Nel sonno tornerò a dondolarmi
sulla riva del fiume — mentre s’accosta
la porta che dà sul sentiero dell’angelo,
e il saluto, lassù, di mio padre
che ha compiuto il suo viaggio.
Sono fuori, a osservare la soglia invisibile
fra qui e là, fra l’andata e il ritorno,
in un restauro divino dell’anima —
volàno d’accesso alla mia umanità.
E mi chiedo se ha senso essere branchie
tra la terra e l’eterno, l’attimo e il tempo,
l’acqua sul tufo, l’amaro di un popolo.
Proprio le ferite, quando abitate tanto
da piegare il mento,
diventano combustibili di fraternità.
E mentre il genitore in spirito,
dal passo compiuto, sorride,
manda la risposta che si va cercando
nel meccanismo delle viscere celesti —
un aureo contatto s’apre, si spalanca
negli occhi, e postula l’insieme
di tutto ciò che esiste —
anche il vuoto sospeso tra le cose:
il Dio degli universi.
