Il vuoto della parola

Sentii dire che c’era nell’aria un sasso / e un vuoto
intorno al sasso. Sentii una parola
che dispone il vuoto
intorno al sasso.
Sentii la parola fatua allungarsi nel vuoto: era la mia /
vidi il braccio lanciare il sasso sulla parola,
vidi le sue pesanti rotondità
protendersi
nel vuoto.
[Nel vuoto
si sta come il mio gatto a sera, dentro
la sua piccola fossa].
E io: giaccio / gioco
e attizzo piedi in avanti
di tutta un’illusione /
smuovo la brace, soffio un incendio intorno
al sasso / al vuoto. Ma la fine
si ribella alla mia cronaca: il sasso
precipita,
come precipita il vuoto
della parola.

Cerchi completi

E tutto riemerge, immanente e fragile
come schegge di maiolica nella rete
tirata su piena di Babele.
E ci si alza,
acqua mista alla marea,
si guarda dentro.
Impariamo la lentezza del setaccio,
nel tempo che ci è dato per discernere –
quest’arte che s’impara esercitando
i sensi quando fluttuano –
richiede tempo.
Soprattutto è raccogliere,
tenere insieme,
e in un secondo momento,
cernere, senza cedere alla fretta
del funzionalismo.
Vale questa regola aurea:
tenere ciò che è vero, vivo,
radicato nell’amore,
al di là della perfezione,
del rumore, dell’apparenza.
Così si forma il focolare,
cerchi completi nella verità del cuore,
circonferenze morbide
nella libertà di accarezzare piano
la testa di un bambino
senza identità, senza spigoli, né angoli,
una mano testimone
che sa distinguere il bene dal superfluo,
l’amore dall’egoismo, la luce dalla zavorra.

L’amore tocca tutti

carica sulle spalle
tutta la tradizione
la poesia
più cara a farsi familiare –
in questo humus mosso dall’amore
sa come fare quercia –
al suo pensiero scava
la terra
a fondo se ha memoria
del solco umido
dove fiorisce la passione
il seme della nascita
nella corrente all’oltre
dell’attesa quando si volta
e guarda
a fasi controluce –
nei fiumi del suo sangue
e riconosce che infine
l’amore tocca tutti

Per tua scelta

Potrebbe essere una vela
con quella polvere antica,
ma è una tenda rammendata.

Sentirsi il margine, o il ventre di una luce,
una diga,
o un argine,
per raggiungere un presente
la cui forma è tua per scelta.

Non una causa unica

I nostri pensieri oscuri,
i nostri desideri
diventano i molteplici nomi
di chi ci ha ucciso.
Quando le cose vanno male
nessuna causa è unica.
Perché non dovremmo temere
il vento, la notte,
l’alzarsi dell’oceano?
Dopotutto, una donna innamorata
è più fatale
di un immenso squalo bianco.

Malinconici

Noi che apriamo i nostri sentimenti,
così malamente, scriviamo poesie per vivere
come tzigani con i loro violini malinconici.
Issiamo i nostri desideri più crudi,
le nostre numerose delusioni.
Voglio guardare nel terriccio i miei alluci
e non parlare, ascoltare qualche passero
che becca sotto la panchina del parco
e pensare che dove è stata abbattuta
una foresta, torneranno frutti selvatici,
come se la terra volesse consolarci.

Il rifiuto sociale

L’origine non è un mistero:
si cresce senza essere abbracciati
per una oscura alchimia
di bullismo infantile,
invisibilità familiare
e tabù culturali sovrapposti.
Si sviluppa una frenesia sentimentale
che trova la sua unica liberazione
nella fantasia di una mostruosa
e sconfinata solitudine.
In presenza rimane un filo d’oro
che attraversa una parola gentile
di questa vitale imperfezione

