Questa ragazza osserva, a sera,
il nutrimento, la brace, la comunione,
in una casa illuminata dalla parola —
le passa sulla bocca, quasi a oscurarla,
un volo di colombe albine in melopea.
Non sa se volerà quando si vola,
come si vola in alto, né dove si volerà.
Ora il suo corpo
diventa un cielo largo quanto un oceano,
che ha già in sé la risposta decifrata,
come un’anamnesi —
un tunnel luminoso, in fondo al senso
d’amore, si scopre: l’infinito.
La presenza
Alla maniera del tempo,
la presenza non è astrazione.
Il senso sia propulsione necessaria
al movimento —
le parole, i segni, siano l’occhio,
e una corsa sfrenata di voci, di tracce,
in soccorso — a spalla — di silenziosi relitti.
L’acqua, del resto, è l’origine dell’essere —
un’invisibile gomena amniotica ci collega
al nostro scorrere, la partitura
che spiega le braccia
e si chiude, singhiozzando.
Le attese di Nina
Quando la tristezza affama e asseta
in questa zolla di aride sponde,
in questo andare e venire delle onde.
Quando di Nina rimarranno gli avanzi
e i risonanti titoli di coda. Sarà polvere.
Lo sproloquio non la scuote di un sospiro,
manie, malinconie, del suo nutrirsi ansioso
ha smosso uno stormire tra le fronde
che non smetterà mai di beffeggiarla.
Varcando la soglia
La goccia entra nella cruna dell’occhio
dove l’ombra dimora, tremolii —
la nudità della memoria è nell’aria,
ripete preghiere in trascendenza —
la croce dell’eroe che si sacrifica,
la provvisoria emergenza,
e quello che viene è un muto articolare
di lingue e fiammelle.
Credo a braccio in ciò che ho percepito,
in quella sala operatoria.
Ma uscire dal corpo significa questo:
— alzare gli occhi e vedere un soffitto
brulicare di gente straniera,
sparsa in un fitto susseguirsi d’orizzonti.
— E sul letto in basso si sacrifica
il mio ventre, tagliato in lungo e in largo,
e una bocca di storie bagnate
fra le gambe.
E poi la pace
in un campo bianco come la neve —
il pensiero, la cultura e le altre cose
al mood del guerriero non ci sono,
come una cronologia cancellata:
ricordi, dolori, rimani in uno stato
di benessere assoluto, rimani senza vuoto,
senza attesa, senza paura, perché si è trasferito
il sentimento universale in te.
Le voci mute, le energie ti accolgono
come fossi dormiente —
e il genio ti risveglia,
e quel sommerso riemerge,
e pur diverso, fresco e primitivo,
un intimo colloquio, un puro andamento,
un segreto di anime ora inciso
nella trama invisibile del mio respiro.
Da allora,
non sono più tornata del tutto.
Il richiamo alla Storia
Restano vuoti i miei occhi,
mentre mi parlano di guerre —
restano come la neve
che copre gli orrori.
Restano occhi di popoli
senza speranza.
Il futuro è caduto all’indietro.
Ho visto un bambino oggi,
imitare suo padre: calpestava il cibo
di altre bocche vuote ridendo —
tracciando con un piede il confine
del loro esistere.
Devo stringere gli occhi,
aspettando il passato,
col grido e il richiamo alla Storia
di un po’ di pietà.
Preghiera
Mandami la grazia e la lettura: un braille
in te, che sei la parola che si tocca —
apri la mia stanza, quella più nascosta
e serrata, consegnata a una zona di frontiera.
Il palmo del pane è una carezza alla bocca,
quando si abbraccia la misericordia.
Allarga la strada delle tue braccia,
prima che gli occhi si chiudano
e si viva a tastoni.
Declino crescente
Tanto le cose spettrali
si riuniscono dove il sangue
dell’altro è conquista —
rimangono lì a divorare i resti
nelle vecchie stazioni
della mala fede —
eternamente velate
si oscurano in un vortice
insaziabile di guerre
distruggendo tutto ciò
che le tormenta —
e noi a guardare
cosa ci sia sul fondo
del nero declino crescente.
