Tanto distesa nel ventre del campo,
come un soldato vermiglia la trincea —
porta sabbia nelle pieghe del pensiero,
Nina, tra fiamme e deserto.
Erede di polvere e profezia,
si fa carne dove sferza il dolore.
Alla parola s’inchina,
alla domanda risponde:
cibo, Gauloises, posti letto –
la sua è una liturgia della strada,
di ghetti malnutriti dati al fuoco.
È qui che si ferma il respiro:
la curva della bocca
intorno al cuore —
ethos che le sabbia tra le mani,
logos espatriato nella guerra.
Ma il diritto rimane negato,
senza una rivoluzione.
E Nina lo sa, non sta a lei giudicare:
sceglie la sua lotta senza armi,
pronta a farsi specchio
di quel dolore che si veste
nel suono delle tante identità.
Il poeta non ha una terra —
ma ne porta il sangue e il canto.
È pellegrino d’invisibile,
con tutto il peso del tempo addosso.
