I.
forse era estate,
ma ti sei messo il cappotto
come nei giorni della merla,
per farti contraddire.
solo strade calde,
il motore ancora acceso,
una vecchia playlist
che nessuno aveva scelto.
la tua voce
era il telegiornale sintonizzato male —
l’unica cosa che tremava
eri tu.
II.
non sei mai sceso sott’acqua.
eri troppo leggero
per affondare.
eri tutto fiato
e pioppi nei polmoni,
la bocca brillava,
mangiava il vento.
battito
ad alto volume —
non c’è mai stato
un the day funerale.
solo una pizza fredda
e troppe sedie vuote.
non è stato il corpo
a cadere.
è stato il tempo
a scivolarti via dalle mani,
come un pacchetto regalo
senza oggetto dentro.
III.
dovevo dimenticarti,
mai ho imparato l’alfabeto —
ho costruito la tua W
con i bastoncini di zucchero
sul fondo di un bicchiere.
la grammatica si scioglie,
dove la morte
è nel silenzio,
dove nella voce la tua R
si spegne.
se ritorni:
pietre in tasca
per restare radicato alla terra —
ogni volta ho chiesto a una nuvola
di non piovere.
IV.
se saluto adesso,
non è perché sei andato.
è perché sei diventato
direzione,
come il caffè
in un coccio kintsugi da tè.
non ti cerco nel fondo del fiume,
ma in quello che non è mai stato bagnato:
nelle tasche asciutte.
nei ponti senza onde.
nei capelli
non spettinati dal vento.
nella luce che contraddice,
restituisce,
inventa il contrario.
V.
e se un giorno torni,
ritornerai come ago d’abete —
pungerai del mio corpo
ciò che ormai
affonda nel limo.
non bussare.
entra —
non spiegare.
non chiedere cosa è successo.
accendi la radio.
canta male.
e lascia le scarpe sporche
sulla memoria che balbetta —
così saprò
che sei sempre stato vivo.
come un piacere
più tagliato, più animale, più Vuong —
ma che non riesce
a finire una frase.
una rovina sacra.