Proviamo a interrogare Dio
in una sala d’aspetto
chiediamo un tetto che vegli
sulla speranza
sull’intimità della coscienza.
I miei primi 75 anni
Mi chiedo quando d’ottobre
cosa ne farà il vento
dei miei primi settantacinque anni.
Un poco illuminerà gli incanti autunnali,
le tele compiute e lo smussarsi
del fragoroso pungiglione avvelenato
di questo scorpione.
Con pugni di capra continuerò a castigare il verso.
A volte accadrà un silenzio senza cuore
compitando nella folata
la solita furia di sangue
accompagnata dal vocalico buio degli angeli.
Sarò un vecchio casolare solo nelle mura
ma se vedrete passare fra gli olmi la mia ombra
sarà quella che ho sempre avuto nella testa.
Di più d’una spinosa storia
o il tonante ritmo
di una rivoluzionaria.
Il coraggio di sentire
L’odore del pane caldo arriva silenziosamente,
senza l’onda della chiacchiera —
il soffio vivo porta ardenti gli orizzonti
in questo deserto indifferente,
dove il naufragio sembra conforto.
Siamo foglie fragili, attratte dal sussurro del vento —
nelle tempeste la parola si desta.
Così nel buio, se ancora c’è coraggio di sentire,
la speranza è una luce lenta che si accende,
che spezza le pietre e cancella i confini.
La bufera delle sillabe in cerca di nomi
si confida — le risposte arrivano superstiti
nel nido della lingua,
come le braci lente di una liturgia.
Poi c’è mio padre, che ingoia il fischio,
e chiama finalmente per nome mia madre,
come una lettera in un cassetto chiuso a chiave.
Sento il taglio del ricordo
con meno timidezza.
Il Dio degli universi
Nel sonno tornerò a dondolarmi
sulla riva del fiume — mentre s’accosta
la porta che dà sul sentiero dell’angelo,
e il saluto, lassù, di mio padre
che ha compiuto il suo viaggio.
Sono fuori, a osservare la soglia invisibile
fra qui e là, fra l’andata e il ritorno,
in un restauro divino dell’anima —
volàno d’accesso alla mia umanità.
E mi chiedo se ha senso essere branchie
tra la terra e l’eterno, l’attimo e il tempo,
l’acqua sul tufo, l’amaro di un popolo.
Proprio le ferite, quando abitate tanto
da piegare il mento,
diventano combustibili di fraternità.
E mentre il genitore in spirito,
dal passo compiuto, sorride,
manda la risposta che si va cercando
nel meccanismo delle viscere celesti —
un aureo contatto s’apre, si spalanca
negli occhi, e postula l’insieme
di tutto ciò che esiste —
anche il vuoto sospeso tra le cose:
il Dio degli universi.
L’identità
Nina è abitata da un’orma che chiama –
la memoria è un filo tenace
quando si tende, di tralcio in tralcio,
nel buio fatiscente
della propria coscienza.
Il vissuto diventa una terra predata.
Nina è in diaspora –
vittima o carnefice,
modifica segmenti del proprio codice,
riformulando patti, fondali,
pianure, lune pericolanti –
l’identità.
La dimensione dei nostri valori
è nell’inquietudine;
la quiete ricorda quell’ombra
estirpata dal labbro spaccato.
È questo che chiama il legame
tra memoria e utopia:
cieli cobalto, voci nel vento,
sistema solare nel buio del cranio.
Purezza
Centrale – forse la chiave di volta –
è questo pensiero: la purezza
non è virtù morale,
ma modulazione del sentire,
intimità radicale con sé stessi.
È il luogo in cui percezione e identità
si toccano, si rispecchiano.
Purezza, allora, non come candore,
ma come coesione interiore
tra emozione e consapevolezza.
Tanto stretti
Un’assonanza,
una minuzia,
un blu dentro il blu,
uno stormo infinito
forma una speranza.
E c’è chi parla
con la sua malinconia,
scalando melopee
alla sua tenera fine.
E quel vuoto —
il vuoto piccolo
segnato negli occhi,
il suono della voce.
Sempre,
perché ci si tiene
tanto stretti.
