Come saranno i miei occhi, accesi da un fuoco lontano
di piccole lampade rosse e dopo aver perso tutto
quello che non ricordo, come saranno i miei occhi
se non colmi di nenie infantili: occhi stanchi, come vecchi palazzi
crollati in un tempo di maggio, ho freddo,
lo sguardo, famelico a tratti rabbioso.
I miei occhi, palazzi d’inverno, un dolore felpato
o solo un’acerba tragedia.
Nemmeno le rose, Maria? Maria
Maria, sono stanca di un monologo ricco di buio.
Maria, l’unica meteora che rischiara i miei passi.
La notte svolerà dal cielo senza rose?
Madre, madre rispondi!
Rispondi, più bianca di questa rosa seminata da un corvo.
Non fosse per le braccia d’un uomo
me ne andrei a guardare gli uccelli dal fondo del fiume.
Ancora una volta, di sapore notturno, quelli scuri
come i drammi di shakespeare,
che volano via, lontano dai cieli, che filano
vento di morte.
Tuttavia non vorrei avere niente, di quel niente che passa,
se non a piccoli pezzi il ricordo di un cuore,
per potermi nutrire tremando
anche dopo il passaggio.
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