Quando la tristezza sfama e asseta
in questa zolla di sponde,
in questo andare e venire delle onde.
Quando di te rimarranno gli avanzi
e i risonanti titoli di coda, sarai polvere.
Lo sproloquio non mi scuote di un sospiro,
manie, malinconie, del tuo nutrirti ansioso
ha mosso uno stormire tra le fronde
che non smetterà mai di beffeggiarti.
Come fossi una molotov
Le autostrade brillano come vene al collasso —
sguardi ingombranti lampeggiano dai vetri,
tra sogni svenduti e insegne al neon.
Fratture aperte sotto ponti stanchi,
infrastrutture vuote come tremolanti promesse
e vittime archiviate con un click.
Toglietemi la rabbia —
la accendo come l’ultima sigaretta
prima del blackout.
La nebbia non è più un fantasma:
ha l’odore del metallo e ammoniaca.
Scivola tra i cancelli che chiamate sicurezza,
dove il cemento non protegge
ma imprigiona il respiro.
Io non mi preparo.
Io crollo, mi rialzo.
Alla radio, un politico discute con il proprio riflesso,
io sono la stessa donna che soffiava brace
nelle tasche della storia.
Stanno morendo per un titolo, per un tweet,
e io di rivoluzione, come fossi una molotov —
Non provate a educarmi.
Non questa notte.
Con la grammatica del padrone
non si scrivono libertà.
Non cerco dizionari —
ho parole tatuate sulle cicatrici.
Marx l’aveva visto:
avete santificato la merce.
Pregate nelle corsie dei supermercati,
offrite sudore a uno schermo,
lacrime a una notifica.
Il denaro è un dio crudele,
non sa chi sei, non ti guarda —
a meno che non valga la pena ucciderti.
Ho visto l’eternità in uno spot di trenta secondi,
tra un farmaco che dà sollievo
e un’app che ruba il sonno.
Il capitalismo cammina sull’acqua,
ma fa le abluzioni nel sangue.
E tutte le foreste sacre,
le querce, le madri, i venti —
non bastano a impedire a questo sistema
di volersi morire addosso.
Il delirio ha fame del proprio collasso,
ha sete di guerra,
quando il profitto è una benedizione da moltiplicare.
Il futuro è arrivato, sì —
con un cappio di fibra ottica al collo.
E i migliori tra noi non chiedono più amore,
ma silenzio.
Lame.
Mani nude sulle spine dorsali del mondo.
Nessuno salva.
Nessuno serve.
Ci salviamo distruggendo l’altare.
Bruciamo tutto, allora.
Ma facciamolo insieme —
con le mani aperte,
e gli occhi ancora capaci di lottare.
C’è un dono nel dolore
Omnia supera l’arco, [o: vero]
tendine a pelle sanguina,
un istante prima del tramonto.
La schiena fiorita si offre
come un campo d’agosto,
d’ignoto masticata, sputata,
[o: pronta] ad accogliere il morso –
promessa o predazione,
dipende dal vento,
dalla fame,
dal volo trattenuto sulla bocca.
C’è un dono nel dolore, una resa
che somiglia a un rito antico:
la carne si tende [o: morte]
sacerdote d’attesa,
del sole filtra la bellezza,
in quel fruscio che talvolta
pare un sussurro
e non sa più
se è freccia o bersaglio.