Figlio del legno
Poi mi mostrò il suo cuore
dove chiunque alloggia
il principio stesso –
non d’uomo né d’angelo,
cuore curato dal gesto materno:
cuore mite, covato senza affanno,
che nutre il rifugio del tempo
e nel respiro custodisce il verbo.
Così la rosa si offre.
Così il sommacco incendia.
Non sarà effimero –
l’amore infrange l’emozione
fino a farne squarcio,
e da quello squasso
si scelga ciò che il mondo,
sotto il ghiaccio, aveva scartato.
La speranza è un inganno?
Armati di umane rotte, armati di bandiere,
che il vento scaglia dove il pelo dei demoni
è coperto di stragi. Domare il sangue
della guerra – ma come disarmarsi oggi
dalla mandria del male —
sanguinando àncore rifiutate dal cielo.
L’orrore sferzato descrive l’azione:
la speranza è un inganno?
La portata di fame sul vassoio atroce, la morte
per contorno e l’inganno accresce
nel profondo un grido: muore il germoglio —
e le colpe, di ognuno, le colpe — uno schianto.
Im(materiale
Sopravvissuti ai nostri istinti
tracciamo rotte sulle vene
con l’ignoranza della pelle —
Incidi addii sulla mia costola:
un falco aliante che respingi
e questo noi d’immateriale.
Forse il nulla è stato vero
Il giorno si nasconde mentre mi accompagno
a svanire nella notte, lontano dall’alba,
dai riflessi opachi della memoria.
Ombre scomposte nel tempo e nello spazio
inghiottono il ricordo dell’oceano,
il silenzio spezza il ritmo della marea,
il mio nome è lasciato annegare.
Qui, dopo il clamore di vite scoppiate
si affrettano a stringersi nei casolari
per essere il pianto quieto dei cardini.
Ascolto l’assenza nella luce
prima che il tramonto si sciolga
nel viola profondo
e infine nel nero cieco,
e la sigaretta della sera confermi,
sputata come un soldato in guerra,
che fino a questo istante
forse il nulla è stato vero.
Forse io non sono la caduta,
forse il vento non ha mai sfiorato
un vestito di ragazza svuotato dal tempo.
Ogni passo smarrito sui segreti di ghiaia
non lascia eco, non lascia traccia,
il respiro è spezzato,
il suono è un minimo
che si riprende fischiettando.
Eppure i ricordi più oscuri affiorano
dal fondo della mia anima,
come pesci senz’acqua,
ora esposti, ora ingovernabili,
mentre la notte sussurra:
non puoi più fuggire.
Ti attende solo l’arsura,
come la sete fa,
non puoi fuggire: – la bambina
mai lasciata
non si rannicchia più –
diventa ombra,
diventa assenza,
diventa il tuono stesso
Il domani è troppo lontano
Nessun cervo, nessuna antilope guida gli smarriti,
nessun villaggio di antenati li accoglie.
Non c’è farina di mais né bacche
a colorare le labbra.
L’albero della vita è spoglio sotto il sole.
Nessuno cerca casa con radici,
senza nulla da costruire.
È settembre, anche se la notte prima dell’alba
è sempre estate per me
e il domani è troppo lontano;
troppo stanca per aprire la porta dei sogni,
troppo delusa, nessuna pioggia mi solleva,
nessun canto di tuono mi rapisce.
Mia madre era prigioniera
nella casa del caos.
Non era profetessa, ma un’ombra confusa,
una donna malata senza futuro – ero il suo blues –
ma siamo tutti Giobbe
e Dio non ha mai cambiato strada.
Dio rimane sveglio, le stelle fredde e rigide sotto di sé.
Non vede il dramma oscurare la pace.
Non si commuove davanti all’agnello.
Ecco l’uomo
Ecco l’uomo dalle morbide ceneri
con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
al passo pieno su un letto di conforto
sempre assente al passaggio dell’inverno.
L’uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
confine di leggere braccia
che scavano la luce chiara,
il sole dolce,
dolce l’acqua che sazia le gole dei bambini,
le loro parole liquide,
le voci familiari nello spazio aperto
spalancato nelle loro coscienze di terra.
E come l’inganno della promessa
la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
l’ambiguità dei loro desideri.
