Fermenti oscuri

Da Confessioni. 1. 1 Libro secondo.

Voglio ricordare il mio sudicio passato e le devastazioni della carne nella mia anima non perché le ami, ma per amare te, Dio mio. Per amore del tuo amore m’induco a tanto, a ripercorrere le vie dei miei gravi delitti. Vorrei sentire nell’amarezza del mio ripensamento la tua dolcezza, o dolcezza non fallace, dolcezza felice e sicura, che mi ricomponi dopo il dissipamento ove mi lacerai a brano a brano. Separandomi da te, dall’unità, svanii nel molteplice quando, durante l’adolescenza, fui riarso dalla brama di saziarmi delle cose più basse e non ebbi ritegno a imbestialirmi in diversi e tenebrosi amori. La mia bella forma si deturpò e divenni putrido marciume ai tuoi occhi, mentre piacevo a me stesso e desideravo piacere agli occhi degli uomini.

Sant’Agostino

Sant’Agostino

«Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.»

(Confessioni X, 27.38)

INFO (ma de che…

Volete sapere, in realtà, perché vi trovate cancellati all’improvviso? Non essendo su wp.com ma su wp.org (che è un’altra piattaforma) per comunicare attraverso il reader ho installato un plugin di wp.com che, mio malgrado, fa il padrone di casa. I commenti, i like, gli iscritti li gestisce lui. Se mi rifiuto e lo elimino mi cancella tutto il sopracitato.
Altre spiegazioni ve le risparmio. Sarebbero troppe perché non è mai come sembra e il mondo virtuale è una trappola dove anche un sì sì, no no, viene frainteso.

Ciò non toglie la responsabilità che ho, causa il mio brutto carattere, verso la vostra serenità.

Saluti, mi preparo per l’ospedale.

I fili – la trama –

Sanno che tendi a nasconderti.
Ne conoscono il sapore.

Forse un giorno smetterai
di raccogliere il mondo in frammenti
e inizierai a vedere i fili
che da sempre li attraversano.

Allora la trama della realtà
si mostrerà diversa.

La presenza silenziosa
non ha nome.

Viene prima del pensiero,
prima della parola,
prima di ogni tentativo di comprendere.

Riconoscerla
è come tornare a casa.

Come risvegliarsi
in un luogo che non abbiamo mai lasciato,
ma che il rumore dei giorni
aveva coperto.

E forse ciò che chiamiamo amore
è proprio questo riconoscersi
dentro una relazione più grande.

Nulla è soltanto se stesso.

Un fiore non è solo un fiore:
porta con sé la pioggia,
la terra,
il sole,
il tempo.

Porta ciò che lo ha toccato
e ciò che lo ha reso possibile.

Forse anche noi siamo così:
non isole,
ma intrecci.

La mente vorrebbe trattenere,
separare,
dare un nome alle cose.

Eppure, sotto tutto questo,
c’è uno spazio.

Un vuoto che non manca di nulla,
perché non è assenza.

È lo spazio in cui
i pensieri appaiono
e poi scompaiono,
come increspature sull’acqua.

Lì la quiete non è immobilità.

È ascolto.

È rimanere abbastanza vicini alla vita
da sentirne il movimento
senza doverlo fermare.

Una quiete che osserva,
sente,
comprende.

E quando inizi a vedere la rete,
quando smetti di cercare un luogo separato
in cui stare,
anche il modo di camminare nel mondo cambia.

La distanza si fa più sottile.

Ciò che sembrava altro
diventa vicino.

Non perché i confini scompaiano,
ma perché finalmente
ne vediamo i fili.

E forse la presenza è proprio questo:

abitare il mondo
senza sentirsi separati da esso.

***
dipinto: olio su tela di Nadine Spaggiari

Quando

Quando ci sentiremo a casa?
Quando la gente smetterà di segnalarci
come i volti contrassegnati
da triangoli di pericolo?

Ci aspettano giorni di gazzelle, 
vagoniletto sugli alberi
dove smarrire le mani sugli occhi
sbocciati e sporchi di blu
e del blu l’identità che non è
qualcosa di evidente o rumoroso ma c’è
un’ipotesi che il pensiero sia un’allodola
col suo volo sospeso fra le mani di Dio
come sua sposa.

Morire a sé stessi

“Sulla croce, il Cristo non subisce passivamente la storia, ma la orienta. Non è una vittima impotente, ma il punto di intersezione in cui la verticalità del divino incontra l’orizzontalità dell’umano.

In questa prospettiva, la sofferenza terrena smette di essere una condanna senza senso e diventa il luogo in cui Dio si fa più vicino all’uomo, condividendone la fragilità.

