Quando il mattino si dissolve dentro una luce finta,
come un cavallo impaziente strappato al suo campo,
restiamo fra ipotesi affollate e gonfie di voci,
in mezzo al ruggito popolare, fra strade che scorrono
ai lati del pensiero falsamente semplice,
e le intenzioni trasparenti scendono
in picchiata nella retorica.
Oh, chiedimi pure: «Cos’è tutto questo?»
Restiamo — e respiriamo piano.
Nella testa, gli uomini ungeranno in silenzio
il loro sistema solare.
«Guardatevi le mani, leggetene i segnali»
Il cielo azzurro picchietta ai vetri
come una brezza limpida, una memoria
sul calendario del 75: «è maschio, signora»
Spinge aria fresca negli angoli dell’alba,
si riflette nelle pozzanghere nere delle grate,
cade lieve sulle tegole, scivola oltre le ombre,
si distende sull’erba anestetizzata,
come un testo scritto da Eliot.
E davvero, non ci sarà tempo, adesso, per il fumo,
né per la maschera.
Non ci sarà tempo, non ci sarà bisogno
di costruire un volto per il mondo;
non ci sarà tempo per distruggere o inventare,
ma solo per vivere, senza rituali, senza lasciare
domande nei piatti:
«solo pane caldo e mani che non tremano»
Non ci sarà bisogno di mille commiati,
nessuna attesa per il tè. Basterà l’atomica.
E ai miei figli, non darò la vita a cucchiaiate —
piuttosto, la guarderanno correre, e per loro,
un bagnarmi gli occhi come acqua a secchiate.
Le voci? Piene, vicine. Vicine, piene.
Senza muri, senza morte.
Oggi mi voglio, anche nel bene, contraddire.
E no, non sono un consigliere né una codarda;
non recito, non mi nascondo.
Cammino dritta,
dico poco ma dico intero.
Non sono una buffona.
E non temo il ridicolo.
Non invecchio nelle metafore del cuore,
è solo un timido muscolo.
Cambiare, sì.
La mente conosce l’amore,
mentre arrotolo i jeans per mostrare le gambe.
Mangio una pesca.
Cammino con le idee sulla riva.
Non ho sentito sirene, ma merli,
cantavano anche per me.
E quando le voci mi hanno chiamata,
non sono affondata in uno sproloquio,
ho solo risposto al mattino
ricordando che canta per lei.