Silenziosi santi, miti ritorni,
santi con le bocche asciutte,
sciolgono i lacci
per mantenere lo sguardo
sereno nei vostri occhi liberi,
liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.
Santi che nutrono il giorno
e guadagnano pietre,
la durezza dei sentieri.
Bellezze quiete, volti sereni,
giunti, giunti a riposo
sulla terra, sulla luce, sull’aria tersa.
Chiari, chiari i confini all’orizzonte,
nulla frena il nostro arrivo,
e prati di stabile equilibrio,
le strade gremite, gli amori sereni.
E ovunque la pienezza,
la solida consistenza della luce.
L’uomo tra gli uomini e la strada davanti,
la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
te stesso è ancora una domanda irrisolta.
La croce si è mutata in oro per te,
e l’angoscia si è sciolta.
Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
è sempre la leggerezza del cielo
che si posa sulla tua fronte sudata.
Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
cancella attraverso gli anni
come un rasoio
il tronco della gioia.
Libero nella calce del silenzio,
l’intonaco si gratta con le unghie,
nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
Di fronte alla faccia ripulita,
i santi si allungano ai tuoi piedi,
l’erba alta ha accolto il tuo cristallo.
Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
sei entrato nella luce.
Disarmate la pace
Camminano su orme slabbrate
con corde tarlate alle caviglie,
impuri d’ombra, drappeggiati di nero,
portatori di promesse infrante
sulle arterie di polvere.
Sotto un indaco oceano, che ha estinto
le vele insorte, echi recisi
dalla gola della giustizia.
Siamo evasi dalla storia, dai serpenti, dai mistici-
non dalle mani serrate su vessilli scoloriti,
che tinteggiano la pace con le armi,
che confondono il senso della veglia.
L’aria scompiglia oracoli di paglia,
precipita proclami sfilacciati
nelle piazze rese larvali dal sospetto.
Dove si nascondono i sogni, le rivolte,
le madri con gli occhi prosciugati?
Chi ha interrato la dignità
sotto il peso delle torri di vetro e tracotanza?
Eppure, fra le fenditure del cemento,
un sussurro persiste, la poesia:
scintilla irriducibile, testimone refrattaria
al fango del tempo.
Quel segno fatto a stella
Non manca mai quel segno fatto a stella,
lasciato testimone; una luce, la legna per l’inverno
sulle sue parole scritte, proprio di sguardo
puntuale, come fosse ogni giorno un incontro d’amore –
poi, conviene parlare, dato che lo sguardo viene perso,
nelle tracce di uno scorrere; rivelare il segreto, viverlo,
– evitare silenziosi relitti come me –
che viaggiano già su groppe di bisonti verso l’indaco.
Solo fiori
Ogni istante sembra ripercorrere il precedente –
orologi atomici affrontano il concetto del viaggio,
la brevità delle singole ore, per ritornare a sanguinare
con la bambina irrisolta che ero, per difendere
la sua carne.
Con uno scambio d’occhi le direi
di non accusarsi per quell’impronta,
le insegnerei a non isolarsi,
la porterei a coltivare nella mente solo fiori.
Cos’è reale?
Mai appartenuta al nulla, mai persa
nel tentativo di descrivere
le classi povere,
mai dissolta tra le parole amate.
Qui, nessun serpente attraversa
il mio cammino, nessuna traccia
di sepoltura sulla terra secca,
nessuna ombra riportata al sole.
Mi fermo. Alla fine del fiume,
non c’è alcuno stupore,
nessuno stormo che si rialza,
nessun pianeta da osservare con affetto,
nessuno da riabbracciare.
L’immaginazione non mi ricorda più
cosa sia reale.
Il sangue non mi schiaccia.
Non avrei mai lasciato
che le mie particelle
si disperdessero nel nulla senza scopo.
Lascio andare, senza stringere,
senza affondare.
Non lascio tracce in una terra perduta,
non metto semi in un campo lontano.
Non c’è sorgente comune,
nessuna essenza condivisa.
Non lasciano essere.
Non lasciano esitare.
E le progenie che non rinasceranno qui,
questa è la punizione,
negli infiniti istanti che non avranno luogo,
senza un corso d’acqua su cui specchiarsi.
