Autori Top: Mentre gira la terra

Eugenio Montejo (Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008) è considerato uno dei più importanti poeti venezuelani della seconda metà del XX° secolo.

***

Lascia che t’ami mentre gira la terra
e gli astri inchinino i loro crani azzurri
sulla rosa dei venti.
Fluttuando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo svegliati così vicini.
Avrei potuto vivere in un altro regno,
in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo riso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Avrei potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie d’orizzonte
indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest’ora
non sarebbero che alberi o pietre.
Non fu ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio, né succederà mai
benché l’eternità getti i suoi dadi
a favore della mia sorte.
Lascia che t’ami fino a quando la terra
continuerà a gravitare al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo d’essere vivi.
Non abbandonarmi finché non si sarà fermata.

The Sound of Silence 🎶

(Brano di Paul Simon)

Ciao oscurità, mio ​​vecchio amico
Hello darkness, my old friend

Sono venuto a parlarti di nuovo
I’ve come to talk with you again

Perché una visione dolcemente strisciante
Because a vision softly creeping

Ha lasciato i suoi semi mentre dormivo
Left its seeds while I was sleeping

E la visione che è stata piantata nel mio cervello
And the vision that was planted in my brain

Resta ancora
Still remains

Nel suono del silenzio
Within the sound of silence
Nei sogni irrequieti, camminavo da solo
In restless dreams, I walked alone

Strade strette di ciottoli
Narrow streets of cobblestone

«Sotto l’alone di un lampione
‘Neath the halo of a street lamp

Ho rivolto il colletto al freddo e all’umidità
I turned my collar to the cold and damp

Quando i miei occhi furono trafitti dal lampo di una luce al neon
When my eyes were stabbed by the flash of a neon light

Ciò ha diviso la notte
That split the night

E toccò il suono del silenzio
And touched the sound of silence
E nella nuda luce, ho visto
And in the naked light, I saw

Diecimila persone, forse di più
Ten thousand people, maybe more

Gente che parla senza parlare
People talking without speaking

Persone che sentono senza ascoltare
People hearing without listening

Persone che scrivono canzoni che le voci non hanno mai condiviso
People writing songs that voices never shared

E nessuno ha osato
And no one dared

Disturbare il suono del silenzio
Disturb the sound of silence
“Stolti”, dissi, “non lo sapete
“Fools” said I, “You do not know

Il silenzio cresce come un cancro
Silence like a cancer grows

Ascolta le mie parole che potrei insegnarti
Hear my words that I might teach you

Prendi le mie braccia affinché io possa raggiungerti”
Take my arms that I might reach you”

Ma le mie parole cadevano come gocce di pioggia silenziose
But my words, like silent raindrops fell

Ed echeggiò nei pozzi del silenzio
And echoed in the wells of silence
E il popolo si inchinò e pregò
And the people bowed and prayed

Al dio neon che hanno creato
To the neon god they made

E il cartello lanciò il suo avvertimento
And the sign flashed out its warning

Nelle parole che si stava formando
In the words that it was forming

Poi il cartello diceva: “Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana
Then the sign said, “The words of the prophets are written on the subway walls

Nelle case popolari”
In tenement halls”

E sussurrò nel suono del silenzio
And whispered in the sound of silence
***
Fonte: Musixmatch
Compositori: Paul Simon

Autori Top: César Moro

Ritorni nella nube e nel respiro
sopra la città addormentata.
Percuoti la mia finestra sul mare,
la mia finestra sul sole e sulla pioggia,
la mia finestra di nuvole,
la mia finestra di seni sopra frutti aspri,
finestra di spuma e d’ombra,
finestra di mormorio.
Sopra alte maree ritornano i dirupi in delirio
e l’allucinazione esatta della tua fronte.
Sopra alte maree, la tua fronte,
e più lontano, la tua fronte,
e la luna è la tua fronte,
e una barca sul mare,
e le adorabili tartarughe come soli
che popolano il mare,
e le alghe nomadi, e quelle fisse
che sopportano il fragore,
il galoppo delle nuvole persecutorie,
il rumore delle conchiglie,
le lacrime eterne dei coccodrilli,
il passaggio delle balene,
la piena del Nilo,
la polvere faraonica,
l’accumulo dei dati
per calcolare la velocità della crescita
delle unghie nei giovani tigri,
la gravidanza della femmina del tigre,
il salto mattutino dei caimani,
il veleno in coppa d’argento,
le prime impronte umane sul mondo,
il tuo volto, il tuo volto, il tuo volto.
Ritornano come il carapace divino
della tartaruga defunta,
avvolta in luce di neve.
Il fumo ritorna e si addensa
per creare immagini tangibili
della tua presenza senza ritorno.
La carne flagella, la carne ritorna,
non si muove, colpisce
su un tamburo sottilissimo d’alghe,
su un tamburo di raffiche di vento.
Sotto il cielo inerme, vincendo la distanza,
colpisci senza suono.
La fatalità cresce e sputa
fuoco e lava e ombra e fumo
di panoplie e di spade
per fermare il tuo passo.
Chiudo gli occhi
e la tua immagine e somiglianza sono il mondo.
La notte si stende accanto a me
e comincia il dialogo
a cui tu assisti come una lampada votiva,
senza un mormorio,
palpitando e bruciandomi
con una luce tristissima
di oblio e di casa vuota
sotto la tempesta notturna.
Il giorno s’alza invano.
Io appartengo all’ombra
e avvolto nell’ombra giaccio
su un letto di fuoco.

***

“Carapace” è una parola bellissima e dura come la sua casa: è il guscio esterno che protegge alcuni animali — tartarughe, crostacei, scarabei. Nel linguaggio poetico, però, si dilata: diventa una corazza del mondo, la superficie che custodisce ciò che è fragile o sacro dentro. Quando César Moro parla della “carapaça divina da tartaruga defunta”, evoca l’immagine di una protezione cosmica ormai svuotata, un guscio luminoso che conserva ancora la forma del divino, ma non la sua vita. È come dire: resta la forma, non la sostanza; resta la luce, ma senza il corpo che la generava. Un simbolo struggente della sopravvivenza della bellezza anche dopo la fine.