Cantico (19/12/2011)

Queste mani, che afferrano i morti in santità,
per abitarne le piaghe, il luccichio, il santo freddo –
e brucia un fuoco, mite, brucia e sanguina,
perché qualcuno molto amato venne
e sanguinò. Fino alla morte.

Un giorno

si andrà poi nella testa
a tacere il tormento, quella voce impastata
in odore di pioggia. L’infanzia lasciata agli altri,
in un tempo che affondava l’asfalto,
come l’ala di un corvo caduto
dal sole.

Mia cara Chiara, assorta e immobile, mio angelo
della custodia, il diluvio lo vuoi alle spalle.

Allora mandami un’arca
riemersa dal battesimo, persino sul marmo
appiccicoso di un bar, o un angolo di strada
bagnato d’urina, una minima soglia, fra topi
e croci, che ceda all’azzurro.


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