La croce si trasforma in un canale bidirezionale: l’umanità porta a Dio il proprio limite e il divino riversa sull’umanità la propria grazia, Il flusso d’amore fra umano e divino.

Per accedere a una forma nuova, più autentica ed elevata di sé, è necessario che qualcosa della vecchia forma muoia. Può trattarsi dell’egoismo, di vecchie certezze, o dell’illusione di bastare a sé stessi.

La croce non è la fine, ma la soglia. Diventa il simbolo del coraggio di attraversare il proprio “venerdì santo” (il dolore, la crisi, la spogliazione) per poter approdare alla novità della risurrezione.

È una visione che unisce la cristologia a un’antropologia profonda, dove il sacrificio non è fine a se stesso, ma è la condizione necessaria per la transizione verso una forma nuova dell’essere. La croce non come simbolo di morte, ma come la più radicale affermazione di vita e di trasformazione spirituale”

Inno alla Carità

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

(San Paolo)

Per sempre

Ciò che rimane è la fede la speranza e la carità,
scrive san Paolo.

La fede e la speranza avranno compimento nella visione di Dio, mentre la carità non avrà mai fine, poiché Dio stesso è amore e continua a vivere per sempre nell’eternità.

L’unione

Se allora il dialogo non nasce dal nulla
l’unione assume un significato profondo
anche se il flusso viene ostacolato
dalla chiacchiera e il fiume disseccato
dall’incomprensione.
Per me tutto ha un senso in questo mondo
seppure diviso da un cortile di pietra
o tra i corpi di fabbrica
finché non ci si lascia fiorire nell’altro
anche se di calce diversa.
Il freddo lacero nella parola
rapido come un fulmine
si accumula a inaridire le ossa
o quando va bene, legato in modo fisso
alle proprie abitudini.
Se non passa l’amore dalla cruna
destinata a dare aria e luce
al respiro interno, al passaggio ignoto
sarà una dolorosa negazione a lasciare
molte piaghe.

Come suprema bellezza

“In quell’alba di consapevolezza
in cui la materia cercava la forma
e la forma cercava Dio
”

La forma visibile dell’Idea.
La proporzione come segno dell’eternità.

“La Pietà non è una semplice scena di dolore materno: è un manifesto teologico sul mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. In essa si concentrano i principali temi del pensiero cristiano rinascimentale: la discesa di Dio nella carne, il sacrificio come suprema bellezza, la compassione come via alla salvezza.

L’equilibrio tra i due corpi — il Cristo morto e la Vergine viva — simboleggia la dualità tra umanità e divinità. Maria, nel suo volto sereno e assorto, non piange: contempla. È consapevole della resurrezione imminente. La sua giovinezza eterna non rappresenta un artificio estetico, ma una scelta teologica: colei che genera Dio non conosce corruzione”.

(Da: La Pietà del Michelangelo) Qui

Si dice si pensa si fa

Soggetti, pensieri, ruoli, intuizioni: una vita
intrappolata in un flusso continuo di parole vuote.
Ci si adegua passivamente al senso comune,
all’imitazione, alla voluttà – all’intimità nel fango –
sradicando l’autenticità.
Si apre alla vista una stanza
completamente deformata dalla chiacchiera.
Idee ed esperienze travisate, falsate
in modo consapevole, sia il senso, sia l’aspetto.
“Si dice”, “si pensa”, “si fa”, l’individuo
viene cancellato dall’essenza del linguaggio,
dalla propria verità interiore.
Perde il fiore la parola, diventa un guscio vuoto
passato di mano in mano,
nella deiezione del quotidiano.

“Je est un autre”

[Di Lucio Brandodoro]
Da Qui

Non eroi, né santi. 

Nessuno che possa sbandierare con sicumera la propria identità, sbattendola in faccia a chi, con umiltà, ricerca affannosamente un proprio modo di essere.

“Nessuno di noi vive per se stesso”. 

Il poeta lo coglie e lo intuisce. Rimbaud lo aveva scritto: “Je est un autre”, “Io è un altro”.

Parole dette, parole scritte, prima e dopo e durante le crisi di una umanità troppo grande per bastare a se stessa. “Je est un autre” è più che una crisi di identità. È un’affermazione che fonda l’identità su terreni che non ci appartengono, che abbevera l’identità a sorgenti che non governiamo, che apre l’identità ad infiniti che ci abitano.

Chi può dire “Io” se non a partire dal “volto” dell’altro? neanche Dio può. Neanche Dio si comprende come Dio se non nel suo essere Padre. E “padre” è termine relazionale che si comprende solo a partire dal Tu del figlio. 

