Ecco l’uomo dalle morbide ceneri
con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
al passo pieno su un letto di conforto
sempre assente al passaggio dell’inverno.
L’uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
confine di leggere braccia
che scavano la luce chiara,
il sole dolce,
dolce l’acqua che sazia le gole dei bambini,
le loro parole liquide,
le voci familiari nello spazio aperto
spalancato nelle loro coscienze di terra.
E come l’inganno della promessa
la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
l’ambiguità dei loro desideri.
Silenziosi santi, miti ritorni,
santi con le bocche asciutte,
sciolgono i lacci
per mantenere lo sguardo
sereno nei vostri occhi liberi,
liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.
Santi che nutrono il giorno
e guadagnano pietre,
la durezza dei sentieri.
Bellezze quiete, volti sereni,
giunti, giunti a riposo
sulla terra, sulla luce, sull’aria tersa.
Chiari, chiari i confini all’orizzonte,
nulla frena il nostro arrivo,
e prati di stabile equilibrio,
le strade gremite, gli amori sereni.
E ovunque la pienezza,
la solida consistenza della luce.
L’uomo tra gli uomini e la strada davanti,
la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
te stesso è ancora una domanda irrisolta.
La croce si è mutata in oro per te,
e l’angoscia si è sciolta.
Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
è sempre la leggerezza del cielo
che si posa sulla tua fronte sudata.
Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
cancella attraverso gli anni
come un rasoio
il tronco della gioia.
Libero nella calce del silenzio,
l’intonaco si gratta con le unghie,
nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
Di fronte alla faccia ripulita,
i santi si allungano ai tuoi piedi,
l’erba alta ha accolto il tuo cristallo.
Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
sei entrato nella luce.
