Non esiste

Parlavo spesso di un casolare
che taglia i morbidi venti,
cantando dalle bocche rosse delle finestre.
Ne parlavo perché non esiste,
come me, mentre brucio alimentando
la mia lunga ombra, dove ogni cosa
vuol trovare il suo corso.
Mi lavavo i piedi
nelle tracce degli sconosciuti,
credendomi il topo di campagna
in mezzo ai numeri primi.
Poi dissi – mi arrendo a tanto dolore –
ma continuai a camminare
finché diventai i fulmini,
lasciando le mani
sfiorassero il cielo,
restando con occhi fermi sul luccichio.

La mediocrità del presente

Far crescere l’indaco dello spirito
attraverso la cultura:
di frassino le briglie alla vita –
non commuovere, ma con-muovere,
non ornamento, ma orizzonte.
Non l’hype che brilla un giorno,
non il pendant degli eventi,
ma ciò che smuove –
che accende lume e domanda,
che non teme il cortocircuito,
la ferita del dubbio,
la folgorazione dell’impensato.
Non come un cavallo che corre
senza essere guidato.
La cultura come fraternità
non è consumo rapido –
non fast food di concetti,
o strisce di cuoio attaccate al morso,
ma fermentazione lenta,
tempo lungo che trasforma i pensieri in carne
e la carne in pensieri,
la riva delle cose che fiorisce
in un travaso continuo di vita.
Siamo mendicanti di senso, poeti giudicanti,
in lotta con la realtà,
ogni parola una particella
che non conosce ancora l’amore —
pellegrini verso orizzonti mobili,
la nostra indigenza è ricchezza:
da essa nascono geometrie inedite,
architetture capaci di ospitare
la complessità del mondo.
Dire l’atto, la nudità della coscienza,
l’implicazione quando c’è,
pentimenti, fiori, cuori, campanelli,
e si ricomincia senza jolly.
Non arene, ma agoni;
non sintesi facili, ma incontri reali
dove anche l’incomprensione
diventa inizio,
e il conflitto genera fratellanza.
Fraternità:
rivoli di attesa, noi,
ci lasciamo attraversare
non da ideologia consolatoria,
ma esercizio quotidiano
di traduzione tra mondi diversi.

Photography Kasia Derwinska

Poetry | Nnadi Samuel

The Language of Kernels, A Hard Nut to Crack
(Non l’ho tradotta per non mancare di rispetto alla sua poetica)



I let Ma know over a voice call, in one of our many lessons on the mother tongue,
that something keeps wanting to snatch her from my jaw.
the effort of which, recycles itself in the many generations of Blacks here.

the dead of Nat Turner ransacking the mouth hole of Henry Box Brown—
whose gloved hands reaches for me. a suffering named in the contemporary:
linguistic Mamacide. Creole, scraped out from both sides of my maw.

all trauma begins by killing the wet parlance of a black body,
wetting the killed body of a black parlance.
it begins with the migrant choosing to dance in the wet of rain over,
rehearsing a white lie for his audience.

you chasing after snow, how many sounds have you rehearsed today?
my mother repeats this question for the umpteenth time,
ignorant of what the word “race” can mean when it’s not referring to a tribe.

I respond with my recent body count instead, in a bid to distract.
yet, she sets aside the vernacular of my body to talk about
the more pressing need of dialect. ignorant again, of where to draw
the line between the physical flesh & the killed body of black parlance.

between a language for the bedroom & the one to be rehearsed with a white accent.
between what accent has gifted her son, & taken back in return.
& I, overwhelmed by these juxtapositions, my migrant body craving for a dance,
voice-mailed a friend to inquire if it’s raining on her own side of town.

she calls back, wet with a pressing need like a language I want to learn.
how many missed calls have you rehearsed today?
she asked, knowing my paranoia with words,
aware of how I can remain stuck in the door of my body

with several plea raining inside of my mouth:
all the calm it takes to kill a mother tongue.
do I wet on myself when placed side-by-side with a foreign language.
does the piss unmake me, make me human?

these questions remain all washed up in my head like after-rain smell.
& say I don’t bring it to pass, it won’t manifest in reality on the body—
comfortable with that migrant stink, musty as petrichor.
the question has something to do with Urinal bowls & a swelled bladder,

something about a writer submitting his plans to move countries,
& his family urinates on the jaw that blurts out the idea.
the story ends in piss, clear as white noise coming from an airplane.
joy sucks up all my voice from the journey.

the water dressed in the urinal bowl too, a kind of trip.
this arrived town, where one uses a restroom & people inspect the emiction for black stain.
a gardener once told me to swear that I do not shave outside of the artwork that is my
house, & I stood like an upside down letter V to micturate on the spot.

anyone would wish the foul-smelling substance damages the grass.
if nothing else, a hedgehog will see the barrenness in it
& make an O with the spade of its mouth: this too, a kind of urinal.

a hole is a well dug afterthought, easy to curl into,
& stay snatching the language of kernels from your mouth.

rain falls & it feels like the pouring of sand: a hole covering.
the burying alive of a self that lays down—drenched in sound.

Soliloquio

Ho conosciuto una casa dentro di me,
la percezione di trovare una porta in un’emozione,
dove si può dichiarare il silenzio delle parole
quando falliscono,
dove gli spigoli si smussano
e le notti si amano con le luci accese.
Ho conosciuto una casa,
sanguiniamo della stessa speranza,
con quel respiro fragile,
esausto.

