La Galatea

«Amore e desiderio sono due cose diverse; non tutto ciò che si ama si desidera, né tutto ciò che si desidera si ama».
*La Galatea* 1585, Miguel de Cervantes.

È il primo romanzo dello scrittore spagnolo, definito “hermosa” dallo stesso autore. Racconta le vicende dei pastori Elicio ed Erastro che corteggiano la bella Galatea, rappresentante dell’indipendenza e virtù. L’opera si inserisce nel genere pastorale rinascimentale, influenzato dal neoplatonismo.

Ernest Hemingway

“Il nostro distanziamento dalle persone non significa odio né cambiamento. L’isolamento è la patria delle anime stanche”

Nella solitudine siamo la verità

“Ogni essere umano porta dentro di sé due voci, una delle quali gli sussurra la verità nuda, e l’altra gli falsifica la realtà affinché possa sopportarla. Quante volte ci siamo guardati allo specchio e abbiamo visto soltanto il nostro volto, mentre le nostre anime erano dietro il vetro, a guardarci con occhi vuoti? Hai mai provato a rimanere in completo silenzio, ascoltando i tuoi pensieri mentre scorrono senza restrizioni? È terrificante. L’uomo non sopporta di confrontarsi con se stesso, per questo riempie la sua vita di rumore, di lavoro, di conversazioni vuote, di stupefacenti, di qualsiasi cosa che lo faccia sfuggire alla domanda che lo perseguita sempre: Perché sono qui? Cosa mi tiene in movimento? Forse la risposta non è cercare, ma smettere di fuggire”

Fiódor Dostoevskij

Poetry | Nnadi Samuel

The Language of Kernels, A Hard Nut to Crack
(Non l’ho tradotta per non mancare di rispetto alla sua poetica)



I let Ma know over a voice call, in one of our many lessons on the mother tongue,
that something keeps wanting to snatch her from my jaw.
the effort of which, recycles itself in the many generations of Blacks here.

the dead of Nat Turner ransacking the mouth hole of Henry Box Brown—
whose gloved hands reaches for me. a suffering named in the contemporary:
linguistic Mamacide. Creole, scraped out from both sides of my maw.

all trauma begins by killing the wet parlance of a black body,
wetting the killed body of a black parlance.
it begins with the migrant choosing to dance in the wet of rain over,
rehearsing a white lie for his audience.

you chasing after snow, how many sounds have you rehearsed today?
my mother repeats this question for the umpteenth time,
ignorant of what the word “race” can mean when it’s not referring to a tribe.

I respond with my recent body count instead, in a bid to distract.
yet, she sets aside the vernacular of my body to talk about
the more pressing need of dialect. ignorant again, of where to draw
the line between the physical flesh & the killed body of black parlance.

between a language for the bedroom & the one to be rehearsed with a white accent.
between what accent has gifted her son, & taken back in return.
& I, overwhelmed by these juxtapositions, my migrant body craving for a dance,
voice-mailed a friend to inquire if it’s raining on her own side of town.

she calls back, wet with a pressing need like a language I want to learn.
how many missed calls have you rehearsed today?
she asked, knowing my paranoia with words,
aware of how I can remain stuck in the door of my body

with several plea raining inside of my mouth:
all the calm it takes to kill a mother tongue.
do I wet on myself when placed side-by-side with a foreign language.
does the piss unmake me, make me human?

these questions remain all washed up in my head like after-rain smell.
& say I don’t bring it to pass, it won’t manifest in reality on the body—
comfortable with that migrant stink, musty as petrichor.
the question has something to do with Urinal bowls & a swelled bladder,

something about a writer submitting his plans to move countries,
& his family urinates on the jaw that blurts out the idea.
the story ends in piss, clear as white noise coming from an airplane.
joy sucks up all my voice from the journey.

the water dressed in the urinal bowl too, a kind of trip.
this arrived town, where one uses a restroom & people inspect the emiction for black stain.
a gardener once told me to swear that I do not shave outside of the artwork that is my
house, & I stood like an upside down letter V to micturate on the spot.

anyone would wish the foul-smelling substance damages the grass.
if nothing else, a hedgehog will see the barrenness in it
& make an O with the spade of its mouth: this too, a kind of urinal.

a hole is a well dug afterthought, easy to curl into,
& stay snatching the language of kernels from your mouth.

rain falls & it feels like the pouring of sand: a hole covering.
the burying alive of a self that lays down—drenched in sound.

Autori Top: Mentre gira la terra

Eugenio Montejo (Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008) è considerato uno dei più importanti poeti venezuelani della seconda metà del XX° secolo.

***

Lascia che t’ami mentre gira la terra
e gli astri inchinino i loro crani azzurri
sulla rosa dei venti.
Fluttuando, a bordo di questo giorno
nel quale per caso, per un istante,
ci siamo svegliati così vicini.
Avrei potuto vivere in un altro regno,
in un altro mondo,
a molte leghe dalle tue mani, dal tuo riso,
su un pianeta remoto, irraggiungibile.
Avrei potuto nascere secoli fa
quando non esistevi in nulla
e nelle mie ansie d’orizzonte
indovinarti in sogni di futuro,
ma le mie ossa a quest’ora
non sarebbero che alberi o pietre.
Non fu ieri né domani, in un altro tempo,
in un altro spazio, né succederà mai
benché l’eternità getti i suoi dadi
a favore della mia sorte.
Lascia che t’ami fino a quando la terra
continuerà a gravitare al ritmo dei suoi astri
e ad ogni istante ci stupisca
questo fragile miracolo d’essere vivi.
Non abbandonarmi finché non si sarà fermata.

