Sant’Agostino

«Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.»

(Confessioni X, 27.38)

Morire a sé stessi

“Sulla croce, il Cristo non subisce passivamente la storia, ma la orienta. Non è una vittima impotente, ma il punto di intersezione in cui la verticalità del divino incontra l’orizzontalità dell’umano.

In questa prospettiva, la sofferenza terrena smette di essere una condanna senza senso e diventa il luogo in cui Dio si fa più vicino all’uomo, condividendone la fragilità.

La croce si trasforma in un canale bidirezionale: l’umanità porta a Dio il proprio limite e il divino riversa sull’umanità la propria grazia, Il flusso d’amore fra umano e divino.

Per accedere a una forma nuova, più autentica ed elevata di sé, è necessario che qualcosa della vecchia forma muoia. Può trattarsi dell’egoismo, di vecchie certezze, o dell’illusione di bastare a sé stessi.

La croce non è la fine, ma la soglia. Diventa il simbolo del coraggio di attraversare il proprio “venerdì santo” (il dolore, la crisi, la spogliazione) per poter approdare alla novità della risurrezione.

È una visione che unisce la cristologia a un’antropologia profonda, dove il sacrificio non è fine a se stesso, ma è la condizione necessaria per la transizione verso una forma nuova dell’essere. La croce non come simbolo di morte, ma come la più radicale affermazione di vita e di trasformazione spirituale”

Inno alla Carità

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

(San Paolo)

Il discernimento

“È il diavolo a lottare con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini” scrive Dostoevskij. Tratta dal romanzo “I fratelli Karamazov”, descrive l’essere umano come il luogo centrale di una scelta spirituale e morale fondamentale.

Le grandi battaglie del mondo si decidono prima di tutto dentro di noi, nelle nostre decisioni quotidiane. Il cuore di ogni persona non è uno spazio neutro. È lo scenario vivo in cui si scontrano forze opposte: il bene e il male non sono idee astratte, ma forze reali che cercano di orientare i nostri pensieri e le nostre azioni.

Né l’agnosticismo, aggiungo io

«Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio.»

(Dalla Lettera di s. Paolo apostolo ai Romani 8, 38-39)

Ada Luz Márquez

"Disse la vecchia guaritrice dell'anima: non fa male la schiena, fa male il carico. Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia. Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia. Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce. Non fa male il fegato, fa male la rabbia. Non fa male il cuore, fa male l'amore.

- Ed è proprio lui, l'amore stesso, che contiene la più potente medicina."

Charles Bukowski

Il giorno passerà e la vita continuerà.
Vinceranno gli stessi,
perderanno i soliti,
e forse, se sei paziente,
se smetti di correre, e ti perdoni,
la vita smetterà di essere quell’autobus
che sfugge proprio
quando arrivi alla fermata.

Siamo un esempio di mimesi

Non riesco più a scrivere, perché tutto è già stato scritto, siamo una mimesi senza sperarlo. Mesi fa, dalla “fratellanza” poetica è stato detto che si “copia”. Nessuno ha pensato alla pericolosità del messaggio. La poesia emerge da profonde letture che ci aiutano a trovare identità, formano e scoprono le nostre ferite, i traumi, le radici, la forza. Niente viene creato dall’uomo, tutto è mimesi, ma “ancora” occorre il capro espiatorio per nascondere questa verità! Direbbe, più o meno, Girard: – quando il pensiero umano, nel tentativo di comprendere il mondo naturale, si libererà dai meccanismi del capro espiatorio, sarà adulto. Se, quando un aereo precipita, ti accontenti di puntare il dito contro un presunto colpevole, è ovvio che altri incidenti accadranno. E prima o poi, non ci saranno più aerei!

Alejandro Jodorowsky

La poesia di Alejandro Jodorowsky esplora l’amore, la guarigione e l’accettazione di sé. Tra i suoi testi più celebri c’è “L’amore adulto”, che descrive il sentimento come un’espansione tra due persone complete e disponibili, libere da bisogni possessivi o dal desiderio di riempire vuoti emotivi.

“L’amore adulto non si cerca,
Non c’è.
Non lo compri.
Non si conquista.
L’amore adulto cresce e si espande
tra due cuori presenti e disponibili.
Ecco un evento magico.
Due persone disponibili
non si trovano per necessità.
Non vengono a coprire nessun posto vacante.
Non sostituiscono nessuno.
Non prendono il posto di qualcuno che c’era prima.
Due anime disponibili si guardano con rispetto e si dicono:
“Tu con te e poi con me.
lo con me e poi con te.”

Indipendenza o Interdipendenza

La metafora della matrioska (o bambola russa) simboleggia l’esistenza di strati concentrici e interconnessi all’interno di un sistema, di un individuo o di un concetto. Più che un semplice giocattolo, esprime l’idea che la realtà e l’identità non sono mai bidimensionali, ma racchiudono molteplici livelli di significato. In pratica la matrioska è organizzata un po’ come il nostro pianeta ma noi ci crediamo “indipendenti”, ci “armiamo”, quando lo stesso pianeta ci parla. Secondo me, usare la matrioska per descrivere la realtà ci ricorda che ogni nostra azione ha un impatto sull’intero sistema concentrico. Riconoscere questa gerarchia di interconnessione è il primo passo per passare da un’ottica di sfruttamento a una di convivenza e rispetto /

Buona domenica

L’anima

Il corpo sa:
conosce la fame, il desiderio,
il dolore, il piacere.
L’anima invece
cerca qualcosa che non riesce mai
ad afferrare del tutto.