Le tortore entrano, fanno casa

si stende –
ascolta le ossa della quercia
graffiare la notte:
una donna che sa solo sognare.

il suo corpo è caduto tante volte,
come una tortora
in una stanza piena di piume.
ci hanno inciampato —
logora presenza
che si perde ancora
in un avanzo di fotografia.

nella sua borsa:
vecchi libri,
un jeans liso che non ha mai restituito,
una piuma che forse era di passaggio,
forse solo la prova
che le cose leggere possono ferire.

è sveglia,
con la bocca sui cardini della notte.
il sogno finisce
in una luce magrissima.

le tortore entrano,
fanno casa,
intrecciano un rozzo nido di rami —
lei non le scaccia:
le manda il suo Dio.

le lotte non fatte, invece,
si perdono sempre.
i buoni rimpianti
si stendono su un fianco d’alga,
musica in un petto
illustrato da divine immersioni —
stava imparando a sembrare ancora viva.
poi ha smesso.

o forse era il suo corpo
che finalmente imparava
a sentire il dolce
senza avere paura.

scriveva quartine
sulle lenzuola di cotone,
la luce filtrava
quanto in una cartolina.

De André cantava
come se sapesse
che poco ci resta.

ha lottato per una vita,
ora lotta per l’altra
con le orme sui chiodi,
senza sapere
se stava fuggendo
o tornando.

non vuole costruire la sua vita
attorno alle cose che ha vissuto.
le cicatrici
non sono brave a fare casa.
i rami secchi
non sanno dove mettersi a tavola.
i rami secchi
non creano futuro.

dove gli uccelli posavano il volo,
ora succede il silenzio —
perché possa vedere e vivere
oltre gli specchi
e le ossa che crollano
nella luce che esplode.

chi sa cosa siamo
quando non siamo niente?

ora dorme.
vive a occhi chiusi,
in un corpo ricucito
e magro d’anima.

oppure –
cammina ancora attorno a sé.
inciampa.
anche nei giorni di sale.

una casa?
grandi finestre.
un pianoforte.
un uomo che decide
come si deve piangere?

forse nessuno —
forse solo una piuma.
la casa è lei.

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