Elegia del seme

Mi chiamano per nome, ma il mio nome è terra.
Nel grembo del mondo ripongo ciò che resta —
una stilla di luce che rifiuta la guerra,
una parola che ancora chiede amore.
Nessuno sa quanto pesa un seme
quanto cielo trattiene una donna
che consegna il suo respiro al vento.
Ho sentito il sangue farsi mare,
la voce dissolversi in granelli di sale.
Eppure qualcosa chiama,
un principio che non si lascia spegnere,
come se la morte stessa
fosse solo un’altra forma del parto.
Così mi affido all’alba —
al suo imperfetto chiarore,
al destino che non promette, ma semina.
Nel suo silenzio cresce la mia preghiera:
che il mondo ricordi la pace
come nelle vene degli alberi, nei passi
che risalgono la collina
tenendo tra le mani la polvere
come fosse l’inizio del mondo.