Ecco mi vedi? Sono allo scoperto.
La parola brilla sull’assenza,
porta alla luce il nascosto dell’animo,
ottenebrato da fame affamante.
Cos’altro posso essere,
se non quella somiglianza
che entra nella vita per amare.
Allarga il campo visivo,
oltre il punto cieco
dell’incondizionato,
entra nella morte senza timori,
guardala in faccia ed esci
con l’impronta divina dell’umano.
Dissomigliati se vuoi ritrovarti.
Ogni volta che accogliamo l’altro
veniamo fuori, allo scoperto, siamo noi,
il compimento, il mosaico
nella radura di un nuovo inizio:
una esigenza immortale.
Archivio mensile:Marzo 2026
Prima di volare via
Noi che dilatiamo il nostro petto
così incautamente, sciocchi,
confusi da clacson e nicotina.
Strilliamo il nostro affanno
a qualche vetro chiuso, a un’ombra
che non ha mai sputato sangue al tuono,
alla notte, all’oceano.
Noi che sogniamo soltanto
di diventare migliori
sbagliando i modi,
girando in tondo per trovare forse
la nostra ragione.
Basterebbe partecipare al funerale
del nostro strepitio,
basterebbe affacciarci alla finestra,
innamorarci di un’amarillide rossa,
ma richiede molta luce
e premure morbide.
Che resti almeno un nome
per le ore solitarie, prima di volare via.

La prova del vivere
Te lo dice il silenzio quando devi partire.
Come il vento alla schiena, ti spinge
ad andartene per vicoli stretti,
dove tutto sussurra e si deve conoscere.
Il mistero, l’amore, la prova del vivere,
dialogare con il dolore, abbracciando
il proprio corpo, le emozioni e le esperienze,
trovare il senso più profondo.
Il silenzio sussurra
come fosse al tuo fianco.
L’uomo intero
L’uomo intero riconosce il suo spirito.
Le ossa pagheranno il loro debito antico
ma la vita rigenera e riabilita,
ritornando al suo percorso.
Non siamo una cosa morta,
quando facciamo verità
senza farci sconti.
Il mondo
non è uno spazio di dominio.
Siamo un cammino
che da dentro germoglia
anche i sassi.
L’impronta di questa forza
la troviamo nella natura
che nulla in se stessa distrugge.
I rami secchi sono di quell’umanità
che ha riempito il mondo
di spazzatura,
non a caso è una figura che appare
nel momento più basso
di una relazione contro natura
come la guerra, o il ciarlare del possesso,
è ragioniera di un credito
che nessuno ha mai contratto.

Pittura di Alex Russell Flint
Gli inverni dell’ego
Stanno scompigliando le reti delle loro routine,
eppure si limitano alla ripetizione del gesto
che non germoglia: l’amore non si stipa
nella taverna dell’io, l’amore viene donato.
L’abitudine è la nebbia dell’entusiasmo,
mentre la vita preme addosso
un palmo
senza ossigeno.
È il lato oscuro della pietà popolare,
un certo affanno che pone ai margini la società,
con quella sorta di cecità che non gemma.
Si dovrebbe innervare la logica del dono di sé,
la vera relazione si fonda sul passaggio
dell’io e del tu in un nodo di una rete più ampia.
Non il freddo
che separa-scartando. Non gli inverni dell’ego.
La coscienza è l’osservatore consapevole.

Pittura di Alex Russell Flint
La traduzione del silenzio
Vorrei il nome di un fiume,
per sentirmi nella forma dell’acqua.
E la voce che porta alla luce
le profondità come punto di origine;
la traduzione del silenzio, la quiete,
la bocca nuda ricolma di fiori.
Vorrei assistere alla mia fioritura
sui sogni e le sconfitte;
una fioritura esistenziale
che viene dagli occhi chiusi:
gli occhi non mentono, seguono le note,
come i campanelli alle caviglie.
La guancia dell’infanzia
Conversa sdraiata sul tappeto
con gli animaletti della polvere
e i pesciolini d’argento:
ospiti filiformi
tra le parentesi dei libri
sorprendentemente poetici,
delicati, affascinanti.
Con i piedi piegati
la guancia dell’infanzia
ha una sorta di risposta,
cerca aria profonda
dal suo guscio interiore,
una piccola rivolta
su quale creatura
non sia reale. È così che l’amore
ci scopre sensibili.
Il gesto dell’umiltà
Ogni fede è ossa e respiro.
La fronte si abbassa alla terra:
un tentativo di parlare piano
alla materia che ci ospita.
Quando un corpo si inginocchia
ognuno di noi mappa se stesso,
misura ciò che forma il pensiero.
Il cuore non mente:
sa orientarsi nel buio.
E il nostro corpo disegna
— lentamente —
il gesto dell’umiltà.
***
C’è qualcosa di bello nei testi
che nascono così:
pochi versi,
quasi ossa nude,
eppure dentro passa il respiro
di una domanda antica quanto l’umanità.
La poesia funziona spesso come una piccola sonda:
scende nel terreno del linguaggio
per vedere dove la realtà
diventa mistero.
Porta il corpo dentro il pensiero.
La fronte che scende verso la terra
non è solo un gesto religioso;
è anche un gesto fisico.
L’essere umano piega la colonna vertebrale
e, per un attimo,
ricorda di provenire
dalla stessa polvere che tocca.
In termini scientifici suona quasi buffo:
il calcio delle nostre ossa
viene da stelle esplose miliardi di anni fa.
In un certo senso,
quando la fronte sfiora il suolo,
la materia dell’universo
si inchina a se stessa,
intercetta proprio questa stranezza cosmica:
credere è forse il modo con cui la materia
cosciente prova a parlarsi.
Di tutta la narrazione
La mente che sente s’inchina al silenzio –
contadina del pensiero, semina.
Libera la vita dal travaglio.