La donna

È presente al suo pastore, questa bestia
da latte, da sella, da macello.
È presente, dicevo, il fianco appeso al gancio,
alla corda ben tesa e il tormento sta.
Corpo o mente sta
e le mani che si fanno breccia
e la voce tempesta,
che il bene dentro butta all’aria e veglia,
sullo scambio che muta il corpo in merce.
Si negano, poi, i santi continenti e l’angelo
a una donna, in quel blu caduto di Chagall.
Ci si cava dalla bocca la soma,
per eccesso e struggimento,
quando è lei vittima e bestiario
che paga in viso la pena.

E nel fuggire

Sarà una magra lepre il nostro corpo a Samarcanda –
e nella corsa, la speranza, una chiamata per nome,
una risurrezione nei dettagli: la terra nella pioggia,
la fame nel digiuno, l’epos nella sostanza –
o solo un numero, una casella opaca sull’indifferenza.

Nella pace dell’oceano

Cambierò canzone, seguendo rotte
che mi vedranno camminare sulle acque.
Mi mancherai teneramente, terra gentile,
innesto del mio quotidiano. Contando le gole
dei miei battiti, come una vela lisa
che chiama l’onda e la sua folata.
Così saluterò la vita – il bianco,
gli asterischi, i vuoti, la sintassi,
scaveranno a braccia una fossa fiorita
di silenzio benedetto, nella pace dell’oceano.

Concorrenti d’un linguaggio

Essere il seme delle cose perdute –
o essere perduta in quel seme poetico
che non salva, simile a questa mano
che sparge sulle tombe il miglio,
come se i morti fossero tortore –
con queste dita dello scandalo
anch’esse concorrenti d’un linguaggio
accasciato che parla ancora tacendo.

Lettere

vivevo in una casa di falene,
o forse era un armadio,
una stanza senza maniglie.

un giorno ti ho indicato un colibrì
ma non c’era.
o forse c’era, solo nei miei occhi,
già appannati
da una luce distaccata.

volevi sapere
se il fruscio che sentivi
era un uccello
o un foglio
che cadeva da una lettera.

le tue lettere
avevano più spazi che parole,
più fatica che inchiostro,
più silenzio che lingua.

solo una parvenza
sottile di un bacio
che non bagna più il tempo.

Il mattino

Quando il mattino si dissolve dentro una luce finta,
come un cavallo impaziente strappato al suo campo,
restiamo fra ipotesi affollate e gonfie di voci,
in mezzo al ruggito popolare, fra strade che scorrono
ai lati del pensiero falsamente semplice,
e le intenzioni trasparenti scendono
in picchiata nella retorica.

Oh, chiedimi pure: «Cos’è tutto questo?»
Restiamo — e respiriamo piano.
Nella testa, gli uomini ungeranno in silenzio
il loro sistema solare.

«Guardatevi le mani, leggetene i segnali»

Il cielo azzurro picchietta ai vetri
come una brezza limpida, una memoria
sul calendario del 75: «è maschio, signora»

Spinge aria fresca negli angoli dell’alba,
si riflette nelle pozzanghere nere delle grate,
cade lieve sulle tegole, scivola oltre le ombre,
si distende sull’erba anestetizzata,
come un testo scritto da Eliot.

E davvero, non ci sarà tempo, adesso, per il fumo,
né per la maschera.
Non ci sarà tempo, non ci sarà bisogno
di costruire un volto per il mondo;
non ci sarà tempo per distruggere o inventare,
ma solo per vivere, senza rituali, senza lasciare
domande nei piatti:

«solo pane caldo e mani che non tremano»

Non ci sarà bisogno di mille commiati,
nessuna attesa per il tè. Basterà l’atomica.
E ai miei figli, non darò la vita a cucchiaiate —
piuttosto, la guarderanno correre, e per loro,
un bagnarmi gli occhi come acqua a secchiate.

Le voci? Piene, vicine. Vicine, piene.
Senza muri, senza morte.
Oggi mi voglio, anche nel bene, contraddire.
E no, non sono un consigliere né una codarda;
non recito, non mi nascondo.

Cammino dritta,
dico poco ma dico intero.
Non sono una buffona.
E non temo il ridicolo.
Non invecchio nelle metafore del cuore,
è solo un timido muscolo.

Cambiare, sì.

