L’avvicino all’orecchio, non a caso,
l’immagine che suggerisce il mare
e sento le fusa di acque tranquille –
fosse anche solo nell’ultima strofa
di una vita essenziale –
direbbero altri: drammatica.
Oltre la negazione
Sigillato dentro le parentesi,
tutt’altro che materne,
l’uomo schiuma i flutti del baratro morale —
partorisce mostri, solitudini,
all’insegna del dubbio:
– immagini piagate, parole acute come spilli,
disinnescano la tentazione di colloquiare.
L’uomo rivela la propria follia –
e sarà oggetto di morte,
l’amore per la vita in sospensione.
La vita è consegna
La fune rievoca il proprio passato:
un filo d’acqua tra questi capelli,
un pensiero che scioglie nodi,
microstorie di plastica e nero.
Le carte mi hanno atteso come risacca,
fra traslochi e scaffali — portàli incoerenti,
custodi di pause e silenzi.
Non chiedono più la pietra della perfezione:
ogni parola, anche interrotta,
porta l’impronta di chi sono stata,
il moto oscillante tra città e campagna,
tra biblioteche solenni e stanze domestiche.
Sono pelle che trattiene cicatrici:
proprio lì si cela lo strappo.
Darle al mondo è un atto di pietas:
non per concludere,
ma per liberarle dal sogno imprigionato,
perché possano bagnare, come dopo un temporale,
la continuità di altri sguardi.
È il daimon dell’età del raccolto che mi sospinge:
il suo sussurro non ammette indugi.
La vita non è compiutezza, ma consegna,
e io sono il tramite che depone
questo piccolo traditum
nelle mani che avvengono.
Alla parola s’inchina
Tanto distesa nel ventre del campo,
come un soldato vermiglia la trincea —
porta sabbia nelle pieghe del pensiero,
Nina, tra fiamme e deserto.
Erede di polvere e profezia,
si fa carne dove sferza il dolore.
Alla parola s’inchina,
alla domanda risponde:
cibo, Gauloises, posti letto –
la sua è una liturgia della strada,
di ghetti malnutriti dati al fuoco.
È qui che si ferma il respiro:
la curva della bocca
intorno al cuore —
ethos che le sabbia tra le mani,
logos espatriato nella guerra.
Ma il diritto rimane negato,
senza una rivoluzione.
E Nina lo sa, non sta a lei giudicare:
sceglie la sua lotta senza armi,
pronta a farsi specchio
di quel dolore che si veste
nel suono delle tante identità.
Il poeta non ha una terra —
ma ne porta il sangue e il canto.
È pellegrino d’invisibile,
con tutto il peso del tempo addosso.
I propri giorni
Non sarebbe scorretto farsi da parte
se il proprio poetare s’increspa –
forse ipotizzare una liberazione
capace di ordinare in solitudine
i propri giorni desiderosi di un notturno –
forse su una panchina a vegliare sugli ultimi.
Come il salmo recita
Ascolta il profumo breve del mio verso,
perché domani e dopo sarò molto lontana
– non immaginarmi alla finestra – lo sguardo
è bendato e sempre più buio, come il salmo recita –
e breve, il verso, breve, così anche il respiro.
Uno stormire tra le fronde
Quando la tristezza sfama e asseta
in questa zolla di sponde,
in questo andare e venire delle onde.
Quando di te rimarranno gli avanzi
e i risonanti titoli di coda, sarai polvere.
Lo sproloquio non mi scuote di un sospiro,
manie, malinconie, del tuo nutrirti ansioso
ha mosso uno stormire tra le fronde
che non smetterà mai di beffeggiarti.
Come fossi una molotov
Le autostrade brillano come vene al collasso —
sguardi ingombranti lampeggiano dai vetri,
tra sogni svenduti e insegne al neon.
Fratture aperte sotto ponti stanchi,
infrastrutture vuote come tremolanti promesse
e vittime archiviate con un click.
Toglietemi la rabbia —
la accendo come l’ultima sigaretta
prima del blackout.
La nebbia non è più un fantasma:
ha l’odore del metallo e ammoniaca.
Scivola tra i cancelli che chiamate sicurezza,
dove il cemento non protegge
ma imprigiona il respiro.
Io non mi preparo.
Io crollo, mi rialzo.
Alla radio, un politico discute con il proprio riflesso,
io sono la stessa donna che soffiava brace
nelle tasche della storia.
Stanno morendo per un titolo, per un tweet,
e io di rivoluzione, come fossi una molotov —
Non provate a educarmi.
Non questa notte.
Con la grammatica del padrone
non si scrivono libertà.
Non cerco dizionari —
ho parole tatuate sulle cicatrici.
Marx l’aveva visto:
avete santificato la merce.
Pregate nelle corsie dei supermercati,
offrite sudore a uno schermo,
lacrime a una notifica.
Il denaro è un dio crudele,
non sa chi sei, non ti guarda —
a meno che non valga la pena ucciderti.
Ho visto l’eternità in uno spot di trenta secondi,
tra un farmaco che dà sollievo
e un’app che ruba il sonno.
Il capitalismo cammina sull’acqua,
ma fa le abluzioni nel sangue.
E tutte le foreste sacre,
le querce, le madri, i venti —
non bastano a impedire a questo sistema
di volersi morire addosso.
Il delirio ha fame del proprio collasso,
ha sete di guerra,
quando il profitto è una benedizione da moltiplicare.
Il futuro è arrivato, sì —
con un cappio di fibra ottica al collo.
E i migliori tra noi non chiedono più amore,
ma silenzio.
Lame.
Mani nude sulle spine dorsali del mondo.
Nessuno salva.
Nessuno serve.
Ci salviamo distruggendo l’altare.
Bruciamo tutto, allora.
Ma facciamolo insieme —
con le mani aperte,
e gli occhi ancora capaci di lottare.
C’è un dono nel dolore
Omnia supera l’arco, [o: vero]
tendine a pelle sanguina,
un istante prima del tramonto.
La schiena fiorita si offre
come un campo d’agosto,
d’ignoto masticata, sputata,
[o: pronta] ad accogliere il morso –
promessa o predazione,
dipende dal vento,
dalla fame,
dal volo trattenuto sulla bocca.
C’è un dono nel dolore, una resa
che somiglia a un rito antico:
la carne si tende [o: morte]
sacerdote d’attesa,
del sole filtra la bellezza,
in quel fruscio che talvolta
pare un sussurro
e non sa più
se è freccia o bersaglio.
