Purezza

Centrale – forse la chiave di volta –
è questo pensiero: la purezza
non è virtù morale,
ma modulazione del sentire,
intimità radicale con sé stessi.
È il luogo in cui percezione e identità
si toccano, si rispecchiano.
Purezza, allora, non come candore,
ma come coesione interiore
tra emozione e consapevolezza.

Tanto stretti

Un’assonanza,
una minuzia,
un blu dentro il blu,
uno stormo infinito
forma una speranza.
E c’è chi parla
con la sua malinconia,
scalando melopee
alla sua tenera fine.
E quel vuoto —
il vuoto piccolo
segnato negli occhi,
il suono della voce.
Sempre,
perché ci si tiene
tanto stretti.

Figlio del legno

Poi mi mostrò il suo cuore
dove chiunque alloggia
il principio stesso –
non d’uomo né d’angelo,
cuore curato dal gesto materno:
cuore mite, covato senza affanno,
che nutre il rifugio del tempo
e nel respiro custodisce il verbo.
Così la rosa si offre.
Così il sommacco incendia.
Non sarà effimero –
l’amore infrange l’emozione
fino a farne squarcio,
e da quello squasso
si scelga ciò che il mondo,
sotto il ghiaccio, aveva scartato.

La speranza è un inganno?

Armati di umane rotte, armati di bandiere,
che il vento scaglia dove il pelo dei demoni
è coperto di stragi. Domare il sangue
della guerra – ma come disarmarsi oggi
dalla mandria del male —
sanguinando àncore rifiutate dal cielo.
L’orrore sferzato descrive l’azione:
la speranza è un inganno?
La portata di fame sul vassoio atroce, la morte
per contorno e l’inganno accresce
nel profondo un grido: muore il germoglio —
e le colpe, di ognuno, le colpe — uno schianto.

Im(materiale

Sopravvissuti ai nostri istinti
tracciamo rotte sulle vene
con l’ignoranza della pelle —
Incidi addii sulla mia costola:
un falco aliante che respingi
e questo noi d’immateriale.

Forse il nulla è stato vero

Il giorno si nasconde mentre mi accompagno
a svanire nella notte, lontano dall’alba,
dai riflessi opachi della memoria.
Ombre scomposte nel tempo e nello spazio
inghiottono il ricordo dell’oceano,
il silenzio spezza il ritmo della marea,
il mio nome è lasciato annegare.

Qui, dopo il clamore di vite scoppiate
si affrettano a stringersi nei casolari
per essere il pianto quieto dei cardini.
Ascolto l’assenza nella luce
prima che il tramonto si sciolga
nel viola profondo
e infine nel nero cieco,
e la sigaretta della sera confermi,
sputata come un soldato in guerra,
che fino a questo istante
forse il nulla è stato vero.

Forse io non sono la caduta,
forse il vento non ha mai sfiorato
un vestito di ragazza svuotato dal tempo.
Ogni passo smarrito sui segreti di ghiaia
non lascia eco, non lascia traccia,
il respiro è spezzato,
il suono è un minimo
che si riprende fischiettando.

Eppure i ricordi più oscuri affiorano
dal fondo della mia anima,
come pesci senz’acqua,
ora esposti, ora ingovernabili,
mentre la notte sussurra:
non puoi più fuggire.
Ti attende solo l’arsura,
come la sete fa,
non puoi fuggire: – la bambina
mai lasciata
non si rannicchia più –
diventa ombra,
diventa assenza,
diventa il tuono stesso

Il domani è troppo lontano

Nessun cervo, nessuna antilope guida gli smarriti,
nessun villaggio di antenati li accoglie.
Non c’è farina di mais né bacche
a colorare le labbra.
L’albero della vita è spoglio sotto il sole.
Nessuno cerca casa con radici,
senza nulla da costruire.
È settembre, anche se la notte prima dell’alba
è sempre estate per me
e il domani è troppo lontano;
troppo stanca per aprire la porta dei sogni,
troppo delusa, nessuna pioggia mi solleva,
nessun canto di tuono mi rapisce.
Mia madre era prigioniera
nella casa del caos.
Non era profetessa, ma un’ombra confusa,
una donna malata senza futuro – ero il suo blues –
ma siamo tutti Giobbe
e Dio non ha mai cambiato strada.
Dio rimane sveglio, le stelle fredde e rigide sotto di sé.
Non vede il dramma oscurare la pace.
Non si commuove davanti all’agnello.

Ecco l’uomo

Ecco l’uomo dalle morbide ceneri
con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
al passo pieno su un letto di conforto
sempre assente al passaggio dell’inverno.

L’uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
confine di leggere braccia
che scavano la luce chiara,
il sole dolce,
dolce l’acqua che sazia le gole dei bambini,
le loro parole liquide,
le voci familiari nello spazio aperto
spalancato nelle loro coscienze di terra.

E come l’inganno della promessa
la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
l’ambiguità dei loro desideri.
Silenziosi santi, miti ritorni,
santi con le bocche asciutte,
sciolgono i lacci
per mantenere lo sguardo
sereno nei vostri occhi liberi,
liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.

Santi che nutrono il giorno
e guadagnano pietre,
la durezza dei sentieri.

Bellezze quiete, volti sereni,
giunti, giunti a riposo
sulla terra, sulla luce, sull’aria tersa.
Chiari, chiari i confini all’orizzonte,
nulla frena il nostro arrivo,
e prati di stabile equilibrio,
le strade gremite, gli amori sereni.
E ovunque la pienezza,
la solida consistenza della luce.

