La goccia entra nella cruna dell’occhio
dove l’ombra dimora, tremolii —
la nudità della memoria è nell’aria,
ripete preghiere in trascendenza —
la croce dell’eroe che si sacrifica,
la provvisoria emergenza,
e quello che viene è un muto articolare
di lingue e fiammelle.
Credo a braccio in ciò che ho percepito,
in quella sala operatoria.
Ma uscire dal corpo significa questo:
— alzare gli occhi e vedere un soffitto
brulicare di gente straniera,
sparsa in un fitto susseguirsi d’orizzonti.
— E sul letto in basso si sacrifica
il mio ventre, tagliato in lungo e in largo,
e una bocca di storie bagnate
fra le gambe.
E poi la pace
in un campo bianco come la neve —
il pensiero, la cultura e le altre cose
al mood del guerriero non ci sono,
come una cronologia cancellata:
ricordi, dolori, rimani in uno stato
di benessere assoluto, rimani senza vuoto,
senza attesa, senza paura, perché si è trasferito
il sentimento universale in te.
Le voci mute, le energie ti accolgono
come fossi dormiente —
e il genio ti risveglia,
e quel sommerso riemerge,
e pur diverso, fresco e primitivo,
un intimo colloquio, un puro andamento,
un segreto di anime ora inciso
nella trama invisibile del mio respiro.
Da allora,
non sono più tornata del tutto.
