Storie da salvare

Immersa nella folla, scossa da altri passi,
schiene che vogliono conoscere
il massimo della vicinanza.
Incrociare occhi sconosciuti
tradotti dalla coscienza,
è un’esperienza di contatto
che invoca la consapevolezza,
la voglia di fermarsi, di lasciare
una carezza laterale, una connessione
emotiva più stretta
e una forma di cura verso l’altro.
Accende una visione obliqua
che libera la relazione.
Per quanto la metropoli sia una pellicola
con più memoria di storie da salvare,
da liberare rimane solo l’amore,
caduto in bianco e nero, avvolto
in un rapporto circolare.
Quando si può esprimere un legame profondo,
più intimo di un semplice contatto
dove s’accendono singolarmente le attese:
è un fiorire nel caos che umanizza.
È lì che la pace soverchia il frastuono,
si sbilanciano dal vetro, anime,
fino ad appellarsi con fervore a un saluto.
Siamo radicalmente dialogici,
istintivamente commossi
all’irruzione di un noi,
dobbiamo solo osare l’incontro.
Quante pagine potremmo scrivere
sulle fermate alle stazioni, sulla metro
sugli aeroporti!
Ma a noi piace temporeggiare,
vestirci di zone grigie, oscurarci,
tirare la coperta troppo corta sull’ipocrisia.
L’assenza è un nascondiglio precario
e a guarire le ferite occorre un’ospedale da campo.
Oh, mia cara fragilità,
ricuci i miei strappi,
affinché la poetica della mia fine
rimanga leggibile.

Photography by Ryan Weideman


Scopri di più da Upside Down

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Commenta