L’amore per i figli

Non so
se ho scritto nel cuore
dei miei figli,
e cosa —
come una madre dovrebbe fare.


Non so
se ho inciso almeno un verso
che possa, un giorno, essere spartito.
L’inchiostro della mia lettera
non si secca.

Non so se ho lasciato impronte buone,
tatti, orme, sorrisi,
o solo freddo intorno
o un caldo senso familiare.

Sono caduta spesso
sotto tumuli di terra.
Solo travagli repentini,
ripesco in me dal fondo
visioni incancellabili
che il passato avvolge
nel suo sudario.

L’amore c’era —
nelle mani che stringevano forte.
L’amore c’è —
ora tutto nel ventre;
e le parole ancora cercano nell’aria
una risposta che la mente nasconde
dietro il suo spleen.

Ciò che i miei figli hanno maturato
è un fiore bianco
che non mi deve nulla:
nato da sé,
dove nessun legame
inclina la verticalità del loro crescere.

Un fiore puro
fra piccoli ciottoli,
senza rumori o chiacchiericci,
senza giudizi,
sulle loro rive,
nelle loro navate verticali.

Bella dentro

Vorresti aprire la finestra,
spedire la tua voce in lettere
come un volo di tortore
prima del tramonto,
quando sei così bella.
Le ore scrivono del mondo
ne fanno congetture,
figli, foreste oscure
e tu che ne fai parte
ti senti aliena —
decifri nomi che ti somigliano
ma non ti lasci avvicinare
più di tanto, per la stanchezza
che hai nel cuore.
Sei così bella —
la tua storia respira
quell’aria familiare tanto amata —
armata d’emozioni, odori nuovi
d’amicizie raccontate — esiste
la terra che fiorisce
anche se ha smesso di parlare.



Versi per altre onde

I nomi, l’alone negli specchi,
la sua musica incompleta in ombre sciolte.
È un cerchio d’acqua
che si allarga, il tempo,
così gli universi s’attraggono
nella coscienza.

Resta bello accompagnarti
in queste piccole costellazioni,
in una lettura resta l’amore
come questa nebbia morbida,
una lettera visionaria
trattenuta da uno spago
e qualche fiore.

Il sentimento sui versi per altre onde,
si slega su mappe che tatuano vele
di viaggiatori che non partono mai
e sulle strade che vanno dove vanno,
solo inclinando la memoria
che passa sempre e indugia
forse con un sogno o una rivoluzione.

Un ascolto che sfiora

Ombre umane dilatano il silenzio,
frugano il loro scampolo di vita
come ultimo fagotto di speranza —
sono solo canne al vento:
giunchi selvatici che oscillano
una nenia a un cielo stanco —
e alla mano avara
di questa nostra amara civiltà,
come ossa miti che parlano nel tempo,
chiedono — una memoria nuova —
prima ancora che diventi parola.
Chiedono una bellezza quieta,
che sa rivolgersi al mondo
come ci si rivolge a un animale ferito:
con mani lente,
con un ascolto che sfiora.

Il nero sconfessato

Cattivo ospite,
il nero sconfessato
precipita lontano
e muta — d’oro improvviso —
la rosa del deserto.

Per amare
il giorno non diventa notte
né la notte si traveste di giorno:
si apre soltanto
una vita inedita, un centro,
come una nuova nota
nel vento caldo di una duna.

Il nome non è morte
ma un respiro d’ascesi,
non graffierà la gola,
nessuna tempesta d’aghi
scioglierà gli occhi,
nel loro trasformarsi
senza tradire
la prima impronta.

La scrittura asemica 2



⟡ 〰︎𐄼 𑁍 𓇻 ῀⟢
|⟡⟡ 𐂂〰︎
⟠𓈒 𐤟 ᣟᣟᣟ
⧖ ⟡〰︎𐄼

Questi segni non dicono nulla,
e proprio per questo possono dire tutto:
la mano che trema,
il pensiero che non trova parola,
la luce che attraversa un foglio.
E per accompagnarlo, una cornice lirica, lieve:

“Qui il senso si scioglie,
e resta soltanto il passo del gesto:
una voce senza lingua,
un alfabeto prima del mondo.”

Scrittura Asemica


La scrittura asemica è una creatura bellissima e un po’ sfuggente:

𐄼 ⟠ 𓈒
ᣟ ⧖
⟡ 〰︎〰︎〰︎
𐂂 𓇻
𐑂
⟢ 𐄼
〰︎〰︎ ᣟ
𓈒 ⧖⧖

“Qui il segno è maceria:
non racconta,
non consola.
Trema soltanto
nello spazio dove una casa non c’è più,
dove l’aria sa ancora
il nome di chi manca.”

Quietamente

Spargimi — come ti ho chiesto.
Vedrai la mia cenere scendere dall’alto,
neve d’aprile sul fiore esitante.
Vedrai me, senza l’ingombro della carne,
nella dolcezza viva del distacco,
l’ultima allodola che scivola
nel suo piccolo prato:
il tremore del nuovo inizio.
E guarda la nascita d’una parola,
questa sera, che non assomiglia alle altre.
Conserva il mio lenzuolo,
così a lungo attorcigliato alle caviglie
dei molti risvegli.
Stringi il suo cotone: senti l’umore
quietamente mistico
che ti rimane sulle mani;
senti come brucia — ancora.