Nessun essere che si stacchi dal caos,
nessuna vita che si misuri contro la guerra,
Così anche l’istinto
Sentinella, un’eco di lingue perdute,
non più una guardia, non più una veglia.
Chi mai stava spegnendo le luci, se non io?
Non fissare nulla, lascia che lo sguardo cada.
Non inseguire la risposta.
Chiusi gli occhi, finché il vuoto divenne
un compagno discreto, di quelli che ti seguono
senza mai chiederti se hai dimenticato
il riflesso opaco dell’infanzia.
Come le falene, stanche e spente, si allontanano
dalle lampade, lasciando il buio indisturbato,
come la pelle che dimentica la cicatrice,
così anche l’istinto dentro di noi
si allontana dalle cose, si svuota
di ogni immagine rimasta, smarrita come vento
tra le pietre.
Si spegne nelle fenditure
dello stesso cranio.
Siamo quelle del ‘50
Sostando la vita confessa le sue protagoniste.
Siamo noi un autunno irreale? Siamo quelle del ‘50?
Solitarie emigranti, chiamate con un fischio,
lasciamo la via del frastuono a te,
giovane bruma, coi nostri segreti corrosi,
da te derisi, all’usura di uno sguardo che si abbassa
dentro il buio, murando quei pochi spazi rimasti
che non portano a niente.
Quel sapore moralistico
Mi trovo qui, straniera, a piantare
fiori nel buio della mia carne,
a sputare zolle di terre lontane.
Il cielo deve aprirsi, simile
a un fiore di sangue
evitando quel sapore moralistico.
Il cielo deve accogliermi,
poiché ho finito i sogni ed insieme i ricordi.
Nessuno spazio è mai stato tanto vuoto,
ero i sassi contro la tua finestra.
Ultima strofa
L’avvicino all’orecchio, non a caso,
l’immagine che suggerisce il mare
e sento le fusa di acque tranquille –
fosse anche solo nell’ultima strofa
di una vita essenziale –
direbbero altri: drammatica.
Oltre la negazione
Sigillato dentro le parentesi,
tutt’altro che materne,
l’uomo schiuma i flutti del baratro morale —
partorisce mostri, solitudini,
all’insegna del dubbio:
– immagini piagate, parole acute come spilli,
disinnescano la tentazione di colloquiare.
L’uomo rivela la propria follia –
e sarà oggetto di morte,
l’amore per la vita in sospensione.
La vita è consegna
La fune rievoca il proprio passato:
un filo d’acqua tra questi capelli,
un pensiero che scioglie nodi,
microstorie di plastica e nero.
Le carte mi hanno atteso come risacca,
fra traslochi e scaffali — portàli incoerenti,
custodi di pause e silenzi.
Non chiedono più la pietra della perfezione:
ogni parola, anche interrotta,
porta l’impronta di chi sono stata,
il moto oscillante tra città e campagna,
tra biblioteche solenni e stanze domestiche.
Sono pelle che trattiene cicatrici:
proprio lì si cela lo strappo.
Darle al mondo è un atto di pietas:
non per concludere,
ma per liberarle dal sogno imprigionato,
perché possano bagnare, come dopo un temporale,
la continuità di altri sguardi.
È il daimon dell’età del raccolto che mi sospinge:
il suo sussurro non ammette indugi.
La vita non è compiutezza, ma consegna,
e io sono il tramite che depone
questo piccolo traditum
nelle mani che avvengono.
Alla parola s’inchina
Tanto distesa nel ventre del campo,
come un soldato vermiglia la trincea —
porta sabbia nelle pieghe del pensiero,
Nina, tra fiamme e deserto.
Erede di polvere e profezia,
si fa carne dove sferza il dolore.
Alla parola s’inchina,
alla domanda risponde:
cibo, Gauloises, posti letto –
la sua è una liturgia della strada,
di ghetti malnutriti dati al fuoco.
È qui che si ferma il respiro:
la curva della bocca
intorno al cuore —
ethos che le sabbia tra le mani,
logos espatriato nella guerra.
Ma il diritto rimane negato,
senza una rivoluzione.