“Nessuno vive per se stesso”. Né a causa di se stesso, né avendo se stesso come fine. 

“Se viviamo, viviamo per il Signore”. È solo nell’altro la radice della consapevolezza di sé. Nell’altro, il principio di realtà che diventa coscienza. 

Non è forse questo quello che chiamiamo amore? 

Sì, perché amore non è cercare nell’altro un se stesso che manca; non è desiderare ardentemente di impossessarsi dell’immagine di sé che l’altro mi rinvia. Se così fosse, saremmo ancora e sempre vittime del narcisismo esistenziale che naturalmente ci contraddistingue. L’altro non è uno specchio. L’altro è il luogo del mistero originario in cui è la sorgente di me, sorgente che non mi appartiene. 

La mia identità, ciò che propriamente fa di me me stesso, è a partire dalla consapevolezza dell’alterità. Io sono io a partire dall’apparire del “volto” dell’altro, un tu, che mi interpella e continuamente mi provoca, non alla ricerca di sovrumane armonie dialogiche, ma ad abitare le distanze, per fecondarle. 

Vivere “per il Signore” non risponde ad afflati mistici alienanti, fonda invece la mia esistenza su una alterità che continuamente mi viene riproposta come desiderio che nutre aperture inimmaginabili per chi si illude di potersi autofondare. 

Non c’è fusione fra me e l’altro. C’è, al contrario, spazio vitale; spazio in cui accade l’identità, che non potrà fare a meno dell’altro per pensarsi come autonoma. In questo spazio, fra me e l’altro, non in me o semplicemente nell’altro, risiede la possibilità, di dire “Io”, senza violenza, senza uccidere, senza negazioni o sopraffazioni. 

In questa identità non si risiede, con la stabilità che non conosce vacillamenti, ma si diviene, con il desiderio accogliente e continuamente inquietante. L’altro non è minaccia all’integrità identitaria, ne è criterio e senso, ne costituisce apertura e fecondità. 

Chi può dirsi straniero? Chi può tracciare e difendere confini? Come continuare ad ignorare e a calpestare diritti e dignità? Quale forza sarà più forte della debolezza dell’amore?

Nuova idea di convivenza umana, nuova idea di giustizia, nuova idea di pace.

“Nessuno di  noi vive per se stesso”

La caduta

Quando il mattino è buio, preso
dai suoi conflitti, scacciato
come l’io che mi rincorre
simile a un capotreno: — la fatica
di afferrare la propria identità
o un ideale che nel mondo
cambia continuamente,
la fatica di piacere alla gente
o a una parte di sé molto in ombra
che non si riesce a raggiungere.
Spesso l’io quando rincorre
cerca solo attenzione
o un chiarimento fiorito
che non ci siamo ancora concessi.
Mi sento sola, profondamente,
in mezzo alla gente, soprattutto.
La stanza del continuo giudizio
una corsa stanca sui binari a sera
l’effetto di un inseguimento
da cui è difficile liberarsi.
La vertigine che provo è travolgente
nella delusione cerco le grandi altezze
per poi vivermi la caduta
per sempre, in solitudine.

Il discernimento

“È il diavolo a lottare con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini” scrive Dostoevskij. Tratta dal romanzo “I fratelli Karamazov”, descrive l’essere umano come il luogo centrale di una scelta spirituale e morale fondamentale.

Le grandi battaglie del mondo si decidono prima di tutto dentro di noi, nelle nostre decisioni quotidiane. Il cuore di ogni persona non è uno spazio neutro. È lo scenario vivo in cui si scontrano forze opposte: il bene e il male non sono idee astratte, ma forze reali che cercano di orientare i nostri pensieri e le nostre azioni.

Muri

È triste non poter volare, per portare
di respiro in respiro
l’infinito dalle acque
oltre quei vuoti:
il desiderio di proteggerci
come fossimo quel fiore sradicato
che è un seme di luci, soltanto.

Di Orione è la caccia.
Non è oggetto scagliato il silenzio:
nel profondo esiste la parola
a volte scritta con la calce appena fatta,
ancora instabile. Un muro
risuona di buio, di oscura sommossa.

Che poi la relazione è in Dio stesso,
la fiducia, l’essenza della comunione.
Un orlo di battaglia improvvisata
gira allo stesso modo, il bene è compreso
in relazione al male, ma l’amore,
l’amore lo sa e scava rispetto.
Non esiste imitazione.

