Rimane del mondo un anello di foglie,
gli emarginati credono solo
nei rattoppi delle nuvole,
in quelle cuciture fragili
che il cielo tende per non lasciarsi cadere.
Sono loro, le mani che stropicciano il vento,
cercano un disegno che si sfalda e si ricrea,
un senso che il sole non osa rivelare.
Camminano sotto orizzonti rotti,
cullando sogni fatti di strappi,
di scarti d’azzurro.
Un verbo, occorre un verbo senza chiodi,
un verbo che ci unisca,
che riporti questo mondo dentro sé,
in un porto sicuro, in un rifugio
che lo custodisca,
un verbo che lasci in questo silenzio cavo
una luce unitaria.
Giovane bruma, prendila tu,
questa strada di segreti corrosi,
che il tempo deride, che il buio mormora,
mentre noi muriamo spazi
che non conducono,
che non promettono.
Segui il segno
Può darsi vi sia una forma di compiacimento, infine,
nello staccarsi di una donna, dal gesso stinto della folla –
andare in china solitudine, immensamente intima,
sull’obliquo lumeggiante di questo grande fronte.
Raccoglimento inconscio la sua quiete, cara coscienza
di vita e nostalgia, che nel dolore
il segno non si confonde.
Scrivere il silenzio
Noi dovremmo scrivere tutto sulla vita;
la vita è un foglio bianco pronto all’inchiostro,
il respiro nascosto tra le ore,
la fame che inarca il silenzio,
ogni sguardo che pesa la brace.
Annotare la luce complice che filtra
tra le persiane al mattino,
e l’ombra che si allunga
quando il giorno si piega alla sera.
Parlare del sorriso che si spezza,
del pianto che non trova voce,
di quella stretta di mano che salva
quando il cuore si perde.
Noi dovremmo scrivere tutto sulla vita,
non solo le vittorie,
ma anche le cadute che ci hanno resi umani,
le ferite che hanno disegnato mappe
sul nostro fragile corpo.
Scrivere l’amore,
quello che scoppia come un incendio,
quello che brucia piano come una candela,
e quello che resta,
come un’eco nell’eterno.
E infine scrivere il silenzio,
quel momento in cui tutto tace,
e la vita, senza parole,
continua a cantare.
Siate ribelli
Siate ribelli per giusta causa.
Non siate i dolci conformisti.
Non comincia con il fuoco.
Comincia col dire — no —
mentre qualcuno ascolta.
Con la mano che si rifiuta di salutare,
il corpo che non si piega più alla carezza
come fosse premio.
Con il bicchiere lasciato pieno.
Con la porta chiusa piano.
Con la fame.
Quella fame che non è cibo ma
voglia di restare interi.
Ci hanno detto:
siate gentili.
Siate morbidi.
Siate come sabbia fra le dita,
che non si lamenta mai mentre cade.
Abbiamo annuito,
finché non abbiamo imparato
che la sabbia,
quando soffia il vento giusto,
diventa tempesta.
La rivolta è spogliarsi lentamente
delle stratificazioni populiste
e scegliere la propria pelle
come fosse armatura.
È guardarsi allo specchio
e non chiedere scusa.
È dire il proprio nome
senza il diminutivo.
Una notte,
Betty ha smesso di dormire.
Schubert taceva.
Lei invece no.
Ha preso i calzettoni,
li ha messi in testa come corona.
Ha riso.
Poi ha detto:
— Non ho più freddo.
E nessuno
le ha chiesto perché.
Cammina per il corridoio
scalza,
ma i piedi non sono più nudi:
sono dichiarazioni.
Ogni passo dice:
“ho deciso di restare sveglia”
Non urla,
non serve.
La sua presenza è già volume massimo.
Ha un cucchiaio in tasca,
una forchetta nei capelli,
e sotto il maglione
una cicatrice dal vecchio populismo
che si ostina a guarire.
Dice che la userà come mappa,
se mai dovesse perdersi ancora.
Qualcuno le domanda se è pazza.
Risponde:
— No, sono coerente.
E ride,
di quella risata piena di schegge,
che taglia l’aria in fette sottili.
Ha scritto una lettera al governo,
ma l’ha bruciata prima di firmarla.
Dice che non vuole lasciare prove,
solo fatti.
È il modo migliore per una rivolta.
Stanotte si è messa il rossetto.
Non per piacere.
Per marcare territorio.
Ogni tazza, ogni filtro,
ogni sigaretta —
un segno rosso:
“qui sono stata io.
Qui ho avuto caldo.
Qui non ho chiesto permesso.”
Domani forse tornerà a chiamarsi Elisabetta.
O forse no.
Forse troverà un nome nuovo,
uno che si scriva con le dita
sulle pareti umide del bagno,
insieme a W la rivoluzione,
uno che nessuno possa pronunciare
senza tremare un po’.
Non è scappata.
Ma non è nemmeno rimasta.
È lì,
in quell’angolo dove i muri si incontrano
ma non si toccano davvero.
Sta seduta su una coperta piegata male,
con un gomito sul ginocchio
e lo sguardo che buca il pavimento
come se sotto ci fosse il cielo.
Non aspetta niente.
Non aspetta la gente.
Aspettare è per chi spera.
Lei osserva.
E chi osserva troppo a lungo
prima o poi diventa parte del paesaggio,
oppure lo cambia.
Il cd di Schubert gira ancora,
ma non suona più.
È diventato solo un oggetto tondo
che riflette la luce in modi complicati.
Proprio come lei.
Ha fame.
Non di pane.
Di risposte che non siano giustificazioni.
Di carezze senza condizioni.
Di sonni profondi
che non comincino con il pensiero:
“se domani non mi sveglio, va bene lo stesso”
Non piange.