La mente conosce l’amore,
mentre arrotolo i jeans per mostrare le gambe.
Mangio una pesca.
Cammino con le idee sulla riva.
Non ho sentito sirene, ma merli,
cantavano anche per me.
E quando le voci mi hanno chiamata,
non sono affondata in uno sproloquio,
ho solo risposto al mattino
ricordando che canta per lei.

Gaza

salvare l’impronta delle cose giuste
dalla bocca dei dolori —
mantenere il segno di disgusto sulle labbra,
resistere con il coraggio di far stridere
il bordo con il dito sul vetro della viltà —
di chi brinda alla morte tenendo lo sguardo fisso
sulle piccole vittime con la parola senza lutto
che azzanna il vuoto come cani.

L’esistere

Dal tepore di ottobre, quest’ora allo stipite,
scintilla fra parete e ombra che si allunga
fino al pavimento. Oscilla liquefatto il sangue
e brucia all’aorta confessando il male
di vivere un mondo
che all’apice è a un salto dal suolo:
volteggia, solfeggia,
vaneggia.
Non è un torto l’esistere, né l’assistere al dolore.
Fare l’amore sottosera —
e non è torto, qualora poi
apparisse tutto a nostra somiglianza.

Questo cieco nervo ottico

lucidando i capelli con le mani,
appena sveglia,
ritrovo in me la donna —
quel dire di piacere fra le labbra,
quella febbre benigna fra le ossa.

nello scambio —
l’adagiarsi della tortora sulle palpebre,
quando è un campo buio,
un’orbita che si ferisce alla lettura.

le cose devo immaginarmele,
di rose —
o di foschi petali caduti.

la fantasia elabora
questo cieco tunnel, questo nervo ottico –
riporta la corsa d’una mandria
nel profumo intenso, inesauribile,
di donna.

Senti che passo abituato

Senti che passo duro porta via la gente,
che passo abituato, e senti come la terra rimbomba,
cava, sotto i piedi: sembra una testa trafitta
di farfalle e poesia, in quei mattini di ottobre,
quando la nostra agonia si consuma
nella monotonia della pioggia —
Un gospel nel coro ferroso delle grondaie.

Una rovina sacra


I.

forse era estate,
ma ti sei messo il cappotto
come nei giorni della merla,
per farti contraddire.

solo strade calde,
il motore ancora acceso,
una vecchia playlist
che nessuno aveva scelto.

la tua voce
era il telegiornale sintonizzato male —
l’unica cosa che tremava
eri tu.

II.

non sei mai sceso sott’acqua.
eri troppo leggero
per affondare.

eri tutto fiato
e pioppi nei polmoni,
la bocca brillava,
mangiava il vento.

battito
ad alto volume —

non c’è mai stato
un the day funerale.
solo una pizza fredda
e troppe sedie vuote.

non è stato il corpo
a cadere.
è stato il tempo
a scivolarti via dalle mani,
come un pacchetto regalo
senza oggetto dentro.

III.

dovevo dimenticarti,
mai ho imparato l’alfabeto —

ho costruito la tua W
con i bastoncini di zucchero
sul fondo di un bicchiere.

la grammatica si scioglie,
dove la morte è nel silenzio,
dove nella voce la tua erre
si spegne.

se ritorni:
pietre in tasca
per restare radicato alla terra —
ogni volta ho chiesto a una nuvola
di non piovere.

IV.

se saluto adesso,
non è perché sei andato.
è perché sei diventato
direzione,

come il caffè
in un coccio kintsugi da tè.

non ti cerco nel fondo del fiume,
ma in quello che non è mai stato bagnato:

nelle tasche asciutte.
nei ponti senza onde.
nei capelli
non annodati dal vento.

nella luce che contraddice,
restituisce,
inventa il contrario.

V.

e se un giorno torni,
ritornerai come ago d’abete —
pungerai del mio corpo
ciò che ormai affonda nel limo.

non bussare.
entra ー

non spiegare.
non chiedere cosa è successo.

accendi la radio.
canta male.

e lascia le scarpe sporche
sulla memoria che balbetta —

così saprò
che sei sempre stato vivo.

come un piacere
più tagliato, più animale, più Vuong –
ma che non riesce
a finire una frase.

una rovina sacra.

