C’è una porta spalancata nell’aria,
nessuno entra, nessuno esce —
se non un respiro classico,
quasi proverbiale, un odore di caffè,
come se fosse una piccola parabola —
dall’indaco al fondo,
dall’alto al basso,
dall’aria alla materia.
Un movimento verticale che la coscienza esplora
in un ramo sottile che trema nella quiete –
eppure porta un frutto,
troppo grande per sé,
ma lo sostiene come un guerriero.
Non cade, non si spezza,
solo impara l’assonanza del peso.
Sul fondo del bicchiere resta una goccia nera:
è il ricordo che non evapora,
il silenzio che sa di ferro.
Prendilo piano, quel caffè,
come un rito che scalda le mani
e mette in fila i buoni pensieri,
lasciando intuire che abiti l’amore.
