Voglio parlarti del sole, amore mio,
che scrive anche oggi ai tuoi occhi
un invito ad essere luce di ragioni,
poiché si possa sempre compiere
il proprio pellegrinaggio.
Oggi mi è caro l’abbandono della routine,
per aprirsi all’ignoto dove i nostri
istinti sopravvivono alla legge disegnata
da una cultura morta,
quella che d’amore affama.
Non credo più nello Stato
Siamo così lontani dagli altri,
la parola aiuto dovrebbe avere il merito,
tenere in tale onore la richiesta,
quando la loro sete è uguale alla nostra.
Sono quelli stranieri che inciampano spesso,
sono quelli da remigrare,
quelli senza un nome nel tg,
quelli a cui sparare,
come a una lattina di birra.
Questo mezzo d’espressione
sazia lo Stato, con il diritto insano
di dividere il mondo, odiando,
mentendo, disprezzando.
L’inconscio
Stiamo in silenzio la notte, sarà un desiderio profondo –
poiché la prima parola verrà dall’inconscio;
tacciamo prima del mattino, pronunciamo un lungo respiro,
poiché la prima parola appartiene alla vita –
come i pensieri interrati che non sappiamo di avere.
La grazia
Gli abbracci si allacciano in tondo
unendo frammenti di distanza
e le bocche tacciono –
il cuore non ha bisogno di parole,
nel silenzio la grazia cresce –
fiorisce ogni santo giorno.
Mentre si guarda la vita sorridere,
il peso della sera,
non separa più le cose da te.
Siamo dove sei
Hai perso la vertigine, amore mio,
anche se indugi, la tua presenza
è immersa nei processi inconsci,
fino alla lesione, priva di lamenti
e se ci sono si frantumano.
Siamo dove sei, a tracciare promesse
dentro specchi e confessioni;
siamo la genesi, dei nostri spiriti.
Lente le ore, sottili,
quando il tempo si sofferma
sulle sillabe arrossendo
come il tiro fa la brace alla sigaretta
Cantico (19/12/2011)
Queste mani, che afferrano i morti in santità,
per abitarne le piaghe, il luccichio, il santo freddo –
e brucia un fuoco, mite, brucia e sanguina,
perché qualcuno molto amato venne
e sanguinò. Fino alla morte.
Un giorno
si andrà poi nella testa
a tacere il tormento, quella voce impastata
in odore di pioggia. L’infanzia lasciata agli altri,
in un tempo che affondava l’asfalto,
come l’ala di un corvo caduto
dal sole.
Mia cara Chiara, assorta e immobile, mio angelo
della custodia, il diluvio lo vuoi alle spalle.
Allora mandami un’arca
riemersa dal battesimo, persino sul marmo
appiccicoso di un bar, o un angolo di strada
bagnato d’urina, una minima soglia, fra topi
e croci, che ceda all’azzurro.
La mia stanza segreta
io, vento esausto sulle notti, tuo soffio ritrovato,
da sempre sospesa fra il dire e il fare,
ora sono qui, a segnare la croce, a scorticare il palmo
scavando quella terra, dove tu plasmi le forme:
quali docili curve, le fisso nuove in te, senza morire.
mia stanza segreta,
letto d’amore, a volte voce muta,
in questo deserto metti la fiamma, a mitrale
schioccante più del cedro,
capace d’ammansire le mie fiere,
e sradica da me ciò che ti spiace:
dallo in pasto a una fossa.
I segni traducono
È amore? Quell’impronta violenta sul cuore?
Nella vita, ho contato i capelli del diavolo,
egli era omicida fin dal principio,
ruggente va in giro cercando chi divorare.
Approda come un viaggiatore
prima del tormento,
innocuo rettile privo di arti.
È amore un campo di trifoglio, sì:
lavora il suolo per renderlo fine
e libero da erbe infestanti.
Il di più, s’arrotola come una sigaretta
nei rantoli della polvere
e il segno è questo azzardo palustre:
– un sasso nello stagno
che smuove le tue acque –
Indossa la buona armatura,
che tutta quella libertà dell’essere
racconta ciò che non è.
Pratica il deserto quando spinto al limite,
parla d’amore, porta l’amore, scrivi l’amore,
sali poi sul monte: i battiti traducono l’eterno
nella tua bellezza, oltre, le tue forze.
Ci si apre senza peso
Ma l’amore non è mai stato
accesso precluso,
mai, la chiusura di una via;
siamo andati dove c’era il silenzio,
oltre, la superficie,
oltre le belle maniere e i giochi facili;
siamo entrati nel midollo delle parole
e sei ancora nel tuo aspetto, mentre pensi
cose che forse ancora non sappiamo:
– come l’altra assapora l’attesa –
e scegliamo di restare nella visione
e di reggere il sole da lontano
anche la notte.
Quiete alla realtà
Sono qui, come fitta,
come pagina scritta, sfacciata,
qui, a dilungarmi sull’immagine
di un amore generoso, capace
di grandezze sconfinate.
Sono qui, che imparo del cuore
la tua lingua, e quel fuoco, lo stesso,
che arriva ad ogni età,
che ci è dato per sconfinare.
Nessun sole o luna o qualcosa
che quieti le tue paure,
le increspature del tramonto
non ti tormentino più con la realtà.