The Sound of Silence 🎶

(Brano di Paul Simon)

Ciao oscurità, mio ​​vecchio amico
Hello darkness, my old friend

Sono venuto a parlarti di nuovo
I’ve come to talk with you again

Perché una visione dolcemente strisciante
Because a vision softly creeping

Ha lasciato i suoi semi mentre dormivo
Left its seeds while I was sleeping

E la visione che è stata piantata nel mio cervello
And the vision that was planted in my brain

Resta ancora
Still remains

Nel suono del silenzio
Within the sound of silence
Nei sogni irrequieti, camminavo da solo
In restless dreams, I walked alone

Strade strette di ciottoli
Narrow streets of cobblestone

«Sotto l’alone di un lampione
‘Neath the halo of a street lamp

Ho rivolto il colletto al freddo e all’umidità
I turned my collar to the cold and damp

Quando i miei occhi furono trafitti dal lampo di una luce al neon
When my eyes were stabbed by the flash of a neon light

Ciò ha diviso la notte
That split the night

E toccò il suono del silenzio
And touched the sound of silence
E nella nuda luce, ho visto
And in the naked light, I saw

Diecimila persone, forse di più
Ten thousand people, maybe more

Gente che parla senza parlare
People talking without speaking

Persone che sentono senza ascoltare
People hearing without listening

Persone che scrivono canzoni che le voci non hanno mai condiviso
People writing songs that voices never shared

E nessuno ha osato
And no one dared

Disturbare il suono del silenzio
Disturb the sound of silence
“Stolti”, dissi, “non lo sapete
“Fools” said I, “You do not know

Il silenzio cresce come un cancro
Silence like a cancer grows

Ascolta le mie parole che potrei insegnarti
Hear my words that I might teach you

Prendi le mie braccia affinché io possa raggiungerti”
Take my arms that I might reach you”

Ma le mie parole cadevano come gocce di pioggia silenziose
But my words, like silent raindrops fell

Ed echeggiò nei pozzi del silenzio
And echoed in the wells of silence
E il popolo si inchinò e pregò
And the people bowed and prayed

Al dio neon che hanno creato
To the neon god they made

E il cartello lanciò il suo avvertimento
And the sign flashed out its warning

Nelle parole che si stava formando
In the words that it was forming

Poi il cartello diceva: “Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana
Then the sign said, “The words of the prophets are written on the subway walls

Nelle case popolari”
In tenement halls”

E sussurrò nel suono del silenzio
And whispered in the sound of silence
***
Fonte: Musixmatch
Compositori: Paul Simon

Autori Top: César Moro

Ritorni nella nube e nel respiro
sopra la città addormentata.
Percuoti la mia finestra sul mare,
la mia finestra sul sole e sulla pioggia,
la mia finestra di nuvole,
la mia finestra di seni sopra frutti aspri,
finestra di spuma e d’ombra,
finestra di mormorio.
Sopra alte maree ritornano i dirupi in delirio
e l’allucinazione esatta della tua fronte.
Sopra alte maree, la tua fronte,
e più lontano, la tua fronte,
e la luna è la tua fronte,
e una barca sul mare,
e le adorabili tartarughe come soli
che popolano il mare,
e le alghe nomadi, e quelle fisse
che sopportano il fragore,
il galoppo delle nuvole persecutorie,
il rumore delle conchiglie,
le lacrime eterne dei coccodrilli,
il passaggio delle balene,
la piena del Nilo,
la polvere faraonica,
l’accumulo dei dati
per calcolare la velocità della crescita
delle unghie nei giovani tigri,
la gravidanza della femmina del tigre,
il salto mattutino dei caimani,
il veleno in coppa d’argento,
le prime impronte umane sul mondo,
il tuo volto, il tuo volto, il tuo volto.
Ritornano come il carapace divino
della tartaruga defunta,
avvolta in luce di neve.
Il fumo ritorna e si addensa
per creare immagini tangibili
della tua presenza senza ritorno.
La carne flagella, la carne ritorna,
non si muove, colpisce
su un tamburo sottilissimo d’alghe,
su un tamburo di raffiche di vento.
Sotto il cielo inerme, vincendo la distanza,
colpisci senza suono.
La fatalità cresce e sputa
fuoco e lava e ombra e fumo
di panoplie e di spade
per fermare il tuo passo.
Chiudo gli occhi
e la tua immagine e somiglianza sono il mondo.
La notte si stende accanto a me
e comincia il dialogo
a cui tu assisti come una lampada votiva,
senza un mormorio,
palpitando e bruciandomi
con una luce tristissima
di oblio e di casa vuota
sotto la tempesta notturna.
Il giorno s’alza invano.
Io appartengo all’ombra
e avvolto nell’ombra giaccio
su un letto di fuoco.

***

“Carapace” è una parola bellissima e dura come la sua casa: è il guscio esterno che protegge alcuni animali — tartarughe, crostacei, scarabei. Nel linguaggio poetico, però, si dilata: diventa una corazza del mondo, la superficie che custodisce ciò che è fragile o sacro dentro. Quando César Moro parla della “carapaça divina da tartaruga defunta”, evoca l’immagine di una protezione cosmica ormai svuotata, un guscio luminoso che conserva ancora la forma del divino, ma non la sua vita. È come dire: resta la forma, non la sostanza; resta la luce, ma senza il corpo che la generava. Un simbolo struggente della sopravvivenza della bellezza anche dopo la fine.