Non serve.
C’è già abbastanza acqua in giro,
e il sale,
lo conserva per la carne debole.
Forse domani indosserà di nuovo i calzettoni,
forse li brucerà.
O forse li metterà a una bambina
che ha freddo davvero.
Per ora li tiene in tasca,
come promemoria.
Di chi è stata.
Di chi non sarà più.
Siate ribelli per giusta causa.
Non siate i dolci conformisti.
Nomi
una volta ho digitato il nome di Nina
e mi ha fatto piangere davanti a un oceano.
non era mio.
era Nina, la voce che ha scavato
dentro quella cosa senza nome nel petto.
il punto fisso che non lascia filtrare
luce, né perdono.
quando mi cercano,
trovano lei.
quando inseguono la mia ombra,
inciampano in lirien,
o nell’idea di qualcuno
di piccole lampade rosse
che ha amato con un occhio chiuso,
mezzo sogno alla volta.
quando passano da me,
seguono la scia di Giustine,
le sue parole dritte quanto uno sciopero,
come mio padre che, con la gola,
fermava i treni.
quando provano a trovarmi,
cercano chi ho cercato
quando avevo fame
e nessuna voglia di parlare.
Cherokee. La sua risata.
Apache che sussurra anche quando dorme.
e il nero Mhina, sopravvissuto al Mediterraneo.
la palestinese Mariam con la calce sul petto.
quando inciampano nel mio nome,
forse vogliono Marie —
occhi stanchi, come vecchi palazzi
crollati in un tempo di maggio
o quello sguardo che non ti chiede
di essere utile.
quando digitano un nome e compaio io,
cercano il loro.
come cose che gli appartengono.
sentiranno i miei occhi colmi
di nenie infantili
troveranno il loro nome,
e cercheranno domande.
cercano chi sa
che la verità è
una ferita ben posta.
cercano poeti
di un certo inchiostro trasparente,
che si cancella male
come certi errori.
e quando cliccano sulla mia assenza,
cercano il dubbio.
perché è da chi porta il nome di tutti
che ogni poeta
inizia a perdere sangue.
Beat Generation
I.
forse era estate,
ma ti sei messo il cappotto
come nei giorni della merla,
per farti contraddire.
solo strade calde,
il motore ancora acceso,
una vecchia playlist
che nessuno aveva scelto.
la tua voce
era il telegiornale sintonizzato male —
l’unica cosa che tremava
eri tu.
II.
non sei mai sceso sott’acqua.
eri troppo leggero
per affondare.
eri tutto fiato
e pioppi nei polmoni,
la bocca brillava,
mangiava il vento.
battito
ad alto volume —
non c’è mai stato
un the day funerale.
solo una pizza fredda
e troppe sedie vuote.
non è stato il corpo
a cadere.
è stato il tempo
a scivolarti via dalle mani,
come un pacchetto regalo
senza oggetto dentro.
III.
dovevo dimenticarti,
mai ho imparato l’alfabeto —
ho costruito la tua W
con i bastoncini di zucchero
sul fondo di un bicchiere.
la grammatica si scioglie,
dove la morte
è nel silenzio,
dove nella voce la tua R
si spegne.
se ritorni:
pietre in tasca
per restare radicato alla terra —
ogni volta ho chiesto a una nuvola
di non piovere.
IV.
se saluto adesso,
non è perché sei andato.
è perché sei diventato
direzione,
come il caffè
in un coccio kintsugi da tè.
non ti cerco nel fondo del fiume,
ma in quello che non è mai stato bagnato:
nelle tasche asciutte.
nei ponti senza onde.
nei capelli
non spettinati dal vento.
nella luce che contraddice,
restituisce,
inventa il contrario.
V.
e se un giorno torni,
ritornerai come ago d’abete —
pungerai del mio corpo
ciò che ormai
affonda nel limo.
non bussare.
entra —
non spiegare.
non chiedere cosa è successo.
accendi la radio.
canta male.
e lascia le scarpe sporche
sulla memoria che balbetta —
così saprò
che sei sempre stato vivo.
come un piacere
più tagliato, più animale, più Vuong —
ma che non riesce
a finire una frase.
una rovina sacra.
Qualcosa si distacca
una parola
nuda
racconta
terre smagrite,
dita sfinite
nella semina,
madri
che piegano salmi —
la luce inciampa
nella tana dell’anima,
taglia cerchi
sull’acqua,
scrive tremori
nei canneti,
si piega
senza fratture —
un vecchio
stringe il borgogna —
una sedia
che geme.
si alza.
non chiama.
non chiede.
segue il passo —
l’orma
che resta.
un violino lontano,
una pioggia di bacche di ginestra,
una morte
senza clamore.
solo il respiro,
che si slaccia
piano
dalla bocca,
una morte leggera.
qualcosa si distacca —
forse il dolore,
forse il tempo.
forse
la mano
che teneva
il giorno.
Guarda, c’è vita
Inerpicarsi per precipitare
al cuore devastato della terra,
fino al legno e ai chiodi
alla cometa in solitaria,
voragini scambiate per sentieri
che si dissolvono al passo,
orme fatte d’assenza.
Ogni scalata è un ritorno,
ogni vetta un abisso.
Ci si perde nel tracciato invisibile,
un richiamo è sempre più muto
fra il paragrafo sull’esistere,
fra il vuoto e questo corpo.
La poesia
La poesia ossigena, consola, è una strofa
che indugia sulla lingua un cambio d’umore.
Ciò che sembra qui è un perpetuo bruciare,
un agguato di luna nelle ossa e fra le righe le nuvole.
