Accampa il mio destino la poesia,
Dio mette la tenda —
quell’apostolica restituzione che lascia intatta la luce,
come accadeva in Chopin,
con una contemplazione armoniosa —
Da bambini, si crede in ogni cosa luminosa —
ma un corpo cresce, ondeggia,
a fatica assume pose durevoli,
quando il buio lo estrae si sbilancia.
La commozione dei sensi, come seme,
come scintilla e ciò che la precede:
un fiato, una grazia con quel fiorito archetipare —
La mia pelle non trema più nessun nome,
lo pensa come si pensa una neve che non cadrà.
Si dice che luminavo, ma era solo l’ora
in cui la stanza si svuota di parole —
una conchiglia non consola l’orecchio
dell’oceano: strugge
come struggono le cose che non tornano —
Vorrei che il corpo diventasse lettera,
che si leggesse senza smarrimenti.
la lotta è vento su foglia scritta
da un incendio, o solo moto di nuvola
passeggera —
Alla lettura fiorisce una distanza
una fioriera scarlatta, mantiene un centro oscuro —
qualora si consumi la sua notte.