Con la stessa uguaglianza

Anche se piena di nomi e di strade,
la solitudine abita.
Cammina tra gli sguardi,
si siede nei bar, si veste di tenerezza.
Quel respiro di brace
che simile all’onda ritorna
porta una lieve frattura nei versi,
come se l’aria stessa
esitasse prima di posarsi.

Del dolore,
per profonda che sia la ferita,
non si parla — come fosse un vuoto d’aria,
una lampada tenue sul tavolo,
o un oggetto morto nel tuo sguardo
rapido nel passare,
nel cancellare i bordi
d’un’ombra,
in cambio di bellezza
e colpi luccicanti.

Ma ciò che resta sul fondo
spacca la mitrale:
calcola il disastro,
le pupille appese al vuoto,
i resti, l’accumulo,
il disfarsi della vita
che avanza,
progressivo.

Si può dire — forse —
che a un certo punto il grido
venga soffocato,
la bocca interrata sotto un biancospino,
così —
che tutto appaia astratto,
e il dolore non pesi più d’un grammo.
(Il peso, poi,
è soltanto un aspetto,
un tremito misurato male.)

L’aria contraria
non toglie il volo agli uccelli.
E noi ci chiudiamo
nel dirsi, nel darsi,
seduti su una crepa di terra,
e non cambia l’immagine,
non muta il destino
d’una morte già in atto,
d’un fatto sbiadito,
d’un sangue seccato
che ancora, in segreto, ci chiama.

Il Tempio

Resto qui —
con quella lieve gratitudine
che somiglia a un lume posto sull’acqua:
non fa rumore, ma illumina
il bordo delle cose.
Dove il corpo è rito, la voce
resta limpida;
dove il sacro non è severo,
l’amore è un atto di conoscenza
che brucia piano.
È una versione
che unisce luce e febbre,
come una liturgia carnale
che ha perso il tempio
ma conserva la fiamma.

The Sound of Silence 🎶

(Brano di Paul Simon)

Ciao oscurità, mio ​​vecchio amico
Hello darkness, my old friend

Sono venuto a parlarti di nuovo
I’ve come to talk with you again

Perché una visione dolcemente strisciante
Because a vision softly creeping

Ha lasciato i suoi semi mentre dormivo
Left its seeds while I was sleeping

E la visione che è stata piantata nel mio cervello
And the vision that was planted in my brain

Resta ancora
Still remains

Nel suono del silenzio
Within the sound of silence
Nei sogni irrequieti, camminavo da solo
In restless dreams, I walked alone

Strade strette di ciottoli
Narrow streets of cobblestone

«Sotto l’alone di un lampione
‘Neath the halo of a street lamp

Ho rivolto il colletto al freddo e all’umidità
I turned my collar to the cold and damp

Quando i miei occhi furono trafitti dal lampo di una luce al neon
When my eyes were stabbed by the flash of a neon light

Ciò ha diviso la notte
That split the night

E toccò il suono del silenzio
And touched the sound of silence
E nella nuda luce, ho visto
And in the naked light, I saw

Diecimila persone, forse di più
Ten thousand people, maybe more

Gente che parla senza parlare
People talking without speaking

Persone che sentono senza ascoltare
People hearing without listening

Persone che scrivono canzoni che le voci non hanno mai condiviso
People writing songs that voices never shared

E nessuno ha osato
And no one dared

Disturbare il suono del silenzio
Disturb the sound of silence
“Stolti”, dissi, “non lo sapete
“Fools” said I, “You do not know

Il silenzio cresce come un cancro
Silence like a cancer grows

Ascolta le mie parole che potrei insegnarti
Hear my words that I might teach you

Prendi le mie braccia affinché io possa raggiungerti”
Take my arms that I might reach you”

Ma le mie parole cadevano come gocce di pioggia silenziose
But my words, like silent raindrops fell

Ed echeggiò nei pozzi del silenzio
And echoed in the wells of silence
E il popolo si inchinò e pregò
And the people bowed and prayed

Al dio neon che hanno creato
To the neon god they made

E il cartello lanciò il suo avvertimento
And the sign flashed out its warning

Nelle parole che si stava formando
In the words that it was forming

Poi il cartello diceva: “Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana
Then the sign said, “The words of the prophets are written on the subway walls

Nelle case popolari”
In tenement halls”

E sussurrò nel suono del silenzio
And whispered in the sound of silence
***
Fonte: Musixmatch
Compositori: Paul Simon

Visionaria

Guardo dal letto, come sempre il soffitto
e la mia stirpe mi batte nelle ossa
come un tamburo che non si spegne
e il mio volto diventa un tramonto muto.
Mia madre corre nei sogni;
io fuggo da una volpe gigante.
Nel McDonald’s illuminato
la fame è un gaslight nello stomaco,
un ratto che scava nella notte.
In Kootenay la polvere regna,
e io cerco ancora un nome per il vuoto.
Non sono del gregge biondo:
sono un gomito che spinge nel mondo.
E continuo a credere
che l’amore possa arrivare senza ferire,
docile come un animale
che finalmente riconosce la mano.

