Muri

È triste non poter volare, per portare
di respiro in respiro
l’infinito dalle acque
oltre quei vuoti:
il desiderio di proteggerci
come fossimo quel fiore sradicato
che è un seme di luci, soltanto.

Di Orione è la caccia.
Non è oggetto scagliato il silenzio:
nel profondo esiste la parola
a volte scritta con la calce appena fatta,
ancora instabile. Un muro
risuona di buio, di oscura sommossa.

Che poi la relazione è in Dio stesso,
la fiducia, l’essenza della comunione.
Un orlo di battaglia improvvisata
gira allo stesso modo, il bene è compreso
in relazione al male, ma l’amore,
l’amore lo sa e scava rispetto.
Non esiste imitazione.

Benedetta Pietà

L’amore si sparge per fiorire nella pietà —
Silenziosa presenza sottile commuove gli animi.
La compassione è una goccia d’acqua sul fiore
che collega ogni momento al successivo:
non può essere avvertita
attraverso una percezione ordinaria.

Ciò che appare falso è forse
una presenza delicata
con un respiro profondo, leggero
dal profumo di betulla
o una sfumatura che sfugge
imitando le ali dell’allodola
a uno sguardo corrotto dal timore.

E ora m’interrompo io —
attraverso la semplice osservazione
della vita quotidiana.
La fine di ogni pensiero, la scomparsa
di ogni identità, l’eclissi dell’io stesso alla ricerca
di un deserto nel deserto.
Esisto nell’invisibile, dove le cose più vere amano
con coscienza, sempre presente nella semplicità.

Una questione d’eternità

Forse sono io ma c’era un tempo
che respirava sulle acque – prima –
di conoscere me stessa. Mi auguro
un altro tempo, quando sarò il mio dopo
nel corpo e nel mondo.
È solo una questione d’eternità:
ti moltiplica come i pani e i pesci
senza giudicarti, indifesa e raccolta sulla resa.
Non è sopravvivenza.
Si prova ancora meraviglia.

Quel tuo sguardo di fame

Le mani nel cappotto, la schiena,
l’incarnazione fra le braccia,
dentro la cifra mistica, stretta stretta,
senza alcun grido.

Trovarsi in questa sosta per baciare
e baciare, che poi si fa profumo
anche il deserto, per la reciproca lotta e così via…
e la felicità, da non dimenticare la felicità
nel corpo della relazione,
tanto da tracciare confini di letto,
una sponda salvifica, fra l’altro molto tua:
essere qualcuno dentro
l’altro, non uno qualunque,
in questo angolo sei tu che togli la terra
dai miei occhi magrissimi,
quando rimango seduta immobile,
in mezzo al freddo, perché mi basta stare,
se esisto in una intuizione, con aria
da bambina, col timbro di voce
e un’espressione adatta.

C’è una figura sola, dentro,
che mi ascolta e dice: – siamo la neve –
ecco la risposta: siamo la neve pura
quando riflessi nell’occhio dell’altro. –

Quel tuo sguardo di fame.
Ti si darebbe Dio senza confessione.

Una panchina

all’inizio la pace – la cornice
l’ho tolta a tutti i giorni,
ai posti fissi, agli oggetti lasciati –
ho tolto i chiodi ai muri, le maniglie serrate,
quel senso di muffa nella testa.

la mia nuova fiamma è una panchina.
la dimora si apre dentro l’aria,
nelle cose rimaste a bisbigliare
parole docili
tutte alla bocca.

E si ritorna

Il vuoto esprime un peso al volo,
una frenesia d’ali,
un pensiero laterale,
come la storia di una donna che disegna
la sua fine in ronzii di suture metalliche.

Frazioni semplici, ma dolorose –
era il sangue, erano le metastasi, i tratti surreali,
una muta di biancheria
e le stelle sulla pelle, le eco metafisiche,
gli squarci e poi più su,
dove la luce non muore.

Ma si ritorna, accade che si rimane, a scaglie
e una magrezza d’occhi sempre più grande
che lo spazio abita.

Di quel niente che passa

Come saranno i miei occhi, accesi da un fuoco lontano
di piccole lampade rosse e dopo aver perso tutto
quello che non ricordo, come saranno i miei occhi
se non colmi di nenie infantili: occhi stanchi, come vecchi palazzi
crollati in un tempo di maggio, ho freddo,
lo sguardo, famelico a tratti rabbioso.
I miei occhi, palazzi d’inverno, un dolore felpato
o solo un’acerba tragedia.
Nemmeno le rose, Maria? Maria
Maria, sono stanca di un monologo ricco di buio.
Maria, l’unica meteora che rischiara i miei passi.
La notte svolerà dal cielo senza rose?
Madre, madre rispondi!
Rispondi, più bianca di questa rosa seminata da un corvo.
Non fosse per le braccia d’un uomo
me ne andrei a guardare gli uccelli dal fondo del fiume.
Ancora una volta, di sapore notturno, quelli scuri
come i drammi di shakespeare,
che volano via, lontano dai cieli, che filano
vento di morte.
Tuttavia non vorrei avere niente, di quel niente che passa,
se non a piccoli pezzi il ricordo di un cuore,
per potermi nutrire tremando
anche dopo il passaggio.

Di Henry Scott Holland anche se attribuita a Sant’Agostino

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

Ti ho conosciuto

Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato.
– Geremia 1,5