E dopo i germogli dell’ultima luce,
da porte e finestre si apre l’attesa,
quell’attesa dismessa dicevo,
come un vecchio vestito palustre,
che donava ai miei occhi un marese di neve.
(Erano tue le tracce,
sulle quali morivo
e le labbra
tremavano
gli eterni silenzi.
Sarai tu, per cent’anni,
i sentieri la sera.
Il mio canto sarai tu, la nuvola alta,
in un vento dilatato dagli stormi.
Archivio mensile:Gennaio 2026
A Mario, mio fratello
Era tutto amore, calore, mani leggere.
Il neonato credeva che la vita
fosse una bocca larga
dipinta sul volto della madre.
Era quasi biblico.
Pare inoltre che i capezzoli
contenessero caramelle.
I gesti rimangono dentro più a lungo
come qualcuno così piccolo.
Il suo respiro è sfuggito di mano
dopo solo poche ore.
L’amore
L’amore ha la potenza dell’aria
che rientra nei polmoni dopo l’apnea,
non salva perché è grande,
salva perché è necessario.
È quella navata che alza le guglie, l’amore.
Può avere la tenerezza di una soglia:
non spinge in avanti, non trascina indietro,
permette il passaggio.
Quella soglia che ci tiene insieme
quando tutto tende alla dispersione.
Ha fatto fiorire bocche aride, l’amore,
non è una sigaretta mezza bruciata.
È ciò che ci impedisce
di sbriciolarci
in ruoli, stazioni, solitudini incompatibili.
È la bella quiete dentro i tuoi occhi
dopo la brace di costole irrequiete.
Se deve essere salvezza, l’amore
soffia sulle onde
una legge segreta
che rallenta il collasso,
Un braccio appoggiato alla schiena
un’eco di splendore tiene il cuore
senza nominarlo,
l’amore muta spoglie barocche
in Cattedrali.
Terra, è terra
Bella signora terra, ci affacciamo,
per mostrare la nostra tana,
simile a un sondino nello spirito inquieto.
Nomi diffusi dagli echi
di umani dolori e solitudini.
Echi distorti da una terra di brughiera.
Vi siamo legati per le viscere
e il cordone ombelicale è l’amore
per questa libera pangea.
Essere nella tempesta del mare
e dire «terra, è terra» col cuore dolorante
che dà una storia e la trattiene,
a volte, per niente medicata.
Sono semplice parola
Ero l’albero dove incidere un nome,
ora si contano gli anelli del tronco.
E sarò quel ricordo eternamente disturbato
da vizi e vuoti,
chiamata a raccolta dai detriti,
io che sono semplice parola,
io che per gli occhi non sono solo carne,
o scorie di fotografie.
L’infezione è la guerra è la guerra
L’infezione è la guerra, la guerra.
Siamo così vicini alla scomparsa.
La lingua si velluta
mentre tratta la tenerezza,
il cuore è legato da un laccio emostatico
quando si ama,
per non sentirci cadere
e cadere e cadere.
È tutto ciò che resta, dopo il filo spinato.
Il cuore ci tiene uniti,
va oltre i movimenti di lingue.
Vicini a una sepsi nata
da un fruscio di foglie,
fredda, umida, fredda fredda,
come una granata a mano, esplosivi,
molotov, benzina
e il nostro sasso di Davide.
Sarà educata, educata, diranno,
devi solo chiudere gli occhi
come fosse una banda di ottoni.
L’infezione è la guerra, è la guerra.
(Ricorderò la cascata al rallentatore,
o la bellezza della tua bocca confinata).
Versi che tracciano vie
Cerca il suo yoga –
canta sotto la doccia, da quando ha capito
come salvare il mondo:
versi che tracciano vie per renderlo uno.
Eppure questa mattina scrive duellando
con l’urlo triste, su come tutto faccia male.
Lascia libere le pagine: parole per i lupi,
o i suoi scarabocchi ai margini –
le stesse pozze d’inchiostro
le affida al colore del sangue.
Catturare un’esperienza
con parole che salvino il mondo,
questo è il messaggio: – nessuno è mai solo –
La bocca le dice: – l’aldilà è del colore
di un cerbiatto –
Tutto torna e la luna è sempre affamata.
Il dono di sé
È ancora possibile il dono di sé?
sussurra il vento fra le fessure
di una città di vetro e cemento,
dove il sangue si fa prezzo
e il gesto pesa come un debito.
Dare, senza chiedere,
riemerge dai solchi antichi
dove mani callose
non contavano monete,
ma semi,
e il grano bastava al giorno.
Il dono trema, oggi, nella vetrina,
si specchia nell’ossessione del profitto,
si fa maschera di potere,
un gioco di scambi
dove anche l’amore si misura
a interessi composti.
Quale mondo dovremmo sognare,
per restituire all’offerta il suo fuoco?
Un mondo dove le mani tornano nude,
senza cassa né bilancia,
dove il pane spezzato non è contratto
ma sacrificio,
e il gesto si consuma
nel suo essere puro.
Forse nelle pieghe di una favela,
nelle danze senza ritmo d’un villaggio,
vive ancora un’economia del cuore,
dove il dare è canto,
e l’accumulo un’offesa.
Tra i neon e i grattacieli, qui,
tra i muri che separano,
e i fili che stringono,
dove nascondere un sogno così?
Non c’è immaginario per l’innocenza,
non c’è parola per il dono
in un lessico che conta
solo vittorie e conquiste.
Se un giorno il cielo si spaccasse,
e dalle crepe piovessero
fiori
non venduti,
mani alzate,
occhi che non chiedono,
forse sapremmo ancora ricordare
che donare è il più umano degli atti,
è spogliarsi del peso, è libertà.
