Dentro quel saluto
vive l’augurio
d’una vita ricomposta,
intera di luce.
Senza la tua pace
siamo bestie.
Istante dopo istante
ricevo la tua interezza:
il respiro — Shlama —
carne della mia carne,
soffio che rialza le ossa.
E perché, allora,
continua ad ardere
quell’antica risonanza
contro il fratello?
Perché, pur ricevendo pace,
restiamo capaci
di violenza?
Meditando sull’inganno
L’inganno non è non capire il mistero: è diventare indistinti, vuoti, imitativi, vivere senza una forma interiore propria. Il pericolo non è il dubbio, ma l’assenza di essere.
La poesia ci invita a riconoscerci
Noi eravamo qui, siamo già passati
da qui: a inciampare, a cadere,
ridotti a sepoltura dalla fame,
dall’assedio.
E in questo sangue ci siamo ritrovati —
abbiamo pianto —
abbiamo raccolto le ossa —
siamo venuti alla luce come un uragano.
E saremo un sole che avvolge la terra,
noi, con tutte le schiere della speranza.
Noi benedetti, nel nome della Pace
e della forza:
oggetto del nostro cantico,
guida dei deboli attraverso la sorte.
Non siamo sterili: concepiremo
progetti d’amore, legami di sangue —
porteremo il nostro spirito
in una patria fiorita,
e ci riconosceremo nella stessa luce.
Il rinnovamento
Uscito dall’orbita della propria storia,
l’uomo ha smesso di riconoscersi.
Vi sono fiumane di silenzi che custodiscono
un margine gravido d’amore, che attende
solo di essere riconosciuto.
Sostare nell’esausto, svuotato dalla vita,
quel sentimento fragile che non va salvato,
va abitato incondizionatamente.
È lì la voce che parlerà dell’unità comunionale.
Il rinnovamento non viene dalla pienezza
ma dalla mancanza.
Le difficoltà del cammino, il pianto
che emerge, si confida oltre
il cosmetico derma incipriato.
È una fiaccola che incede
verso la verità, un punto
dove il silenzio rende palpitante la parola
Non vedere il tramonto come forma di congedo,
aspettando ciò che resta indietro,
senza nascondere la sua parola
nell’inchiostro simpatico
ossidato
dal succo di limone.
La gioia nel dare
Lui dà, perché è nelle regole del suo Credo,
ma riceve tanta gioia, nel fare ciò in cui crede.
Ernest Hemingway
“Il nostro distanziamento dalle persone non significa odio né cambiamento. L’isolamento è la patria delle anime stanche”
Nella solitudine siamo la verità
“Ogni essere umano porta dentro di sé due voci, una delle quali gli sussurra la verità nuda, e l’altra gli falsifica la realtà affinché possa sopportarla. Quante volte ci siamo guardati allo specchio e abbiamo visto soltanto il nostro volto, mentre le nostre anime erano dietro il vetro, a guardarci con occhi vuoti? Hai mai provato a rimanere in completo silenzio, ascoltando i tuoi pensieri mentre scorrono senza restrizioni? È terrificante. L’uomo non sopporta di confrontarsi con se stesso, per questo riempie la sua vita di rumore, di lavoro, di conversazioni vuote, di stupefacenti, di qualsiasi cosa che lo faccia sfuggire alla domanda che lo perseguita sempre: Perché sono qui? Cosa mi tiene in movimento? Forse la risposta non è cercare, ma smettere di fuggire”
Fiódor Dostoevskij

Quando il posto è giusto?
Se siete venuti in chiesa in cerca di persone sante, siete venuti nel posto sbagliato. Se siete venuti per trovare Dio, siete venuti nel posto giusto.
(San Giovanni Crisostomo)

Poetry | Nnadi Samuel

The Language of Kernels, A Hard Nut to Crack
(Non l’ho tradotta per non mancare di rispetto alla sua poetica)
I let Ma know over a voice call, in one of our many lessons on the mother tongue,
that something keeps wanting to snatch her from my jaw.
the effort of which, recycles itself in the many generations of Blacks here.
the dead of Nat Turner ransacking the mouth hole of Henry Box Brown—
whose gloved hands reaches for me. a suffering named in the contemporary:
linguistic Mamacide. Creole, scraped out from both sides of my maw.
all trauma begins by killing the wet parlance of a black body,
wetting the killed body of a black parlance.
it begins with the migrant choosing to dance in the wet of rain over,
rehearsing a white lie for his audience.
you chasing after snow, how many sounds have you rehearsed today?
my mother repeats this question for the umpteenth time,
ignorant of what the word “race” can mean when it’s not referring to a tribe.
I respond with my recent body count instead, in a bid to distract.
yet, she sets aside the vernacular of my body to talk about
the more pressing need of dialect. ignorant again, of where to draw
the line between the physical flesh & the killed body of black parlance.
between a language for the bedroom & the one to be rehearsed with a white accent.
between what accent has gifted her son, & taken back in return.
& I, overwhelmed by these juxtapositions, my migrant body craving for a dance,
voice-mailed a friend to inquire if it’s raining on her own side of town.
she calls back, wet with a pressing need like a language I want to learn.
how many missed calls have you rehearsed today?
she asked, knowing my paranoia with words,
aware of how I can remain stuck in the door of my body
with several plea raining inside of my mouth:
all the calm it takes to kill a mother tongue.
do I wet on myself when placed side-by-side with a foreign language.
does the piss unmake me, make me human?
these questions remain all washed up in my head like after-rain smell.
& say I don’t bring it to pass, it won’t manifest in reality on the body—
comfortable with that migrant stink, musty as petrichor.
the question has something to do with Urinal bowls & a swelled bladder,
something about a writer submitting his plans to move countries,
& his family urinates on the jaw that blurts out the idea.
the story ends in piss, clear as white noise coming from an airplane.
joy sucks up all my voice from the journey.
the water dressed in the urinal bowl too, a kind of trip.
this arrived town, where one uses a restroom & people inspect the emiction for black stain.
a gardener once told me to swear that I do not shave outside of the artwork that is my
house, & I stood like an upside down letter V to micturate on the spot.
anyone would wish the foul-smelling substance damages the grass.
if nothing else, a hedgehog will see the barrenness in it
& make an O with the spade of its mouth: this too, a kind of urinal.
a hole is a well dug afterthought, easy to curl into,
& stay snatching the language of kernels from your mouth.
rain falls & it feels like the pouring of sand: a hole covering.
the burying alive of a self that lays down—drenched in sound.
Soffia la vela
Dove sbocciano i fiori
che non vogliono memoria,
tra metropoli spoglie
di parole plurali
e grattacieli spinti
da sguardi d’urgenza.
Chi inciderà i silenzi
che boccheggiano su ossa
mangiate dai cani
e panni diventati
teatro di sangue?
Quale inedia sconnessa
s’inginocchia
sotto i manganelli del potere,
quale altare di sabbia,
quale balbettio senza lingua?
Chi brucerà l’eredità –
senza bombette al napalm –
di tutto questo negativo
scolorito dal sole?
Chi profanerà l’abbraccio,
le preghiere degli angeli,
la promessa, la bandiera?
Come marchieranno i puri d’aria,
i deserti, le tundre?
Chi batte il silenzio
su scatole vuote,
chi ferma la marcia
al piede razzista,
chi contratta con la stretta di mano?
E chi ha scelto di lottare –
soffia la vela,
soffia fino a farsi scoppiare.
Come cresceranno — abitati dagli spot –
i ragazzi di domani?