I tempi hanno bocche latranti

uno sciame di pioggia
copre il margine,
il tonfo,
la lectio della mia carne —

i canali di gronda,
il frullo degli albori
segnano il peso del giorno
come se volessero tagliarlo.

i tempi hanno bocche latranti.
non c’è connessione
melodica
senza disfarsi,
senza la bianchezza.

ritagli di voci,
passi,
ferite,
ascolti, ritorni.

vuoto e pieno all’apice:
la parola
non respira più
all’orecchio che trema.

ci è data la placenta del tempo
per bussare
e aprire la porta.
una parola,
un silenzio.

credere –
è perdere la conoscenza
dei propri passi.

toccare una lingua nuova,
un braille sentinella
che si legge per grazia
solo ad occhi chiusi.

Cose che si rompono in silenzio

tutti i miei sogni si svegliano
dentro un parcheggio —
lascio qualche ombra,
qualche molecola.

un bambino lancia pietre
contro un vetro antiproiettile, e ride.
la sua risata mi scruta
come chi rompe il tempo.

qualcuno dice:
stai zitta.

allora io urlo,
dall’anima alla nicotina —
senza filtro,
senza forma.

il mio nome cade dalle finestre
di tutti i casolari che ho commentato,
una sillaba alla volta.

niente pascoli, niente voce strozzata.
qui si cammina nel rumore,
nel corpo che esplode,
nel gesto che non chiede
permesso.

in un altro sogno
la musica è così alta
che le pareti tremano
come le mie ginocchia
al primo parto.

non ho bisogno di tradurre
il mio dolore:
lo lancio addosso
a chiunque abbia occhi
e non distolga lo sguardo.

la grazia di una cicatrice.

da qualche parte
un uomo osserva
e non mi tocca.
non mi prende.
non mi cancella.

piccola luce gigante –

da qualche parte
non succede niente.
e quel niente
è il tutto che mi salva.

prenditi tutto il tempo che vuoi —
al tic, tac, tic, tac,
fermo la lancetta.

non ci sono api
nei fiori.
ci sono forbici.
ci sono mani.
ci sono voci che parlano troppo.

i fichi
non si formano senza proteine.

torna quando vuoi —
qui la poesia non si spegne mai.
sogno l’oceano:
i grandi oceani freddi —
una balena vive.
sale.
si mostra.

le sue ossa danzano
nell’acqua inquinata,
come se non sapessero
che esiste il danno.

nessun predatore.
nessuna offerta.
solo lo slancio
che si rifiuta di essere preda.

le cose importanti
gridano.
gridano forte —
con la lucidità di una lama.

nessuno può ignorarle.
nemmeno tu.

non mi è mai morto
niente in gola.
ho sputato ogni silenzio
prima che potesse scavare.

sono ovunque
perché sono esplosa
a pezzi davanti a tutti.

e adesso, guarda:
sono qui,
nuda,
come una sirena –
che non canta per salvare,
ma per farsi temere.

sogno:
spingo l’altalena
con tutte le mie forze.
quando vuoi, ritorna:
con una virgola, una bomba,
una nostalgia.

Il Germoglio di Jesse



è vero,
non tutte le stelle vogliono salvarci,
questo fa tremare le mie spalle
ma forse no —
forse è il modo in cui il cosmo
tiene in ordine le ferite.

esiste una forza piccola,
come un respiro nel buio,
che ci alleva colpevoli e non eroi:
siamo il male nel mondo quando brucia,
mentre la bestia genocida
bacia il nostro spirito.

crediamo di essere nati per cedere,
per fare il morto sull’acqua,
per visionare la proiezione del nostro unico film.

a lungo termine siamo
i tecnici della nostra censura,
fino a non sentire più niente.

II.

ma la luce, a contatto con la retina,
un’altra visione assolve —
un impulso elettrico alla corteccia.

non tocca, ma abbraccia.
non invade, ma cura.
non insiste,
ma resta nel dio della pace.

rimane fuori dalla pelle per non abbacinare —
perché ci ama abbastanza
da non salvarci senza consenso.

l’amore:
il primo stadio della luce stessa.

III.

eppure —
se la chiami
viene.
guarisce.

anche le ombre stesse,
le più maligne.

anche quando spigoliamo parole
con la doglia addosso.

non cerco il tuo sguardo basso,
non rubo la tua bocca.
cerco la tua luce —
quella che si vede
anche a occhi chiusi.

quando mi accechi, impreco:
non sono io a guardarti.
è la terra senza poesia.

