Forse sono io l’errore.
Forse sono la diffidenza –
un cambiamento di schema
in ciò che avrei potuto essere —
la virgola, una pausa breve,
lì – nella tua figura,
una parentesi di spalle.
Ma è sera tarda —
il cielo è un segno
di punteggiatura,
sembra unire le bocche aperte,
c’è forse un dio in questo angolo,
o forse tu che dichiari un’intenzione
ad arco
sulla mia schiena.
Questa distanza
funge da tenerezza, contro il nostro petto –
alla certezza che l’amore da vicino
si stacchi come carta da parati,
o un vento salato a un’ombra negli occhi.
Forse sono io una volata di piccione –
per portare un messaggio esco
fuori dal corpo –
ciò che è visto come neve
nella luce morente.
Ma conferma un’intonazione,
l’incapacità di volare
porta a bruciare corpi —
ho bisogno di scrivere con te.
Chissà…
La sera chiude alla ragione e apre all’ideterminato. Tutti i forse ballano nella mente e il prima e il poi si mescolano. C’è speranza del nuovo nel buio? Oppure lo specchio rimanda solo i tratti di ciò che si scorsa. Il forse nelle ore senza luce, è già molto in cui vivere.
Molto belli i tuoi versi Nadine.
Concordo Massimo. Grazie per la lettura. Buone feste serene.
ho sempre adorato la parola forse.
rende quello che segue più umano, tangibile, condiviso.
e la sera tarda, allora, fa meno paura come pure la carta da parati dell’amore che si slabbra.
ml