Signora dei cavalli
Rubano il respiro
al ventre degli angeli,
le ombre –
reclamano attenzione,
come puledre, sfondano il recinto –
una punta di me l’ho vista ancora
e si cercava in tondo,
o nel centro stesso del suo essere –
– l’umiltà si perde,
nel momento in cui la si vuole nominare –
la speranza non ha un posto,
– signora dei cavalli –
dove le vie non hanno nome
ma solo un ronzio di fondo.
…
Swan : Lirien : ovvero >>> Nadine
Quando si scorge la remissione
Intima è la parola, quando non cerca consolazione,
come calza di seta, che si venga srotolando alla caviglia –
delinea una lingua che si adagia dolcemente sulle forme
del discorso, svelandone l’armonia –
scrivere, senza compiacersi – il gesto, a scomparire dalle pagine,
e per quanta folla ci sia, dentro si continui a sembrare vuoti.
Esserci, ma in sordina, sull’affocata linea della terra,
come chi di fronte allo specchio,
non vede di sé,
ma dell’altro –
e carità
riveli ai cuori in contumacia
grani d’amore.
In quegli scolatoi dentro i macelli,
l’agnello ancora asperge –
resurrezione non è pestare l’acqua nel mortaio
d’una malinconia che aspetta il buio –
è quando si scorge la remissione
vagabondare trasudamenti di sangue preziosissimo,
dolce fino allo spasimo
che rifiorisce dalle secche di una zolla morta.
…
Swan : ovvero >>> Nadine
Quel rivelarsi delicato
Docile, odorosa brace di cedro,
affonda il mio risveglio rannicchiato
in questo straccetto di pizzo nero –
(vanità lacerata –
a spettri invaghiti, parte dolente)
Così cara quest’ora interminata,
un delicato rivelarsi
(confessioni)
O Theos, che si concede
in quella remissione delle foglie
che danno voce al vento –
nei volti, scarni, sui poveri letti,
anche in chi non crede parola – c’è –
e ai gorgoglii di freddo lungo i muri
cede il suo fuoco.
:
(Swan) : (ovvero : Nadine)
Ho usato tantissimi nomi in poesia.
Ada Luz Márquez
"Disse la vecchia guaritrice dell'anima: non fa male la schiena, fa male il carico. Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia. Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia. Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce. Non fa male il fegato, fa male la rabbia. Non fa male il cuore, fa male l'amore.
- Ed è proprio lui, l'amore stesso, che contiene la più potente medicina."
Charles Bukowski
Il giorno passerà e la vita continuerà.
Vinceranno gli stessi,
perderanno i soliti,
e forse, se sei paziente,
se smetti di correre, e ti perdoni,
la vita smetterà di essere quell’autobus
che sfugge proprio
quando arrivi alla fermata.
Profondità
Come si esce dall’assenza del blu:
un santo avvolto dalla nebbia —
da questo silenzio mortale, incomprensibile,
da bocca e orecchie sanguinanti,
da occhi che adorano, un rachitico albero
che riflette luce e immagine,
in tutta la sua probabile bellezza —
e la nostra piccolezza illuminata
da ciò che rende la distanza
più attraente dell’intimità.
Siamo un esempio di mimesi
Non riesco più a scrivere, perché tutto è già stato scritto, siamo una mimesi senza sperarlo. Mesi fa, dalla “fratellanza” poetica è stato detto che si “copia”. Nessuno ha pensato alla pericolosità del messaggio. La poesia emerge da profonde letture che ci aiutano a trovare identità, formano e scoprono le nostre ferite, i traumi, le radici, la forza. Niente viene creato dall’uomo, tutto è mimesi, ma “ancora” occorre il capro espiatorio per nascondere questa verità! Direbbe, più o meno, Girard: – quando il pensiero umano, nel tentativo di comprendere il mondo naturale, si libererà dai meccanismi del capro espiatorio, sarà adulto. Se, quando un aereo precipita, ti accontenti di puntare il dito contro un presunto colpevole, è ovvio che altri incidenti accadranno. E prima o poi, non ci saranno più aerei!
Alejandro Jodorowsky
La poesia di Alejandro Jodorowsky esplora l’amore, la guarigione e l’accettazione di sé. Tra i suoi testi più celebri c’è “L’amore adulto”, che descrive il sentimento come un’espansione tra due persone complete e disponibili, libere da bisogni possessivi o dal desiderio di riempire vuoti emotivi.
“L’amore adulto non si cerca,
Non c’è.
Non lo compri.
Non si conquista.
L’amore adulto cresce e si espande
tra due cuori presenti e disponibili.
Ecco un evento magico.
Due persone disponibili
non si trovano per necessità.
Non vengono a coprire nessun posto vacante.
Non sostituiscono nessuno.
Non prendono il posto di qualcuno che c’era prima.
Due anime disponibili si guardano con rispetto e si dicono:
“Tu con te e poi con me.
lo con me e poi con te.”
Ci stiamo liberando da una certa forma
È la stessa parabola, amore mio:
terrai la tigre per la coda
a graffiarti e morderti
mentre credi di guardare i suoi occhi.
Nel nostro celebrato umanesimo
la purezza ha il colore
delle proprie intenzioni –
poca la fede nella nostra innocenza
sulla strada della crisi mimetica,
o nella frenesia dei seducenti dialoghi,
fino al momento in cui l’amore,
più polarizzante,
rimarrà vittima di un palcoscenico.
io, che vedo l’agnello apparire
su una corteccia,
fino a trarne bellezza e gravitarvi verso.