Parole di tenerezza

In qualche modo divento un’altra,
più silenziosa, aspettando che il mondo
ritrovi la stabilità.
Mi sento come un faro troppo piccolo,
che non dà luce a sufficienza
quando osserva il mare agitarsi.
Mi sento incapace
di placare ciò che si alza intorno
per distruggere. Non manca l’intuito
non mancano mani create per proteggere,
ma mi sfugge il disegno
costretto a restare incompiuto
mentre qualcosa di invisibile
mi spinge a lottare.
Mi sento come una voce che sale all’aria aperta,
piena d’amore, ancora alla ricerca
di uno spazio sospeso che rallenti
quelle ondate pesanti di malinconia.
Mi siedo in stanze vuote, poco illuminate,
sincronizzando i miei polmoni con il pendolo.
Leggendo, ascoltando,
potrei non prendere tutto alla lettera
potrei finirla con tutte queste medicine,
ripetermi parole di tenerezza
che non vorrei dimenticare
ma infine sono qui nelle ore raccolte
che non ho chiesto.

Laura Makabresku Photography Art

Storie da salvare

Immersa nella folla, scossa da altri passi,
schiene che vogliono conoscere
il massimo della vicinanza.
Incrociare occhi sconosciuti
tradotti dalla coscienza,
è un’esperienza di contatto
che invoca la consapevolezza,
la voglia di fermarsi, di lasciare
una carezza laterale, una connessione
emotiva più stretta
e una forma di cura verso l’altro.
Accende una visione obliqua
che libera la relazione.
Per quanto la metropoli sia una pellicola
con più memoria di storie da salvare,
da liberare rimane solo l’amore,
caduto in bianco e nero, avvolto
in un rapporto circolare.
Quando si può esprimere un legame profondo,
più intimo di un semplice contatto
dove s’accendono singolarmente le attese:
è un fiorire nel caos che umanizza.
È lì che la pace soverchia il frastuono,
si sbilanciano dal vetro, anime,
fino ad appellarsi con fervore a un saluto.
Siamo radicalmente dialogici,
istintivamente commossi
all’irruzione di un noi,
dobbiamo solo osare l’incontro.
Quante pagine potremmo scrivere
sulle fermate alle stazioni, sulla metro
sugli aeroporti!
Ma a noi piace temporeggiare,
vestirci di zone grigie, oscurarci,
tirare la coperta troppo corta sull’ipocrisia.
L’assenza è un nascondiglio precario
e a guarire le ferite occorre un’ospedale da campo.
Oh, mia cara fragilità,
ricuci i miei strappi,
affinché la poetica della mia fine
rimanga leggibile.

Photography by Ryan Weideman

Monologo interiore in uno spazio pubblico

L’amore è un palmo aperto, sanguina a volte
se non dico piano il suo nome.
L’amore non stringe lacci d’intese mondane,
è un filo che tiene insieme le perle
della fratellanza e cuce addosso
il saio del noi.
Che tristezza lo strategismo salottiero,
ossa che di ogni età fanno Morgana,
gli anni muti, volgere in niente il niente.
Per esso il dono donato, il senso
svelato, si controvertono
nell’adagio d’ell’inganno
nell’ironia sulfurea del potere.
E cosa resta?
Con ogni mio sapere solo cenere.

Photographer Art Paul Weiner

Quale infelice paradosso

La vita è questa barca, mai padrona
dell’oceano. Noi guardiamo distratti,
noi guardiamo di fretta. I piccoli
sono invisibili e si smonta l’entusiasmo
spontaneo in un mondo che ci bombarda
di messaggi che legano la felicità
al possesso. L’amore in questo inferno:
quale infelice paradosso.
Un animale in trappola
si stacca la zampa a morsi
pur di liberarsi.
Eppure ogni marginalizzazione
è in antagonismo con un maestro
di realismo: non seduce con promesse
illusorie, non maschera la difficoltà
del percorso. L’ora della decisione,
l’ora in cui non si torna indietro.
Tre volte ritorna la parola volto:
volto in cammino, volto rifiutato.
È il volto che diventa cammino.
L’onestà è il volto che il mondo ignora.
Il mondo ignora l’amore.
Ricordiamo:
c’è un angelo vicino a noi,
che in questo istante vede la faccia di Dio.
Nel coraggio di farsi strada nel dolore,
nell’immensità di un cuore,
la parola impara a bruciare
o si getta nel fuoco?

© Gabriel Guerrero Caroca Photographer

Una tenera ribellione

Possa l’amore dentro di te animare
anche una piccola sillaba.
Una tenera ribellione interiore.
Possa testimoniare sulla silenziosa resistenza
che solo la pace costruisce
dove dimora il dolore.
Fra le rovine c’è sempre un casolare fiorito
e quando il tuo nome verrà chiamato
lascia il coraggio al vento che lo spinge

© Olha Stepanian photographer

L’amore è come fendere il Mar Rosso

L’autunno della vita non assolve a buon mercato.
L’innocenza è nella pelle del bambino,
la parola è nelle fasce del vecchio.
Il pensiero d’amore lo si lascia solo
con la sua corrispondenza solitaria,
chi vi entra disarma la coscienza.
L’amore per l’umanità richiede di immaginare
il dolore altrui che agisce nel cuore
di tutti quelli che l’ascoltano.
L’amore è come fendere il Mar Rosso.
E non si edulcora e non si riduce
a ciarpame, a chiacchiericcio,
quando accade di restare nella folla
per non scegliere,
per affidarsi al vento.