Sigillato dentro le parentesi,
tutt’altro che materne,
l’uomo schiuma i flutti del baratro morale —
partorisce mostri, solitudini,
all’insegna del dubbio:
– immagini piagate, parole acute come spilli,
disinnescano la tentazione di colloquiare.
L’uomo rivela la propria follia –
e sarà oggetto di morte,
l’amore per la vita in sospensione.
Archivio mensile:Settembre 2025
La vita è consegna
La fune rievoca il proprio passato:
un filo d’acqua tra questi capelli,
un pensiero che scioglie nodi,
microstorie di plastica e nero.
Le carte mi hanno atteso come risacca,
fra traslochi e scaffali — portàli incoerenti,
custodi di pause e silenzi.
Non chiedono più la pietra della perfezione:
ogni parola, anche interrotta,
porta l’impronta di chi sono stata,
il moto oscillante tra città e campagna,
tra biblioteche solenni e stanze domestiche.
Sono pelle che trattiene cicatrici:
proprio lì si cela lo strappo.
Darle al mondo è un atto di pietas:
non per concludere,
ma per liberarle dal sogno imprigionato,
perché possano bagnare, come dopo un temporale,
la continuità di altri sguardi.
È il daimon dell’età del raccolto che mi sospinge:
il suo sussurro non ammette indugi.
La vita non è compiutezza, ma consegna,
e io sono il tramite che depone
questo piccolo traditum
nelle mani che avvengono.
Alla parola s’inchina
Tanto distesa nel ventre del campo,
come un soldato vermiglia la trincea —
porta sabbia nelle pieghe del pensiero,
Nina, tra fiamme e deserto.
Erede di polvere e profezia,
si fa carne dove sferza il dolore.
Alla parola s’inchina,
alla domanda risponde:
cibo, Gauloises, posti letto –
la sua è una liturgia della strada,
di ghetti malnutriti dati al fuoco.
È qui che si ferma il respiro:
la curva della bocca
intorno al cuore —
ethos che le sabbia tra le mani,
logos espatriato nella guerra.
Ma il diritto rimane negato,
senza una rivoluzione.
E Nina lo sa, non sta a lei giudicare:
sceglie la sua lotta senza armi,
pronta a farsi specchio
di quel dolore che si veste
nel suono delle tante identità.
Il poeta non ha una terra —
ma ne porta il sangue e il canto.
È pellegrino d’invisibile,
con tutto il peso del tempo addosso.
I propri giorni
Non sarebbe scorretto farsi da parte
se il proprio poetare s’increspa –
forse ipotizzare una liberazione
capace di ordinare in solitudine
i propri giorni desiderosi di un notturno –
forse su una panchina a vegliare sugli ultimi.
Come il salmo recita
Ascolta il profumo breve del mio verso,
perché domani e dopo sarò molto lontana
– non immaginarmi alla finestra – lo sguardo
è bendato e sempre più buio, come il salmo recita –
e breve, il verso, breve, così anche il respiro.