Non l’illusione assurda ma la presenza che scuote,
la febbre senza malattia, la zolla coltivabile.
Mio padre
Stringeva la sigaretta, mio padre,
mentre riempiva la terra di imprechi
come sassi caduti dal tuono.
Avrei voluto vedere la sua mano
percorrere quella di mia madre,
i capelli neri di lei,
come una piccola foto.
Un truck di operai percorreva la vigna,
la polvere si alzava, sul cane bianco
rimasto sulla strada.
Io sono qui, io posso sognare e ti parlo
attraverso l’inchiostro, io sono qui,
nei segni tua figlia.
Fare anima
di chi sono i lamenti disgregati —
sussurrati da un dio minore
dentro i sogni notturni?
si negano allo specchio, si frantumano,
non cedono al loro esistere,
si dissolvono —
come pioggia nella mano dell’inconscio.
— il trauma è un mito
che non trova ancora il suo racconto —
ogni nome dimenticato
è una divinità in esilio —
ogni fame d’amore, ogni fame d’incendio
è un desiderio che non ha trovato corpo.
il dolore è messaggero.
il dolore è l’aspetto rivoluzionario.
ora, più che mai,
scrivo come si accarezza un’ombra.
non desidero il tuo esilio —
non le biografie,
ma i luoghi interiori da cui sei stato bandito.
il sintomo è immagine.
le tue memorie d’incenso —
sono immagini.
non da spiegare,
ma da abitare.
impegnati a fare anima.
siamo un oceano d’emergenza
per gli urti della storia,
in costante terapia —
un crocevia di sogni infranti,
un sussulto della notte psichica.
sento la tua voce nei timpani dell’empatia.
il suono dell’altrove — il sintomo —
si arrampica sulle pareti,
ombra universale dell’inconscio.
attraverso la forza dell’immagine
si identifica con l’anima.
anche chi teme l’abisso
può lanciare la propria domanda
oltre la vetta.
le tue domande hanno forma —
sono immagini che respirano,
volti che chiedono d’essere visti
prima ancora che compresi.
si vola per l’etere,
scambiando la via lattea con un blackout,
si naviga in rete
fino all’intossicazione ermetica.
a risentirne è la comunicazione empatica.
io non dimentico
la bellezza del tuo popolo,
né quella del mio —
ma non capisco
questo nuovo uomo.
non parlo di storia,
ma di ciò che la storia rimuove:
l’acqua che piange
quando il delfino apre la bocca
per confessare il mare.
e anche se tremano,
questi nuovi uomini,
sudano sotto la pelle verde-petrolio —
nella dolente visione
di un’umanità morente.
il sintomo è un labirinto di strade —
in fondo c’è il problema del male.
non chiudere gli occhi.
sputa le stanze vuote dell’impero interiore —
non edifici,
ma istituzioni emotive:
il manganello del linguaggio,
la strategia difensiva del patriarcato,
il piombo della narrazione dominante.
un branco di lutti,
intelligenti, archetipici,
che attendono il ritorno del mito —
padri collassati sotto il peso del non detto.
futuri rimandati alla prossima incarnazione.
chiedi alla farfalla di Pavel,
chiedi quella libertà
che Friedman non ha raggiunto —
verso un regno di ricordo profondo.
fare anima.
dobbiamo fare anima.
osserva come le ali,
agitando l’aria, scuotono anche la materia.
ogni battito genera un contatto, un tocco elettrico —
via dal luogo dove eravamo stati confinati.
ascolta.
è il suono nostro, lassù,
sul ciglio del conosciuto.
ora siamo cavalli,
forse gli azzurri di Marc,
che osservano dall’alto
le architetture dell’ego imperiale —
che il nostro dolore
diventi la cura per gli altri.
L’essere del nulla è grandissimo
non sei tu
ma ciò che in te si svuota,
che può accogliere il divino.
disabita il freddo alle mani
tenute a fluttuare, riaccese
dal gesto d’incontro.
non sei la parola,
ma la pausa che l’ha permessa.
non sei la forma,
ma il grembo che l’ha generata.
ci avvolge incorporeo
anche il dolore che si provoca all’anima,
quando le si nega di essere
se stessa.
il nulla è il tuo nome prima del battesimo.
è l’invisibile che ti ha tenuto tra le mani
quando nessuno ti vedeva.
— lì
dove tutto tace,
— là
dove l’io si dissolve,
sorge una luce che illumina i passi:
ti conosce, suggerisce.
la carne non sparisce,
ma si fa trasparente.
se infrangi i lacci con cui l’ombra ti tiene.
l’amore non si dice,
ma si depone.
il dolore non è da evitare,
ma da portare
come si porta un vaso vuoto
che vibra al passaggio delle mani.
non chiedere di essere riempito.
chiedi di essere svuotato
fino a che in te
possa parlare ciò che non ha voce.
lascia che il nulla sia grande in te,
non come mancanza,
ma come santuario.
un luogo dove anche dio,
qualunque sia,
viene a chiedere silenzio.
Ti edifico un tetto
Scrivendo ti edifico un tetto, o un altare,
come piantare le radici, conoscendo gli arredi
dello spirito, forse un albero lieve al centro
della stanza, che conosca ogni tuo mistero; ti scrivo
e ti bevo in piccole gocce di pianura, ed è così
che spalanco la casa, e mi tormenta
quel condottiero di lettere, che non arriva,
con quei silenzi sempre ubriachi.
Presto mi dirai l’universo, sottovoce, in un orecchio.
È l’amma l’amicizia
Cruciale è l’ancora, per la nave in porto.
Così è l’amicizia.
Mai con la bocca
che ha perso la voce.
Il rispetto —
prima ancora che si sappia pronunciare.
