buttate via come scovolini
con i ritagli di ieri.
Chi brucerà
Dove sbocciano i fiori
che non vogliono memoria,
tra metropoli spoglie
di parole plurali
e grattacieli spinti
da sguardi d’urgenza.
Chi inciderà i silenzi che boccheggiano
su ossa mangiate dai cani e panni
diventati teatro di sangue?
Quale inedia sconnessa
s’inginocchia
sotto i manganelli del potere,
quale altare di sabbia,
quale balbettio senza lingua?
Chi brucerà l’eredità
senza bombette al napalm –
di tutto questo negativo
scolorito dal sole?
Chi profanerà l’abbraccio,
le preghiere degli angeli,
la promessa,
la bandiera?
Come marchieranno i puri d’aria,
i deserti, le tundre?
Chi batte il silenzio
su scatole vuote,
chi ferma la marcia al piede razzista,
chi contratta con la stretta di mano?
E chi ha scelto di lottare
soffia la vela,
soffia fino a farsi scoppiare.
Come cresceranno —
abitati dagli spot –
i ragazzi di domani?
Cos’è l’amore
Non è tanto la frattura d’amore,
quanto la piena presenza a sé stessi.
Non è tanto un abbraccio di carta
a cui aggrapparsi.
L’amore è dove la linearità
cronologica si sospende —
non è un mod-podge
di dopamina e passioni,
è la forza gentile,
il luogo dove l’identità
e la percezione vanno a costruire.
L’amore non lascia mai
le cose come le ha trovate,
è una in-cantazione:
un modo di restare in ascolto
del proprio divenire.
Quella parte nascosta
È nel respiro delle onde
che il mio nome si scioglie,
diventa sale,
diventa viaggio.
Il coraggio ritorna
come un animale d’acqua,
una creatura che emerge dal fondo
con il dorso lucente
mi sfiora,
portandomi nel suo passo liquido.
Gli spruzzi si aprono come ali,
scintille vive
che incendiano la superficie del giorno.
E quelle mille,
e mille gocce sorelle
si cercano nel tumulto,
si abbracciano in un’unica pelle,
ostinate nel difendere la loro luce.
Così avanzano,
guerriere, respirano,
levigano gli scogli della vita
per restituirli al loro inizio,
rotondi, docili,
pronti di nuovo a essere toccati.
E in quel moto instancabile
una voce mi chiama:
non è il mare,
ma la parte di me
che ha imparato a non affondare.
Autori Top: Mentre gira la terra
Eugenio Montejo (Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008) è considerato uno dei più importanti poeti venezuelani della seconda metà del XX° secolo.
***
Lascia che t’ami mentre gira la terra
e gli astri inchinino i loro crani azzurri
sulla rosa dei venti.
Fluttuando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo svegliati così vicini.
Avrei potuto vivere in un altro regno,
in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo riso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Avrei potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie d’orizzonte
indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest’ora
non sarebbero che alberi o pietre.
Non fu ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio, né succederà mai
benché l’eternità getti i suoi dadi
a favore della mia sorte.
Lascia che t’ami fino a quando la terra
continuerà a gravitare al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo d’essere vivi.
Non abbandonarmi finché non si sarà fermata.
Un patto
Sarò porto o riva quando sarai ferita
dalla tua parte come un lume acceso
insonnie e a passi magri verso l’inverno.
Il volto che non riconosciamo più
descriverlo a parole ritorna giovane
e giurare amore sull’unico sangue
un patto che non scompare.
Del resto…
La felicità credo sia soltanto una forma di rassegnazione
La donna nella Storia
È presente al suo pastore, questa bestia
da latte, da sella, da macello.
È presente, dicevo, il fianco appeso al gancio,
alla corda ben tesa e il tormento sta.
Corpo o mente sta
e le mani che si fanno breccia
e la voce tempesta,
che il bene dentro butta all’aria e veglia,
sullo scambio che muta il corpo in merce.
Si negano, poi, i santi continenti e l’angelo
a una donna, in quel blu caduto di Chagall.
Ci si cava dalla bocca la soma,
per eccesso e struggimento,
quando è lei vittima e bestiario
che paga in viso la pena.
Etiopia
Terre turbate dalle guerre –
dai magri amori che scavano lune
nella siccità, passi in rovina
e il fianco che muto porge le costole
alla fame, in cambio di lotte,
di bocche alla zolla, un azzurro vivace
e dell’amore il ricordo o un sonetto
di fiori randagi e di mani sul petto.
Delle domande sul volto,
di questi profughi, parlami.
Uomo che abbaia al vuoto
Cane che morde cane.
Uomo che abbaia al vuoto,
che non conosce il dire,
non conosce il sangue del fare.
Saranno le spalle a piegarsi
per disegnare segni,
impareremo a decifrare
con le dita dei ciechi.
Impareremo ad amare
con le orecchie dei morti.
Non credere di conoscere un estraneo.
Non hai corso nei suoi campi con le nuvole.
Non hai dormito nella sua stalla con i buoi
nel silenzio di calce bianca porta
una ferita invalicabile –
Il senso è dentro questo animale.
È stanco di tempesta.
Brina delle Allodole
Una voce che semina occhi e notti,
una nuvola che dichiara tregua
nel visitare il corpo che indosso,
il passo che affonda
senza guardiani alati.
Non è il chiodo
che da millenni ci crocifigge,
ma l’astro perduto
per un apostrofo anagrafico,
quando il sangue è sempre uguale,
e non chiede di scivolare tra bivacchi
ma alla foce del sole.
Alla linea di donna,
all’anima stessa,
al predicato dei valori,
la visione del mondo conserva
un confine infreddolito,
dove brinano
anche le allodole.
Ho la bocca piena di fiori
Ho strappato dalla bocca un fiore
per fare un rituale
verso il cielo di ardesia
leggendo ogni parola a faccia in su.
Ho poi affondato i denti
nel nuovo riposo di zucchero filato.
Esperimento
Non pensavo che a viso, qui, (a viso, dicevo)
d’essere musa parlante o parola (come musa)
che ti cede e ti tocca.
Musa ostile (e alla luce) a volte o forse sì,
alla nota, là, dove si scrive sulla carne. Sì.
Simile al salto o nell’acqua, simile al salto dicevo
e l’amore (se è giù) ha la rete.
Non mentalizzavo il sensibile
(appena immersa nel latte dell’alba).
Sì ho detto sì o forse no e la mano che ascolta,
quando la vena, la scintilla è poesia. Sì.
Piove ora
Esisto, tra la fine di un attimo e il divenire,
supina nell’attesa, acquiescente alle parole
che scavano a mani nude una ferita intima,
profonda, tra la scogliera e l’onda,
tra l’istinto e il blu che affiora nell’amore.
Sanguino tenerezza, infine.
Piove ora, il silenzio.