L’uomo tra gli uomini e la strada davanti,
la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
te stesso è ancora una domanda irrisolta.

La croce si è mutata in oro per te,
e l’angoscia si è sciolta.
Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
è sempre la leggerezza del cielo
che si posa sulla tua fronte sudata.
Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
cancella attraverso gli anni
come un rasoio
il tronco della gioia.
Libero nella calce del silenzio,
l’intonaco si gratta con le unghie,
nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
Di fronte alla faccia ripulita,
i santi si allungano ai tuoi piedi,
l’erba alta ha accolto il tuo cristallo.
Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
sei entrato nella luce.

Disarmate la pace

Camminano su orme slabbrate
con corde tarlate alle caviglie,
impuri d’ombra, drappeggiati di nero,
portatori di promesse infrante
sulle arterie di polvere.

Sotto un indaco oceano, che ha estinto
le vele insorte, echi recisi
dalla gola della giustizia.

Siamo evasi dalla storia, dai serpenti, dai mistici-
non dalle mani serrate su vessilli scoloriti,
che tinteggiano la pace con le armi,
che confondono il senso della veglia.

L’aria scompiglia oracoli di paglia,
precipita proclami sfilacciati
nelle piazze rese larvali dal sospetto.
Dove si nascondono i sogni, le rivolte,
le madri con gli occhi prosciugati?

Chi ha interrato la dignità
sotto il peso delle torri di vetro e tracotanza?
Eppure, fra le fenditure del cemento,
un sussurro persiste, la poesia:
scintilla irriducibile, testimone refrattaria
al fango del tempo.

Quel segno fatto a stella

Non manca mai quel segno fatto a stella,
lasciato testimone; una luce, la legna per l’inverno
sulle sue parole scritte, proprio di sguardo
puntuale, come fosse ogni giorno un incontro d’amore –
poi, conviene parlare, dato che lo sguardo viene perso,
nelle tracce di uno scorrere; rivelare il segreto, viverlo,
– evitare silenziosi relitti come me –
che viaggiano già su groppe di bisonti verso l’indaco.

Solo fiori

Ogni istante sembra ripercorrere il precedente –
orologi atomici affrontano il concetto del viaggio,
la brevità delle singole ore, per ritornare a sanguinare
con la bambina irrisolta che ero, per difendere
la sua carne.
Con uno scambio d’occhi le direi
di non accusarsi per quell’impronta,
le insegnerei a non isolarsi,
la porterei a coltivare nella mente solo fiori.

Cos’è reale?

Mai appartenuta al nulla, mai persa
nel tentativo di descrivere
le classi povere,
mai dissolta tra le parole amate.
Qui, nessun serpente attraversa
il mio cammino, nessuna traccia
di sepoltura sulla terra secca,
nessuna ombra riportata al sole.

Mi fermo. Alla fine del fiume,
non c’è alcuno stupore,
nessuno stormo che si rialza,
nessun pianeta da osservare con affetto,
nessuno da riabbracciare.
L’immaginazione non mi ricorda più
cosa sia reale.

Il sangue non mi schiaccia.
Non avrei mai lasciato
che le mie particelle
si disperdessero nel nulla senza scopo.

Lascio andare, senza stringere,
senza affondare.
Non lascio tracce in una terra perduta,
non metto semi in un campo lontano.
Non c’è sorgente comune,
nessuna essenza condivisa.

Non lasciano essere.
Non lasciano esitare.
E le progenie che non rinasceranno qui,
questa è la punizione,
negli infiniti istanti che non avranno luogo,
senza un corso d’acqua su cui specchiarsi.
Nessun essere che si stacchi dal caos,
nessuna vita che si misuri contro la guerra,

Così anche l’istinto

Sentinella, un’eco di lingue perdute,
non più una guardia, non più una veglia.
Chi mai stava spegnendo le luci, se non io?
Non fissare nulla, lascia che lo sguardo cada.
Non inseguire la risposta.

Chiusi gli occhi, finché il vuoto divenne
un compagno discreto, di quelli che ti seguono
senza mai chiederti se hai dimenticato
il riflesso opaco dell’infanzia.

Come le falene, stanche e spente, si allontanano
dalle lampade, lasciando il buio indisturbato,
come la pelle che dimentica la cicatrice,
così anche l’istinto dentro di noi
si allontana dalle cose, si svuota
di ogni immagine rimasta, smarrita come vento
tra le pietre.
Si spegne nelle fenditure
dello stesso cranio.

Siamo quelle del ‘50

Sostando la vita confessa le sue protagoniste.
Siamo noi un autunno irreale? Siamo quelle del ‘50?
Solitarie emigranti, chiamate con un fischio,
lasciamo la via del frastuono a te,
giovane bruma, coi nostri segreti corrosi,
da te derisi, all’usura di uno sguardo che si abbassa
dentro il buio, murando quei pochi spazi rimasti
che non portano a niente.

Quel sapore moralistico

Mi trovo qui, straniera, a piantare
fiori nel buio della mia carne,
a sputare zolle di terre lontane.
Il cielo deve aprirsi, simile
a un fiore di sangue
evitando quel sapore moralistico.
Il cielo deve accogliermi,
poiché ho finito i sogni ed insieme i ricordi.
Nessuno spazio è mai stato tanto vuoto,
ero i sassi contro la tua finestra.

Ultima strofa

L’avvicino all’orecchio, non a caso,
l’immagine che suggerisce il mare
e sento le fusa di acque tranquille –
fosse anche solo nell’ultima strofa
di una vita essenziale –
direbbero altri: drammatica.