E Nina lo sa, non sta a lei giudicare:
sceglie la sua lotta senza armi,
pronta a farsi specchio
di quel dolore che si veste
nel suono delle tante identità.
Il poeta non ha una terra —
ma ne porta il sangue e il canto.
È pellegrino d’invisibile,
con tutto il peso del tempo addosso.
I propri giorni
Non sarebbe scorretto farsi da parte
se il proprio poetare s’increspa –
forse ipotizzare una liberazione
capace di ordinare in solitudine
i propri giorni desiderosi di un notturno –
forse su una panchina a vegliare sugli ultimi.
Come il salmo recita
Ascolta il profumo breve del mio verso,
perché domani e dopo sarò molto lontana
– non immaginarmi alla finestra – lo sguardo
è bendato e sempre più buio, come il salmo recita –
e breve, il verso, breve, così anche il respiro.
Uno stormire tra le fronde
Quando la tristezza sfama e asseta
in questa zolla di sponde,
in questo andare e venire delle onde.
Quando di te rimarranno gli avanzi
e i risonanti titoli di coda, sarai polvere.
Lo sproloquio non mi scuote di un sospiro,
manie, malinconie, del tuo nutrirti ansioso
ha mosso uno stormire tra le fronde
che non smetterà mai di beffeggiarti.
Come fossi una molotov
Le autostrade brillano come vene al collasso —
sguardi ingombranti lampeggiano dai vetri,
tra sogni svenduti e insegne al neon.
Fratture aperte sotto ponti stanchi,
infrastrutture vuote come tremolanti promesse
e vittime archiviate con un click.
Toglietemi la rabbia —
la accendo come l’ultima sigaretta
prima del blackout.
La nebbia non è più un fantasma:
ha l’odore del metallo e ammoniaca.
Scivola tra i cancelli che chiamate sicurezza,
dove il cemento non protegge
ma imprigiona il respiro.
Io non mi preparo.
Io crollo, mi rialzo.
Alla radio, un politico discute con il proprio riflesso,
io sono la stessa donna che soffiava brace
nelle tasche della storia.
Stanno morendo per un titolo, per un tweet,
e io di rivoluzione, come fossi una molotov —
Non provate a educarmi.
Non questa notte.
Con la grammatica del padrone
non si scrivono libertà.
Non cerco dizionari —
ho parole tatuate sulle cicatrici.
Marx l’aveva visto:
avete santificato la merce.
Pregate nelle corsie dei supermercati,
offrite sudore a uno schermo,
lacrime a una notifica.
Il denaro è un dio crudele,
non sa chi sei, non ti guarda —
a meno che non valga la pena ucciderti.
Ho visto l’eternità in uno spot di trenta secondi,
tra un farmaco che dà sollievo
e un’app che ruba il sonno.
Il capitalismo cammina sull’acqua,
ma fa le abluzioni nel sangue.
E tutte le foreste sacre,
le querce, le madri, i venti —
non bastano a impedire a questo sistema
di volersi morire addosso.
Il delirio ha fame del proprio collasso,
ha sete di guerra,
quando il profitto è una benedizione da moltiplicare.
Il futuro è arrivato, sì —
con un cappio di fibra ottica al collo.
E i migliori tra noi non chiedono più amore,
ma silenzio.
Lame.
Mani nude sulle spine dorsali del mondo.
Nessuno salva.
Nessuno serve.
Ci salviamo distruggendo l’altare.
Bruciamo tutto, allora.
Ma facciamolo insieme —
con le mani aperte,
e gli occhi ancora capaci di lottare.
C’è un dono nel dolore
Omnia supera l’arco, [o: vero]
tendine a pelle sanguina,
un istante prima del tramonto.
La schiena fiorita si offre
come un campo d’agosto,
d’ignoto masticata, sputata,
[o: pronta] ad accogliere il morso –
promessa o predazione,
dipende dal vento,
dalla fame,
dal volo trattenuto sulla bocca.
C’è un dono nel dolore, una resa
che somiglia a un rito antico:
la carne si tende [o: morte]
sacerdote d’attesa,
del sole filtra la bellezza,
in quel fruscio che talvolta
pare un sussurro
e non sa più
se è freccia o bersaglio.