Abitare l’amore

C’è una porta spalancata nell’aria,
nessuno entra, nessuno esce —
se non un respiro classico,
quasi proverbiale, un odore di caffè,
come se fosse una piccola parabola —
dall’indaco al fondo,
dall’alto al basso,
dall’aria alla materia.
Un movimento verticale che la coscienza esplora
in un ramo sottile che trema nella quiete –
eppure porta un frutto,
troppo grande per sé,
ma lo sostiene come un guerriero.
Non cade, non si spezza,
solo impara l’assonanza del peso.
Sul fondo del bicchiere resta una goccia nera:
è il ricordo che non evapora,
il silenzio che sa di ferro.
Prendilo piano, quel caffè,
come un rito che scalda le mani
e mette in fila i buoni pensieri,
lasciando intuire che abiti l’amore.

La memoria

La vita è un gorgo – penso
duellando con lo specchio –
una coreografia addomesticata
che dà risalto al nulla.
Forse, dalla nascita, la memoria,
è quella luce promessa che richiama
una tinta interiore d’innocenza,
spesso di schiena alla voragine.
Si sente affamata, l’innocenza,
un verso che non porta violenza
ma avanza per colpi e immersioni,
sta segnando il territorio buono
da tutto un altro mondo.

Esplorando

La poesia è come l’acqua: tiene memoria
di ciò che il potere, l’abitudine
e la paura vorrebbero rendere muto.
È un atto morbido di resistenza,
è il luogo dove il senso non obbedisce.
È un organo inutile, la poesia, come l’anima
quando il mondo chiede solo prestazioni.
Dice l’indicibile senza nominarlo,
come fanno gli animali
che non hanno bisogno di concetti.
La poesia non cambia il mondo.
Come l’anima, cambia il modo
in cui un essere umano sta nel mondo.
E a volte basta questo
a spostare una faglia invisibile.

In questa vita

Se potessi essere l’amore,
non sarei un soldato che ha sparato
a una tenda di iuta.
Un bambino si era addormentato lì.
Sarei la tenda che sanguina,
sarei il bambino.
In questa vita, sarei anche il soldato,
sarei una soglia vuota,
l’intero oceano che s’infrange
contemporaneamente.

Nina non capisce il mondo

Nina tiene l’acqua in bocca
come se potesse possedere
qualcosa del suo universo.
Una donna che trattiene l’acqua
diventa diga,
reliquiario,
orbita provvisoria.
L’acqua non è bevuta né sputata:
è sospesa.
C’è un’illusione tenera e feroce:
possedere trattenendo.
Come se l’universo —
che scorre, evapora, sfugge —
potesse fermarsi un istante
obbediente alla lingua,
alla fragile volontà di una donna.
Nina si riempie i palmi
per nutrirsi di ciò che è degno.
Non vuole carne,
non vuole sangue
in bocca.
Conosce per assenza:
non capisce il mondo,
lo sente.
Tiene senza inghiottire,
custodisce senza consumare.
Il suo è un potere silenzioso:
abitare un altro corpo per un po’,
prendere su di sé la malattia,
finché l’attesa decide.
L’acqua non resterà.
L’universo non si possiede.
Ma per un tocco
l’illusione è vera,
e questo basta.
Un istante di dominio gentile
sull’infinito.

Perché sono ancora 

Non mi siedo più sul bordo dei giorni.
Non dondolo nulla.
Se mi sfiori le gambe partono insieme,
come colpi sparati da un soldato in tensione.
Non peso il pane, lo scavo, ci guardo dentro
per trovare me stessa, rannicchiata
al posto della mollica.
Non misuro le ore, mi alzo,
non sono una forma lenta di resa.
Le voglie smettono
di fare la bestia da guardia
che agita gli zoccoli.
Non sedurmi con pasti e cerimonie,
mangio in piedi, con le mani sporche.
Questo corpo desidera aprire le gambe
e bagnare d’oltraggio l’ingiuria
di un popolo affamato,
in questo tempo di lotta continua.
Il cassetto custodisce nastri per vergini,
è vuoto, finalmente inutile.
I giorni non vengono pressati da capriole
ma da mature uova di serpente,
non c’è speranza,
né luoghi lontani che si lascino salvare.
E la luna se ne va sbattendo la porta,
io la seguo, finalmente,
con la sigaretta spenta prima di finirla,
lo stesso universo, oggi, deve essere rapido.
Non voglio l’ombra della rovina che benda
le nostre ossa,
il limite è superato.
Non ascoltano testimoni.
Esco dalla mente polverosa senza soccorso
verso il fiume in piena per annegare
la parte dolorante in me.
I nomi non li annodo, nell’acqua li lascio andare,
Nessuna disfatta,
le molecole non si disperdono,
e quando il peso dei giorni diventa insostenibile,
in questi tempi di polvere da sparo,
lascio le ali di falena e mi immergo
nella vasta cornea di Dio