Chissà chi era

Chissà chi era, allora,
a tenere un respiro,
a sentirsi un tetto di paglia;
lo sguardo inutile
sui torti del passato,
quella luce fioca
che toglieva l’ombra,
dove ognuno cerca nell’altro
il proprio suono di ritorno
tra la sponda e il baratro.
Chissà se ora si innamora
come allora, o dalle nevi
bianche degli anni
ha imparato a trasformare
la bassa luce,
in candele fiammeggianti

Autori Top: César Moro

Ritorni nella nube e nel respiro
sopra la città addormentata.
Percuoti la mia finestra sul mare,
la mia finestra sul sole e sulla pioggia,
la mia finestra di nuvole,
la mia finestra di seni sopra frutti aspri,
finestra di spuma e d’ombra,
finestra di mormorio.
Sopra alte maree ritornano i dirupi in delirio
e l’allucinazione esatta della tua fronte.
Sopra alte maree, la tua fronte,
e più lontano, la tua fronte,
e la luna è la tua fronte,
e una barca sul mare,
e le adorabili tartarughe come soli
che popolano il mare,
e le alghe nomadi, e quelle fisse
che sopportano il fragore,
il galoppo delle nuvole persecutorie,
il rumore delle conchiglie,
le lacrime eterne dei coccodrilli,
il passaggio delle balene,
la piena del Nilo,
la polvere faraonica,
l’accumulo dei dati
per calcolare la velocità della crescita
delle unghie nei giovani tigri,
la gravidanza della femmina del tigre,
il salto mattutino dei caimani,
il veleno in coppa d’argento,
le prime impronte umane sul mondo,
il tuo volto, il tuo volto, il tuo volto.
Ritornano come il carapace divino
della tartaruga defunta,
avvolta in luce di neve.
Il fumo ritorna e si addensa
per creare immagini tangibili
della tua presenza senza ritorno.
La carne flagella, la carne ritorna,
non si muove, colpisce
su un tamburo sottilissimo d’alghe,
su un tamburo di raffiche di vento.
Sotto il cielo inerme, vincendo la distanza,
colpisci senza suono.
La fatalità cresce e sputa
fuoco e lava e ombra e fumo
di panoplie e di spade
per fermare il tuo passo.
Chiudo gli occhi
e la tua immagine e somiglianza sono il mondo.
La notte si stende accanto a me
e comincia il dialogo
a cui tu assisti come una lampada votiva,
senza un mormorio,
palpitando e bruciandomi
con una luce tristissima
di oblio e di casa vuota
sotto la tempesta notturna.
Il giorno s’alza invano.
Io appartengo all’ombra
e avvolto nell’ombra giaccio
su un letto di fuoco.

***

“Carapace” è una parola bellissima e dura come la sua casa: è il guscio esterno che protegge alcuni animali — tartarughe, crostacei, scarabei. Nel linguaggio poetico, però, si dilata: diventa una corazza del mondo, la superficie che custodisce ciò che è fragile o sacro dentro. Quando César Moro parla della “carapaça divina da tartaruga defunta”, evoca l’immagine di una protezione cosmica ormai svuotata, un guscio luminoso che conserva ancora la forma del divino, ma non la sua vita. È come dire: resta la forma, non la sostanza; resta la luce, ma senza il corpo che la generava. Un simbolo struggente della sopravvivenza della bellezza anche dopo la fine.

Dove l’amore non si parla

Dobbiamo l’iride alla notte
quando un tumulto d’ipotesi
si sgrana all’immagine
di una umanità di marmo.
Una transumanza millenaria
d’ali adorne di promesse,
di gonfie teorie.

Ma d’amore non si parla,
è come una violenza promessa,
progressiva, un campo di battaglia
sotto un rosso di pioggia.
Della Storia un diaspro di finzione,
talvolta con scheletri
d’eterne domande, di suicidi.

L’amore, la libertà

Avvertire il momento, ascoltare
il richiamo di un cane nella notte —
da quel suono si leva una parola
che non teme la luce,
una sacralità terrestre, inquieta,
dove il dolore si traduce
in gesto, in resistenza.

Assaporate i lenti trasporti d’ottobre,
assaporate la libertà quando dà forma
a tutto il resto —
l’amore è come l’acqua nella sete.

Ora sono qui nei pigmenti dei fiori
a cingermi il capo per fermento d’affetto,
liberando inarrestabili ricordi
di altri anni.

Al sole delle lucertole

L’infinito si alleva con il tempo —
un seme di un sé lontano dall’egotismo,
fiorisce sulla schiena esposta
al sole delle lucertole —
e ad ogni mappa si irradia una tessitura,
che correda il saggio quando tutto
minacciava una resa, l’ennesima frattura,
un non ritorno.