Ritorni nella nube e nel respiro
sopra la città addormentata.
Percuoti la mia finestra sul mare,
la mia finestra sul sole e sulla pioggia,
la mia finestra di nuvole,
la mia finestra di seni sopra frutti aspri,
finestra di spuma e d’ombra,
finestra di mormorio.
Sopra alte maree ritornano i dirupi in delirio
e l’allucinazione esatta della tua fronte.
Sopra alte maree, la tua fronte,
e più lontano, la tua fronte,
e la luna è la tua fronte,
e una barca sul mare,
e le adorabili tartarughe come soli
che popolano il mare,
e le alghe nomadi, e quelle fisse
che sopportano il fragore,
il galoppo delle nuvole persecutorie,
il rumore delle conchiglie,
le lacrime eterne dei coccodrilli,
il passaggio delle balene,
la piena del Nilo,
la polvere faraonica,
l’accumulo dei dati
per calcolare la velocità della crescita
delle unghie nei giovani tigri,
la gravidanza della femmina del tigre,
il salto mattutino dei caimani,
il veleno in coppa d’argento,
le prime impronte umane sul mondo,
il tuo volto, il tuo volto, il tuo volto.
Ritornano come il carapace divino
della tartaruga defunta,
avvolta in luce di neve.
Il fumo ritorna e si addensa
per creare immagini tangibili
della tua presenza senza ritorno.
La carne flagella, la carne ritorna,
non si muove, colpisce
su un tamburo sottilissimo d’alghe,
su un tamburo di raffiche di vento.
Sotto il cielo inerme, vincendo la distanza,
colpisci senza suono.
La fatalità cresce e sputa
fuoco e lava e ombra e fumo
di panoplie e di spade
per fermare il tuo passo.
Chiudo gli occhi
e la tua immagine e somiglianza sono il mondo.
La notte si stende accanto a me
e comincia il dialogo
a cui tu assisti come una lampada votiva,
senza un mormorio,
palpitando e bruciandomi
con una luce tristissima
di oblio e di casa vuota
sotto la tempesta notturna.
Il giorno s’alza invano.
Io appartengo all’ombra
e avvolto nell’ombra giaccio
su un letto di fuoco.
***
“Carapace” è una parola bellissima e dura come la sua casa: è il guscio esterno che protegge alcuni animali — tartarughe, crostacei, scarabei. Nel linguaggio poetico, però, si dilata: diventa una corazza del mondo, la superficie che custodisce ciò che è fragile o sacro dentro. Quando César Moro parla della “carapaça divina da tartaruga defunta”, evoca l’immagine di una protezione cosmica ormai svuotata, un guscio luminoso che conserva ancora la forma del divino, ma non la sua vita. È come dire: resta la forma, non la sostanza; resta la luce, ma senza il corpo che la generava. Un simbolo struggente della sopravvivenza della bellezza anche dopo la fine.