E tutto riemerge, immanente e fragile
come schegge di maiolica nella rete
tirata su piena di Babele.
E ci si alza,
acqua mista alla marea,
si guarda dentro.
Impariamo la lentezza del setaccio,
nel tempo che ci è dato per discernere –
quest’arte che s’impara esercitando
i sensi quando fluttuano –
richiede tempo.
Soprattutto è raccogliere,
tenere insieme,
e in un secondo momento,
cernere, senza cedere alla fretta
del funzionalismo.
Vale questa regola aurea:
tenere ciò che è vero, vivo,
radicato nell’amore,
al di là della perfezione,
del rumore, dell’apparenza.
Così si forma il focolare,
cerchi completi nella verità del cuore,
circonferenze morbide
nella libertà di accarezzare piano
la testa di un bambino
senza identità, senza spigoli, né angoli,
una mano testimone
che sa distinguere il bene dal superfluo,
l’amore dall’egoismo, la luce dalla zavorra.