Mai come veste dimenticata sulla sedia,
o tenda che non tiene più il vento.
È l’amma, l’amicizia —
la madre che abbraccia,
il grembo che non chiede nulla
ma ci contiene interi.
L’amicizia è la ferita
che smette di sanguinare
quando la riconosci,
in un silenzio abitato.
È il silenzio che sa restare,
il tempo che non scade.
La voce che non alza la voce —
né la scava in un sotterraneo senza luce,
né la nasconde, clandestina,
sotto un terriccio d’umori e lombrichi.
È la presenza che ci custodisce,
quando tutto il resto manca.
L’amicizia è il fiato che apre i vetri.
Ci permette di esistere
come siamo,
nel nostro programma misterioso
di fioritura e rovine.
Non è possesso,
ma atto puro di offerta
che si compie nel distacco —
come una ferita
che ha dimenticato il coltello.
Come un altare disegnato nell’aria.
Come amma invisibile
che continua a vegliare.
Segno d’occhi di palude
Segno d’occhi di palude —
in branco rimarrai quella bambina
trafitta nel cerchio eterno
della tua voliera,
con le piume
nerastre dell’infanzia.
Bene o male,
se si sofferma l’onda,
la mano sfiorata
ancora si sottrae.
La bestia è un animale cieco
che non sogna il mare.
Ma come si ama?
Lasciandoci raggiungere
senza annidarci —
come un’alba che sbatte
le lenzuola della notte.
Lasciando che l’altro
giochi con la tua essenza
e accusi te della sua speranza?
L’amore è un’ape
che cerca fiori estinti.
E noi —
così brevi,
così stoppini —
diventiamo incendio,
senza conoscere il nostro tragitto.
L’amore non afferra,
non spiega,
non ripete.
Si accende nelle mani,
una piccola fiamma
che non sa dove va,
ma sa che deve andare.
Non occorre un’immagine.
La pena è già negli occhi
di chi prova a custodire
ciò che potrebbe spegnersi.
Scrivo con la lingua del fumo.
Sono il nocchiere della mia palude.
La parola ha un colore
La parola nasconde le cose, la lingua indaga,
come una veste che si cuce camminando.
Sfila nei bordi, ma trattiene un pubblico di trame.
La parola è vivente ed efficace,
quando non cammina su una bocca di cespo umbratile.
O dovrebbe sostenersi da sola? Scrivo
come chi accende fiammiferi: «ho freddo parola»
In disordine mette la parola,
come una casa lasciata in fretta.
Arriva a tratti, più affilata di qualunque spada,
e penetra fino a dividere l’anima,
le giunture dalle midolla; essa giudica
i sentimenti e i pensieri del cuore.
Prende la mira, la parola, sa di resina e febbre.
La parola ha un colore:
quello dell’ultimo sguardo prima della nebbia.
Non sia deportato
Si bruciano fascine di ore
nell’adorare l’estro personale —
contraffazioni angelicate piene di tic
in cambio d’un vuoto pneumatico.
Sopra il capo senza rose
tortore malate scendono a fiamme,
giri di foglie istrioniche tra i passi,
dèmoni che stanno nell’immagine
come nudi sassi di tormenti.
La via che percorre il petto
infiammato di rabbia e di malizia,
non dà il verbo al giorno —
si pensa di amare come un matto
si pensa di ingannare l’ascesa
delle sere a venire.
Il passo,
il verso,
la banalità è molto breve.
Mi chiamo ad adorare l’amore
più giusto, e che non sia deportato.
Non sa se volerà
Questa ragazza osserva, a sera,
il nutrimento, la brace, la comunione,
in una casa illuminata dalla parola —
le passa sulla bocca, quasi a oscurarla,
un volo di colombe albine in melopea.
Non sa se volerà quando si vola,
come si vola in alto, né dove si volerà.
Ora il suo corpo
diventa un cielo largo quanto un oceano,
che ha già in sé la risposta decifrata,
come un’anamnesi —
un tunnel luminoso, in fondo al senso
d’amore, si scopre: l’infinito.
La presenza
Alla maniera del tempo,
la presenza non è astrazione.
Il senso sia propulsione necessaria
al movimento —
le parole, i segni, siano l’occhio,
e una corsa sfrenata di voci, di tracce,
in soccorso — a spalla — di silenziosi relitti.
L’acqua, del resto, è l’origine dell’essere —
un’invisibile gomena amniotica ci collega
al nostro scorrere, la partitura
che spiega le braccia
e si chiude, singhiozzando.
Le attese di Nina
Quando la tristezza affama e asseta
in questa zolla di aride sponde,
in questo andare e venire delle onde.
Quando di Nina rimarranno gli avanzi
e i risonanti titoli di coda. Sarà polvere.
Lo sproloquio non la scuote di un sospiro,
manie, malinconie, del suo nutrirsi ansioso
ha smosso uno stormire tra le fronde
che non smetterà mai di beffeggiarla.
Varcando la soglia
La goccia entra nella cruna dell’occhio
dove l’ombra dimora, tremolii —
la nudità della memoria è nell’aria,
ripete preghiere in trascendenza —
la croce dell’eroe che si sacrifica,
la provvisoria emergenza,
e quello che viene è un muto articolare
di lingue e fiammelle.
Credo a braccio in ciò che ho percepito,
in quella sala operatoria.
Ma uscire dal corpo significa questo:
— alzare gli occhi e vedere un soffitto
brulicare di gente straniera,
sparsa in un fitto susseguirsi d’orizzonti.
— E sul letto in basso si sacrifica
il mio ventre, tagliato in lungo e in largo,
e una bocca di storie bagnate
fra le gambe.
