Versione visionaria della felicità

Non è un piacere osservare la miseria,
non è l’osservare la miseria del piacere
ma è un compito vegliare.
È la voce che veglia, la più antica
è il braccio che salva
ciò che ancora respira.

Sopra il capo fioriscono rose
tortore e parole scendono a fiamme
giri di foglie istrioniche tra i passi
dèmoni che stanno in silenzio accovacciati
come informi ammassi di tormenti
negli occhi viandanti.

Si custodiscono i passi smarriti
si riportano le stelle al loro sonno.
La via che respira il petto in fiamme
di rabbia e di malizia
non dà il verbo al giorno.

Si pensa di amare come matti
chi vedi morire in una guerra
si pensa di ingannare l’ascesa
d’ogni sera a venire.
Il passo, il verso,
la breve banalità del male.

Mi chiamo ad adorare l’amore più giusto,
lavare la fronte degli inquieti.
Sarò madre del vuoto e del sogno,
finché la luce non torni a cercarmi.