Apri la mano

Non temere abissi, camminando al buio;
il mistero è vertigine
che interrompe lo scorrere
sincronico del tempo,
è una resistenza che lega;
apri la mano
quando fissi la faccia dell’immenso
e lascia che l’amore si nutra dal tuo palmo,
che i versi si incidano sulla tua brace,
latori di una vile latitanza.

Chi ti salva è una rosa d’inverno

dimmi ー
come hai fatto a entrare.
non c’era porta.
solo un battito incerto tra la soglia e lo sterno.
da dove vengo
tutti hanno una chiave ma nessuno
una casa nel cuore.
le finestre non si aprono
come le bocche
nelle foto segnaletiche.
da dove vengo
si vive chiusi
come un pugno prima della resa.
chi ti salva è una rosa d’inverno —
ma è finito, l’inverno,
e io tiro un sospiro allo specchio
che non restituisce più niente.
forse sei entrato per errore.
forse eri la poesia
o la pistola da piazzare fra gli occhi,
o quei numeri scritti a inchiostro
sul remoto del petto.
oggi potresti essere entrato
e io potrei decidere
che il tuo nome ha il sapore della notte,
scuro come un dramma shakespeariano,
o solo una malinconia.
il vero casolare è nel centro del cuore.
i vasi sanguigni: lampioni
che rischiarano i miei passi.
il mio cuore
è una sirena a kerosene.
un foro, più rosso di una rosa,
uno sguardo famelico
sul petto della mia poesia
dice che non c’è amore
senza un foro d’uscita nel cuore.
come un neonato imbavagliato.
nella stanza accanto
fumano la nostalgia.
la vorrei,
senza nessuno intorno.
perché tu mi struggi come in una tormenta.
forse tu sei me
a guardare gli uccelli
dall’onda del fiume.
forse sei tutti i colori
che non riesco a vedere.
forse io
sono il nero che li tiene insieme.
vieni —
ti dedico la foto-haiku.
a volte mi faccio male
solo per sentire che è ancora mia
questa pelle.
mi chiedo
quando ho smesso di essere ragazza.
di cantarmi
quel piovere alle grondaie.
non c’è una data.
solo una stanchezza.
e mi dico:
vai, scrivi.
spacca, taglia, ricuci.
torna quando vuoi, che qui nella tua stanza
c’è sempre luce accesa.
l’ultimo dio che ho lasciato
ha comprato una pistola, si è pagato da bere,
strappato i miei ricordi.
ma io non ho ricordi, penso.
quando amo: bacio.
quando sono sola:
mi presto tempo
senza legami,
senza ritagli di vecchie foto.
adesso sono entrambe le cose:
innamorata e sola.
una traduzione
che non si può dire
ad alta voce.
non sono ciò che dicono.
tranne quando mi sento così:
l’unica meteora che rischia il buio —
quando la scia divora l’orizzonte
per cucire la presenza,
tutto s’affolla.
non ti fidare:
sono il linguaggio diretto.
sono una sequoia.
l’ombra che ritorna alle labbra.
e questo è il mio esorcismo:
vattene
torna
vattene
torna
vattene –
è il fuoco dentro
che tiene accesa
la mia brace elettrica:
vedova di ciò che ho pregato.