E poi la pace
in un campo bianco come la neve —
il pensiero, la cultura e le altre cose
al mood del guerriero non ci sono,
come una cronologia cancellata:
ricordi, dolori, rimani in uno stato
di benessere assoluto, rimani senza vuoto,
senza attesa, senza paura, perché si è trasferito
il sentimento universale in te.
Le voci mute, le energie ti accolgono
come fossi dormiente —
e il genio ti risveglia,
e quel sommerso riemerge,
e pur diverso, fresco e primitivo,
un intimo colloquio, un puro andamento,
un segreto di anime ora inciso
nella trama invisibile del mio respiro.
Da allora,
non sono più tornata del tutto.
Il richiamo alla Storia
Restano vuoti i miei occhi,
mentre mi parlano di guerre —
restano come la neve
che copre gli orrori.
Restano occhi di popoli
senza speranza.
Il futuro è caduto all’indietro.
Ho visto un bambino oggi,
imitare suo padre: calpestava il cibo
di altre bocche vuote ridendo —
tracciando con un piede il confine
del loro esistere.
Devo stringere gli occhi,
aspettando il passato,
col grido e il richiamo alla Storia
di un po’ di pietà.
Preghiera
Mandami la grazia e la lettura: un braille
in te, che sei la parola che si tocca —
apri la mia stanza, quella più nascosta
e serrata, consegnata a una zona di frontiera.
Il palmo del pane è una carezza alla bocca,
quando si abbraccia la misericordia.
Allarga la strada delle tue braccia,
prima che gli occhi si chiudano
e si viva a tastoni.
Declino crescente
Tanto le cose spettrali
si riuniscono dove il sangue
dell’altro è conquista —
rimangono lì a divorare i resti
nelle vecchie stazioni
della mala fede —
eternamente velate
si oscurano in un vortice
insaziabile di guerre
distruggendo tutto ciò
che le tormenta —
e noi a guardare
cosa ci sia sul fondo
del nero declino crescente.
Proviamo a interrogare Dio
in una sala d’aspetto
chiediamo un tetto che vegli
sulla speranza
sull’intimità della coscienza.
I miei primi 75 anni
Mi chiedo quando d’ottobre
cosa ne farà il vento
dei miei primi settantacinque anni.
Un poco illuminerà gli incanti autunnali,
le tele compiute e lo smussarsi
del fragoroso pungiglione avvelenato
di questo scorpione.
Con pugni di capra continuerò a castigare il verso.
A volte accadrà un silenzio senza cuore
compitando nella folata
la solita furia di sangue
accompagnata dal vocalico buio degli angeli.
Sarò un vecchio casolare solo nelle mura
ma se vedrete passare fra gli olmi la mia ombra
sarà quella che ho sempre avuto nella testa.
Di più d’una spinosa storia
o il tonante ritmo
di una rivoluzionaria.
Il coraggio di sentire
L’odore del pane caldo arriva silenziosamente,
senza l’onda della chiacchiera —
il soffio vivo porta ardenti gli orizzonti
in questo deserto indifferente,
dove il naufragio sembra conforto.
Siamo foglie fragili, attratte dal sussurro del vento —
nelle tempeste la parola si desta.
Così nel buio, se ancora c’è coraggio di sentire,
la speranza è una luce lenta che si accende,
che spezza le pietre e cancella i confini.
La bufera delle sillabe in cerca di nomi
si confida — le risposte arrivano superstiti
nel nido della lingua,
come le braci lente di una liturgia.
Poi c’è mio padre, che ingoia il fischio,
e chiama finalmente per nome mia madre,
come una lettera in un cassetto chiuso a chiave.
Sento il taglio del ricordo
con meno timidezza.
Il Dio degli universi
Nel sonno tornerò a dondolarmi
sulla riva del fiume — mentre s’accosta
la porta che dà sul sentiero dell’angelo,
e il saluto, lassù, di mio padre
che ha compiuto il suo viaggio.
Sono fuori, a osservare la soglia invisibile
fra qui e là, fra l’andata e il ritorno,
in un restauro divino dell’anima —
volàno d’accesso alla mia umanità.
E mi chiedo se ha senso essere branchie
tra la terra e l’eterno, l’attimo e il tempo,
l’acqua sul tufo, l’amaro di un popolo.
Proprio le ferite, quando abitate tanto
da piegare il mento,
diventano combustibili di fraternità.
E mentre il genitore in spirito,
dal passo compiuto, sorride,
manda la risposta che si va cercando
nel meccanismo delle viscere celesti —
un aureo contatto s’apre, si spalanca
negli occhi, e postula l’insieme
di tutto ciò che esiste —
anche il vuoto sospeso tra le cose:
il Dio degli universi.
L’identità
Nina è abitata da un’orma che chiama –
la memoria è un filo tenace
quando si tende, di tralcio in tralcio,
nel buio fatiscente
della propria coscienza.
Il vissuto diventa una terra predata.
Nina è in diaspora –
vittima o carnefice,
modifica segmenti del proprio codice,
riformulando patti, fondali,
pianure, lune pericolanti –
l’identità.
La dimensione dei nostri valori
è nell’inquietudine;
la quiete ricorda quell’ombra
estirpata dal labbro spaccato.
È questo che chiama il legame
tra memoria e utopia:
cieli cobalto, voci nel vento,
sistema solare nel buio del cranio.
Purezza
Centrale – forse la chiave di volta –
è questo pensiero: la purezza
non è virtù morale,
ma modulazione del sentire,
intimità radicale con sé stessi.
È il luogo in cui percezione e identità
si toccano, si rispecchiano.
Purezza, allora, non come candore,
ma come coesione interiore
tra emozione e consapevolezza.