La sua sincerità
Ha bruciato sandalo nella notte,
il suo desiderio
era una mano sulla bocca,
che le impedisse di respirare; imparare
nell’asfissia come identificare
una gentilezza.
Si è vista accanto a pile di parole
senza un cenno per un bicchiere d’acqua,
parole secche come le piante del giardino;
ha sorriso, nemmeno il suo gatto
sapeva riconoscerla.
Si è vista accanto a pile di parole
come un lavandino pieno di piatti.
Anche l’empatia si strappa le ossa,
implorando d’essere affollata.
Sorride ma è a testa bassa,
è difficile confondere la sua sincerità
Non sei ancora
Cosa c’è di meno vero dei fiori finti?
Un bel paio di sorrisi sulla felicità?
O un amico che decide i tratti
della tua personalità ad occhi bendati?
È come se aspettassi di sentire il mio nome,
in una piccola roccia o trovarmi
finalmente cristallizzata,
nella resina su qualche albero
dove il tempo è stato perso.
Eppure continuo a setacciare dal magma
il mio nome. Nemmeno questo m’appartiene.
Nacque da una disgrazia.
Il mio vero nome è in attesa da qualche parte,
ti trafigge dentro, con i volti
di quelli che non possono chiamarti
e ti ricordi chi sei
e perché non sei ancora.
Una donna
Scrive fino alla fine del viaggio
di vecchi stracci in poesia,
d’intonaco al sole e nuove esperienze.
La testa si fa filo e cruna,
un volo di Icaro,
in petto un’ostia secca prende colore;
resta da dire che s’accende
ogni stasi sanguigna.
Una donna con le ali di cera,
un avanzo di dolce tossina,
un fantasma con gli occhi a bottone.
Lei fumerà la sua felicità e tu la odierai,
per non aver saputo fumare la tua.
La bocca vuota
Con quanta impazienza accoglie l’abbraccio
divinamente barocco. La bocca vuota
come fondina senza pistola.
Un silenzio sotto una ribellione levantina.
Tu dagli la luce
e penserà alla zizzania notturna.
Dagli l’amaca sensuale della luna
ma tieni per te, incastrata nella carne,
l’animosa sfacciataggine dell’amore.
La sincerità è nella schiena dritta
Si vive in un mondo di like,
di quei like da allevamento;
l’uomo è in trance nelle terre promesse
e quei vecchi ragazzi ubriachi di potere.
La mia postura rimane
quella di un lampione.
La mia schiena ha una spina nel fianco,
Flavio, quando piangi, o un nido
d’api e miele
nascosto ai tuoi occhi.
La mia schiena è un lungo fiume
in piena sulla tua sponda, Pat, ma l’aria
è in ostaggio, ero solo una barca
senza gomena; la tua infelicità
ha annegato anche me.
La poesia è la nostra petroliera
È la nostra petroliera la poesia,
“come inutilità necessaria”
scriveva Montale.
La morte della moralità
contamina la bocca, gli adepti
di un usurpatore
comprano il nostro ossigeno,
ci lasceranno l’aria
con il sapore della cenere
useranno la pace per lo sforzo bellico.
Abbiamo raggiunto l’alienazione
alimentata dal nostro pietoso miagolio
alle caviglie di un sistema politico
malato, seguito da un mare
di discepoli.
Scriviamo:
ci mettiamo l’annegamento delle masse,
le fosse colme di cadaverini,
e nelle petroliere la poesia,
assaporiamo poi il processo:
il sangue che sgorga, come macchia rossa
sulla nostra dignità.
L’essere umano
Sintomatico nell’essere umano
è che appare così solo
a posteriori; generalmente schiaffeggiato
dalla mortalità, assume un tono isolato
quando necessario.
La costanza del presentimento,
che già siamo stati qui,
non è solo visione; la domanda
allatta un clandestino tipo di ordine:
vuole qualcosa
di diverso dal mondo.
Scrivere da qualche parte
Le parole ce le scambieremo
come fossero merce di contrabbando:
la mia faccia su ogni social,
per ricordarti che sarò ancora qui,
a scrivere nel buio
quel poco che so, per ricordare
come si parla senza una lingua,
che non hanno ancora comprato
Il cuore è affondato
I sogni, sono profeti malati d’amore
e futuri sfortunati —
animali appiattiti nell’erba,
mordono i polsi e dove l’atrio cardiaco
si torce, finché non rimangono
che lame di facciata —
a ferire s’avvitano a una prima luce quotidiana.
Lì fugge lo scheletro affranto,
si fa pietra la lepre, si acquatta
sul muro di fondo.
Il cuore è affondato —
represso, da falsi concetti.
Le voci lontane
Le voci lontane, i feticci di penna, i richiami;
quella nebbia tossica come l’inferno.
Un intreccio di nomi, di incomprensioni,
di chiodi sui palmi al fottuto mondo;
la gente sembra scritta sui muri con lo spray.
Le braccia diventano pali di recinzione,
la mia schiena sputata dalla porta di un blog,
tanta acqua ghiacciata al rallentatore
e parole sciamane, parole, un serraglio da portare.
L’amore è il vetro che ho rotto da bambina.
Nessuna pace a riposare il sangue.
Volevo sentirmi un curioso infinito
o una bocca con il caldo del caffè.
Volevo solo toccare il cielo.
Un segreto
Forse, le mie parole sono per i vivi,
ai morenti che rimangono appesi
alla loro costellazione,
ai cicli di vita, come fili del telefono,
ai caldi porti senza onde agitate,
non so scrivere quale medicina.
Dirò a un eventuale interrogazione
che la poesia è un relitto segreto,
affonda ma continua a parlare,
un segreto che in ogni cosa
può tracciare la pelle.