Ombre umane dilatano il silenzio,
frugano il loro scampolo di vita
come ultimo fagotto di speranza —
sono solo canne al vento:
giunchi selvatici che oscillano
una nenia a un cielo stanco —
e alla mano avara
di questa nostra amara civiltà,
come ossa miti che parlano nel tempo,
chiedono — una memoria nuova —
prima ancora che diventi parola.
Chiedono una bellezza quieta,
che sa rivolgersi al mondo
come ci si rivolge a un animale ferito:
con mani lente,
con un ascolto che sfiora.