Siate ribelli

Siate ribelli per giusta causa.
Non siate i dolci conformisti.
Non comincia con il fuoco.
Comincia col dire — no —
mentre qualcuno ascolta.
Con la mano che si rifiuta di salutare,
il corpo che non si piega più alla carezza
come fosse premio.
Con il bicchiere lasciato pieno.
Con la porta chiusa piano.
Con la fame.
Quella fame che non è cibo ma
voglia di restare interi.
Ci hanno detto:
siate gentili.
Siate morbidi.
Siate come sabbia fra le dita,
che non si lamenta mai mentre cade.
Abbiamo annuito,
finché non abbiamo imparato
che la sabbia,
quando soffia il vento giusto,
diventa tempesta.
La rivolta è spogliarsi lentamente
delle stratificazioni populiste
e scegliere la propria pelle
come fosse armatura.
È guardarsi allo specchio
e non chiedere scusa.
È dire il proprio nome
senza il diminutivo.
Una notte,
Betty ha smesso di dormire.
Schubert taceva.
Lei invece no.
Ha preso i calzettoni,
li ha messi in testa come corona.
Ha riso.
Poi ha detto:
— Non ho più freddo.
E nessuno
le ha chiesto perché.
Cammina per il corridoio
scalza,
ma i piedi non sono più nudi:
sono dichiarazioni.
Ogni passo dice:
“ho deciso di restare sveglia”
Non urla,
non serve.
La sua presenza è già volume massimo.
Ha un cucchiaio in tasca,
una forchetta nei capelli,
e sotto il maglione
una cicatrice dal vecchio populismo
che si ostina a guarire.
Dice che la userà come mappa,
se mai dovesse perdersi ancora.
Qualcuno le domanda se è pazza.
Risponde:
— No, sono coerente.
E ride,
di quella risata piena di schegge,
che taglia l’aria in fette sottili.
Ha scritto una lettera al governo,
ma l’ha bruciata prima di firmarla.
Dice che non vuole lasciare prove,
solo fatti.
È il modo migliore per una rivolta.
Stanotte si è messa il rossetto.
Non per piacere.
Per marcare territorio.
Ogni tazza, ogni filtro,
ogni sigaretta —
un segno rosso:
“qui sono stata io.
Qui ho avuto caldo.
Qui non ho chiesto permesso.”
Domani forse tornerà a chiamarsi Elisabetta.
O forse no.
Forse troverà un nome nuovo,
uno che si scriva con le dita
sulle pareti umide del bagno,
insieme a W la rivoluzione,
uno che nessuno possa pronunciare
senza tremare un po’.
Non è scappata.
Ma non è nemmeno rimasta.
È lì,
in quell’angolo dove i muri si incontrano
ma non si toccano davvero.
Sta seduta su una coperta piegata male,
con un gomito sul ginocchio
e lo sguardo che buca il pavimento
come se sotto ci fosse il cielo.
Non aspetta niente.
Non aspetta la gente.
Aspettare è per chi spera.
Lei osserva.
E chi osserva troppo a lungo
prima o poi diventa parte del paesaggio,
oppure lo cambia.
Il cd di Schubert gira ancora,
ma non suona più.
È diventato solo un oggetto tondo
che riflette la luce in modi complicati.
Proprio come lei.
Ha fame.
Non di pane.
Di risposte che non siano giustificazioni.
Di carezze senza condizioni.
Di sonni profondi
che non comincino con il pensiero:
“se domani non mi sveglio, va bene lo stesso”
Non piange.
Non serve.
C’è già abbastanza acqua in giro,
e il sale,
lo conserva per la carne debole.
Forse domani indosserà di nuovo i calzettoni,
forse li brucerà.
O forse li metterà a una bambina
che ha freddo davvero.
Per ora li tiene in tasca,
come promemoria.
Di chi è stata.
Di chi non sarà più.
Siate ribelli per giusta causa.
Non siate i dolci conformisti.

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