Tanto stretti
Un’assonanza,
una minuzia,
un blu dentro il blu,
uno stormo infinito
forma una speranza.
E c’è chi parla
con la sua malinconia,
scalando melopee
alla sua tenera fine.
E quel vuoto —
il vuoto piccolo
segnato negli occhi,
il suono della voce.
Sempre,
perché ci si tiene
tanto stretti.
Figlio del legno
Poi mi mostrò il suo cuore
dove chiunque alloggia
il principio stesso –
non d’uomo né d’angelo,
cuore curato dal gesto materno:
cuore mite, covato senza affanno,
che nutre il rifugio del tempo
e nel respiro custodisce il verbo.
Così la rosa si offre.
Così il sommacco incendia.
Non sarà effimero –
l’amore infrange l’emozione
fino a farne squarcio,
e da quello squasso
si scelga ciò che il mondo,
sotto il ghiaccio, aveva scartato.
La speranza è un inganno?
Armati di umane rotte, armati di bandiere,
che il vento scaglia dove il pelo dei demoni
è coperto di stragi. Domare il sangue
della guerra – ma come disarmarsi oggi
dalla mandria del male —
sanguinando àncore rifiutate dal cielo.
L’orrore sferzato descrive l’azione:
la speranza è un inganno?
La portata di fame sul vassoio atroce, la morte
per contorno e l’inganno accresce
nel profondo un grido: muore il germoglio —
e le colpe, di ognuno, le colpe — uno schianto.
Im(materiale
Sopravvissuti ai nostri istinti
tracciamo rotte sulle vene
con l’ignoranza della pelle —
Incidi addii sulla mia costola:
un falco aliante che respingi
e questo noi d’immateriale.
Forse il nulla è stato vero
Il giorno si nasconde mentre mi accompagno
a svanire nella notte, lontano dall’alba,
dai riflessi opachi della memoria.
Ombre scomposte nel tempo e nello spazio
inghiottono il ricordo dell’oceano,
il silenzio spezza il ritmo della marea,
il mio nome è lasciato annegare.
Qui, dopo il clamore di vite scoppiate
si affrettano a stringersi nei casolari
per essere il pianto quieto dei cardini.
Ascolto l’assenza nella luce
prima che il tramonto si sciolga
nel viola profondo
e infine nel nero cieco,
e la sigaretta della sera confermi,
sputata come un soldato in guerra,
che fino a questo istante
forse il nulla è stato vero.
Forse io non sono la caduta,
forse il vento non ha mai sfiorato
un vestito di ragazza svuotato dal tempo.
Ogni passo smarrito sui segreti di ghiaia
non lascia eco, non lascia traccia,
il respiro è spezzato,
il suono è un minimo
che si riprende fischiettando.
Eppure i ricordi più oscuri affiorano
dal fondo della mia anima,
come pesci senz’acqua,
ora esposti, ora ingovernabili,
mentre la notte sussurra:
non puoi più fuggire.
Ti attende solo l’arsura,
come la sete fa,
non puoi fuggire: – la bambina
mai lasciata
non si rannicchia più –
diventa ombra,
diventa assenza,
diventa il tuono stesso
Il domani è troppo lontano
Nessun cervo, nessuna antilope guida gli smarriti,
nessun villaggio di antenati li accoglie.
Non c’è farina di mais né bacche
a colorare le labbra.
L’albero della vita è spoglio sotto il sole.
Nessuno cerca casa con radici,
senza nulla da costruire.
È settembre, anche se la notte prima dell’alba
è sempre estate per me
e il domani è troppo lontano;
troppo stanca per aprire la porta dei sogni,
troppo delusa, nessuna pioggia mi solleva,
nessun canto di tuono mi rapisce.
Mia madre era prigioniera
nella casa del caos.
Non era profetessa, ma un’ombra confusa,
una donna malata senza futuro – ero il suo blues –
ma siamo tutti Giobbe
e Dio non ha mai cambiato strada.
Dio rimane sveglio, le stelle fredde e rigide sotto di sé.
Non vede il dramma oscurare la pace.
Non si commuove davanti all’agnello.
Ecco l’uomo
Ecco l’uomo dalle morbide ceneri
con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
al passo pieno su un letto di conforto
sempre assente al passaggio dell’inverno.
L’uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
confine di leggere braccia
che scavano la luce chiara,
il sole dolce,
dolce l’acqua che sazia le gole dei bambini,
le loro parole liquide,
le voci familiari nello spazio aperto
spalancato nelle loro coscienze di terra.
E come l’inganno della promessa
la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
l’ambiguità dei loro desideri.
Silenziosi santi, miti ritorni,
santi con le bocche asciutte,
sciolgono i lacci
per mantenere lo sguardo
sereno nei vostri occhi liberi,
liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.
Santi che nutrono il giorno
e guadagnano pietre,
la durezza dei sentieri.
Bellezze quiete, volti sereni,
giunti, giunti a riposo
sulla terra, sulla luce, sull’aria tersa.
Chiari, chiari i confini all’orizzonte,
nulla frena il nostro arrivo,
e prati di stabile equilibrio,
le strade gremite, gli amori sereni.
E ovunque la pienezza,
la solida consistenza della luce.
L’uomo tra gli uomini e la strada davanti,
la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
te stesso è ancora una domanda irrisolta.
La croce si è mutata in oro per te,
e l’angoscia si è sciolta.
Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
è sempre la leggerezza del cielo
che si posa sulla tua fronte sudata.
Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
cancella attraverso gli anni
come un rasoio
il tronco della gioia.
Libero nella calce del silenzio,
l’intonaco si gratta con le unghie,
nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
Di fronte alla faccia ripulita,
i santi si allungano ai tuoi piedi,
l’erba alta ha accolto il tuo cristallo.
Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
sei entrato nella luce.
Disarmate la pace
Camminano su orme slabbrate
con corde tarlate alle caviglie,
impuri d’ombra, drappeggiati di nero,
portatori di promesse infrante
sulle arterie di polvere.
Sotto un indaco oceano, che ha estinto
le vele insorte, echi recisi
dalla gola della giustizia.
Siamo evasi dalla storia, dai serpenti, dai mistici-
non dalle mani serrate su vessilli scoloriti,
che tinteggiano la pace con le armi,
che confondono il senso della veglia.
L’aria scompiglia oracoli di paglia,
precipita proclami sfilacciati
nelle piazze rese larvali dal sospetto.
Dove si nascondono i sogni, le rivolte,
le madri con gli occhi prosciugati?
Chi ha interrato la dignità
sotto il peso delle torri di vetro e tracotanza?
Eppure, fra le fenditure del cemento,
un sussurro persiste, la poesia:
scintilla irriducibile, testimone refrattaria
al fango del tempo.
Quel segno fatto a stella
Non manca mai quel segno fatto a stella,
lasciato testimone; una luce, la legna per l’inverno
sulle sue parole scritte, proprio di sguardo
puntuale, come fosse ogni giorno un incontro d’amore –
poi, conviene parlare, dato che lo sguardo viene perso,
nelle tracce di uno scorrere; rivelare il segreto, viverlo,
– evitare silenziosi relitti come me –
che viaggiano già su groppe di bisonti verso l’indaco.
Solo fiori
Ogni istante sembra ripercorrere il precedente –
orologi atomici affrontano il concetto del viaggio,
la brevità delle singole ore, per ritornare a sanguinare
con la bambina irrisolta che ero, per difendere
la sua carne.
Con uno scambio d’occhi le direi
di non accusarsi per quell’impronta,
le insegnerei a non isolarsi,
la porterei a coltivare nella mente solo fiori.
Cos’è reale?
Mai appartenuta al nulla, mai persa
nel tentativo di descrivere
le classi povere,
mai dissolta tra le parole amate.
Qui, nessun serpente attraversa
il mio cammino, nessuna traccia
di sepoltura sulla terra secca,
nessuna ombra riportata al sole.
Mi fermo. Alla fine del fiume,
non c’è alcuno stupore,
nessuno stormo che si rialza,
nessun pianeta da osservare con affetto,
nessuno da riabbracciare.
L’immaginazione non mi ricorda più
cosa sia reale.
Il sangue non mi schiaccia.
Non avrei mai lasciato
che le mie particelle
si disperdessero nel nulla senza scopo.
Lascio andare, senza stringere,
senza affondare.
Non lascio tracce in una terra perduta,
non metto semi in un campo lontano.
Non c’è sorgente comune,
nessuna essenza condivisa.
Non lasciano essere.
Non lasciano esitare.
E le progenie che non rinasceranno qui,
questa è la punizione,
negli infiniti istanti che non avranno luogo,
senza un corso d’acqua su cui specchiarsi.
Nessun essere che si stacchi dal caos,
nessuna vita che si misuri contro la guerra,
Così anche l’istinto
Sentinella, un’eco di lingue perdute,
non più una guardia, non più una veglia.
Chi mai stava spegnendo le luci, se non io?
Non fissare nulla, lascia che lo sguardo cada.
Non inseguire la risposta.
Chiusi gli occhi, finché il vuoto divenne
un compagno discreto, di quelli che ti seguono
senza mai chiederti se hai dimenticato
il riflesso opaco dell’infanzia.
Come le falene, stanche e spente, si allontanano
dalle lampade, lasciando il buio indisturbato,
come la pelle che dimentica la cicatrice,
così anche l’istinto dentro di noi
si allontana dalle cose, si svuota
di ogni immagine rimasta, smarrita come vento
tra le pietre.
Si spegne nelle fenditure
dello stesso cranio.
Siamo quelle del ‘50
Sostando la vita confessa le sue protagoniste.
Siamo noi un autunno irreale? Siamo quelle del ‘50?
Solitarie emigranti, chiamate con un fischio,
lasciamo la via del frastuono a te,
giovane bruma, coi nostri segreti corrosi,
da te derisi, all’usura di uno sguardo che si abbassa
dentro il buio, murando quei pochi spazi rimasti
che non portano a niente.
Quel sapore moralistico
Mi trovo qui, straniera, a piantare
fiori nel buio della mia carne,
a sputare zolle di terre lontane.
Il cielo deve aprirsi, simile
a un fiore di sangue
evitando quel sapore moralistico.
Il cielo deve accogliermi,
poiché ho finito i sogni ed insieme i ricordi.
Nessuno spazio è mai stato tanto vuoto,
ero i sassi contro la tua finestra.
Ultima strofa
L’avvicino all’orecchio, non a caso,
l’immagine che suggerisce il mare
e sento le fusa di acque tranquille –
fosse anche solo nell’ultima strofa
di una vita essenziale –
direbbero altri: drammatica.
Oltre la negazione
Sigillato dentro le parentesi,
tutt’altro che materne,
l’uomo schiuma i flutti del baratro morale —
partorisce mostri, solitudini,
all’insegna del dubbio:
– immagini piagate, parole acute come spilli,
disinnescano la tentazione di colloquiare.
L’uomo rivela la propria follia –
e sarà oggetto di morte,
l’amore per la vita in sospensione.
La vita è consegna
La fune rievoca il proprio passato:
un filo d’acqua tra questi capelli,
un pensiero che scioglie nodi,
microstorie di plastica e nero.