Benedetta Pietà

L’amore si sparge per fiorire nella pietà —
Silenziosa presenza sottile commuove gli animi.
La compassione è una goccia d’acqua sul fiore
che collega ogni momento al successivo:
non può essere avvertita
attraverso una percezione ordinaria.

Ciò che appare falso è forse
una presenza delicata
con un respiro profondo, leggero
dal profumo di betulla
o una sfumatura che sfugge
imitando le ali dell’allodola
a uno sguardo corrotto dal timore.

E ora m’interrompo io —
attraverso la semplice osservazione
della vita quotidiana.
La fine di ogni pensiero, la scomparsa
di ogni identità, l’eclissi dell’io stesso alla ricerca
di un deserto nel deserto.
Esisto nell’invisibile, dove le cose più vere amano
con coscienza, sempre presente nella semplicità.

Una questione d’eternità

Forse sono io ma c’era un tempo
che respirava sulle acque – prima –
di conoscere me stessa. Mi auguro
un altro tempo, quando sarò il mio dopo
nel corpo e nel mondo.
È solo una questione d’eternità:
ti moltiplica come i pani e i pesci
senza giudicarti, indifesa e raccolta sulla resa.
Non è sopravvivenza.
Si prova ancora meraviglia.

Quel tuo sguardo di fame

Le mani nel cappotto, la schiena,
l’incarnazione fra le braccia,
dentro la cifra mistica, stretta stretta,
senza alcun grido.

Trovarsi in questa sosta per baciare
e baciare, che poi si fa profumo
anche il deserto, per la reciproca lotta e così via…
e la felicità, da non dimenticare la felicità
nel corpo della relazione,
tanto da tracciare confini di letto,
una sponda salvifica, fra l’altro molto tua:
essere qualcuno dentro
l’altro, non uno qualunque,
in questo angolo sei tu che togli la terra
dai miei occhi magrissimi,
quando rimango seduta immobile,
in mezzo al freddo, perché mi basta stare,
se esisto in una intuizione, con aria
da bambina, col timbro di voce
e un’espressione adatta.

C’è una figura sola, dentro,
che mi ascolta e dice: – siamo la neve –
ecco la risposta: siamo la neve pura
quando riflessi nell’occhio dell’altro. –

Quel tuo sguardo di fame.
Ti si darebbe Dio senza confessione.

Una panchina

all’inizio la pace – la cornice
l’ho tolta a tutti i giorni,
ai posti fissi, agli oggetti lasciati –
ho tolto i chiodi ai muri, le maniglie serrate,
quel senso di muffa nella testa.

la mia nuova fiamma è una panchina.
la dimora si apre dentro l’aria,
nelle cose rimaste a bisbigliare
parole docili
tutte alla bocca.

E si ritorna

Il vuoto esprime un peso al volo,
una frenesia d’ali,
un pensiero laterale,
come la storia di una donna che disegna
la sua fine in ronzii di suture metalliche.

Frazioni semplici, ma dolorose –
era il sangue, erano le metastasi, i tratti surreali,
una muta di biancheria
e le stelle sulla pelle, le eco metafisiche,
gli squarci e poi più su,
dove la luce non muore.

Ma si ritorna, accade che si rimane, a scaglie
e una magrezza d’occhi sempre più grande
che lo spazio abita.

Di quel niente che passa

Come saranno i miei occhi, accesi da un fuoco lontano
di piccole lampade rosse e dopo aver perso tutto
quello che non ricordo, come saranno i miei occhi
se non colmi di nenie infantili: occhi stanchi, come vecchi palazzi
crollati in un tempo di maggio, ho freddo,
lo sguardo, famelico a tratti rabbioso.
I miei occhi, palazzi d’inverno, un dolore felpato
o solo un’acerba tragedia.
Nemmeno le rose, Maria? Maria
Maria, sono stanca di un monologo ricco di buio.
Maria, l’unica meteora che rischiara i miei passi.
La notte svolerà dal cielo senza rose?
Madre, madre rispondi!
Rispondi, più bianca di questa rosa seminata da un corvo.
Non fosse per le braccia d’un uomo
me ne andrei a guardare gli uccelli dal fondo del fiume.
Ancora una volta, di sapore notturno, quelli scuri
come i drammi di shakespeare,
che volano via, lontano dai cieli, che filano
vento di morte.
Tuttavia non vorrei avere niente, di quel niente che passa,
se non a piccoli pezzi il ricordo di un cuore,
per potermi nutrire tremando
anche dopo il passaggio.

Di Henry Scott Holland anche se attribuita a Sant’Agostino

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

Ti ho conosciuto

Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato.
– Geremia 1,5