Le carte mi hanno atteso come risacca,
fra traslochi e scaffali — portàli incoerenti,
custodi di pause e silenzi.
Non chiedono più la pietra della perfezione:
ogni parola, anche interrotta,
porta l’impronta di chi sono stata,
il moto oscillante tra città e campagna,
tra biblioteche solenni e stanze domestiche.
Sono pelle che trattiene cicatrici:
proprio lì si cela lo strappo.
Darle al mondo è un atto di pietas:
non per concludere,
ma per liberarle dal sogno imprigionato,
perché possano bagnare, come dopo un temporale,
la continuità di altri sguardi.
È il daimon dell’età del raccolto che mi sospinge:
il suo sussurro non ammette indugi.
La vita non è compiutezza, ma consegna,
e io sono il tramite che depone
questo piccolo traditum
nelle mani che avvengono.
Alla parola s’inchina
Tanto distesa nel ventre del campo,
come un soldato vermiglia la trincea —
porta sabbia nelle pieghe del pensiero,
Nina, tra fiamme e deserto.
Erede di polvere e profezia,
si fa carne dove sferza il dolore.
Alla parola s’inchina,
alla domanda risponde:
cibo, Gauloises, posti letto –
la sua è una liturgia della strada,
di ghetti malnutriti dati al fuoco.
È qui che si ferma il respiro:
la curva della bocca
intorno al cuore —
ethos che le sabbia tra le mani,
logos espatriato nella guerra.
Ma il diritto rimane negato,
senza una rivoluzione.
E Nina lo sa, non sta a lei giudicare:
sceglie la sua lotta senza armi,
pronta a farsi specchio
di quel dolore che si veste
nel suono delle tante identità.
Il poeta non ha una terra —
ma ne porta il sangue e il canto.
È pellegrino d’invisibile,
con tutto il peso del tempo addosso.
I propri giorni
Non sarebbe scorretto farsi da parte
se il proprio poetare s’increspa –
forse ipotizzare una liberazione
capace di ordinare in solitudine
i propri giorni desiderosi di un notturno –
forse su una panchina a vegliare sugli ultimi.
Come il salmo recita
Ascolta il profumo breve del mio verso,
perché domani e dopo sarò molto lontana
– non immaginarmi alla finestra – lo sguardo
è bendato e sempre più buio, come il salmo recita –
e breve, il verso, breve, così anche il respiro.
Uno stormire tra le fronde
Quando la tristezza sfama e asseta
in questa zolla di sponde,
in questo andare e venire delle onde.
Quando di te rimarranno gli avanzi
e i risonanti titoli di coda, sarai polvere.
Lo sproloquio non mi scuote di un sospiro,
manie, malinconie, del tuo nutrirti ansioso
ha mosso uno stormire tra le fronde
che non smetterà mai di beffeggiarti.
Come fossi una molotov
Le autostrade brillano come vene al collasso —
sguardi ingombranti lampeggiano dai vetri,
tra sogni svenduti e insegne al neon.
Fratture aperte sotto ponti stanchi,
infrastrutture vuote come tremolanti promesse
e vittime archiviate con un click.
Toglietemi la rabbia —
la accendo come l’ultima sigaretta
prima del blackout.
La nebbia non è più un fantasma:
ha l’odore del metallo e ammoniaca.
Scivola tra i cancelli che chiamate sicurezza,
dove il cemento non protegge
ma imprigiona il respiro.
Io non mi preparo.
Io crollo, mi rialzo.
Alla radio, un politico discute con il proprio riflesso,
io sono la stessa donna che soffiava brace
nelle tasche della storia.
Stanno morendo per un titolo, per un tweet,
e io di rivoluzione, come fossi una molotov —
Non provate a educarmi.
Non questa notte.
Con la grammatica del padrone
non si scrivono libertà.
Non cerco dizionari —
ho parole tatuate sulle cicatrici.
Marx l’aveva visto:
avete santificato la merce.
Pregate nelle corsie dei supermercati,
offrite sudore a uno schermo,
lacrime a una notifica.
Il denaro è un dio crudele,
non sa chi sei, non ti guarda —
a meno che non valga la pena ucciderti.
Ho visto l’eternità in uno spot di trenta secondi,
tra un farmaco che dà sollievo
e un’app che ruba il sonno.
Il capitalismo cammina sull’acqua,
ma fa le abluzioni nel sangue.
E tutte le foreste sacre,
le querce, le madri, i venti —
non bastano a impedire a questo sistema
di volersi morire addosso.
Il delirio ha fame del proprio collasso,
ha sete di guerra,
quando il profitto è una benedizione da moltiplicare.
Il futuro è arrivato, sì —
con un cappio di fibra ottica al collo.
E i migliori tra noi non chiedono più amore,
ma silenzio.
Lame.
Mani nude sulle spine dorsali del mondo.
Nessuno salva.
Nessuno serve.
Ci salviamo distruggendo l’altare.
Bruciamo tutto, allora.
Ma facciamolo insieme —
con le mani aperte,
e gli occhi ancora capaci di lottare.
C’è un dono nel dolore
Omnia supera l’arco, [o: vero]
tendine a pelle sanguina,
un istante prima del tramonto.
La schiena fiorita si offre
come un campo d’agosto,
d’ignoto masticata, sputata,
[o: pronta] ad accogliere il morso –
promessa o predazione,
dipende dal vento,
dalla fame,
dal volo trattenuto sulla bocca.
C’è un dono nel dolore, una resa
che somiglia a un rito antico:
la carne si tende [o: morte]
sacerdote d’attesa,
del sole filtra la bellezza,
in quel fruscio che talvolta
pare un sussurro
e non sa più
se è freccia o bersaglio.