IV.

il sussurro nella stanza buia
non è preghiera.
è un urlo a metà —
metà creatura viva,
cucita con filo liquido e stelle spente.

è la canzone al vuoto intellettivo,
che canta con bocca piena di freddo
e il cuore aperto a metà.

le sue armonie sono vetro e miele —
un nido, un silenzio grigio, militaresco,
non per covare,
ma per contenere l’ampiezza
di una monotonia spirituale.

V.

qualcosa si accosta —
troppo caldo, troppo denso, troppo animale,
come un falso dio con le ossa molli.

la scienza mi dà parole:
homo sapiens —

per una carne esigente
si era imposto di raggiungere
uno stato di intelletto suggestivo:

immortale –
finché dio non mi separi.

VI.

qui casa terra –
esco dal buio con le scarpe rotte.
con il fango nel cuore.
con una tasca piena di semi,
e nell’altra conservo l’oceano.

ogni cosa nasce li,
dove nessuno guarda:
la pianta dalla terra fradicia.
il figlio dallo strappo.
la luce dal fondo.

come una cosa
che non vuole farsi chiamare amore.
un battesimo silenzioso.
una promessa.

l’uomo:

una bestia
che voleva nascere
e ha scelto corpi a caso
per distruggere.
chiamalo come vuoi:
ali a forma di fiamma.
errore divino.
una pièce teatrale —
la “cosa” sacra.
l’ego che inventa la guerra.
fino a cedere alla passione —

VII.

io l’ho visto.
come Isaia —
più sveglia del sogno.
più limpido della veglia.
più vero del sangue.
ho visto l’uomo buono —
io l’ho visto.

sceso dalla croce.

una profezia:
“Un germoglio
spunterà dal tronco di Iesse” –
più onesto del respiro.
più generoso di una madre.
più puro di un neonato.
porta con sé la propria storia.
un nome –
che non ho ancora imparato a dire
senza spezzarmi.
la fame che ho di lui
riempie l’aria.

Le tortore entrano, fanno casa

si stende –
ascolta le ossa della quercia
graffiare la notte:
una donna che sa solo sognare.

il suo corpo è caduto tante volte,
come una tortora
in una stanza piena di piume.
ci hanno inciampato —
logora presenza
che si perde ancora
in un avanzo di fotografia.

nella sua borsa:
vecchi libri,
un jeans liso che non ha mai restituito,
una piuma che forse era di passaggio,
forse solo la prova
che le cose leggere possono ferire.

è sveglia,
con la bocca sui cardini della notte.
il sogno finisce
in una luce magrissima.

le tortore entrano,
fanno casa,
intrecciano un rozzo nido di rami —
lei non le scaccia:
le manda il suo Dio.

le lotte non fatte, invece,
si perdono sempre.
i buoni rimpianti
si stendono su un fianco d’alga,
musica in un petto
illustrato da divine immersioni —
stava imparando a sembrare ancora viva.
poi ha smesso.

o forse era il suo corpo
che finalmente imparava
a sentire il dolce
senza avere paura.

scriveva quartine
sulle lenzuola di cotone,
la luce filtrava
quanto in una cartolina.

De André cantava
come se sapesse
che poco ci resta.

ha lottato per una vita,
ora lotta per l’altra
con le orme sui chiodi,
senza sapere
se stava fuggendo
o tornando.

non vuole costruire la sua vita
attorno alle cose che ha vissuto.
le cicatrici
non sono brave a fare casa.
i rami secchi
non sanno dove mettersi a tavola.
i rami secchi
non creano futuro.

dove gli uccelli posavano il volo,
ora succede il silenzio —
perché possa vedere e vivere
oltre gli specchi
e le ossa che crollano
nella luce che esplode.

chi sa cosa siamo
quando non siamo niente?

ora dorme.
vive a occhi chiusi,
in un corpo ricucito
e magro d’anima.

oppure –
cammina ancora attorno a sé.
inciampa.
anche nei giorni di sale.

una casa?
grandi finestre.
un pianoforte.
un uomo che decide
come si deve piangere?

forse nessuno —
forse solo una piuma.
la casa è lei.

Una donna

è stata capovolta come un trench —
non voleva sputare il boccone.
ha chiamato “nido”
quello che era un cratere —
finché anche il suo nome
è uscito dalle tasche:

le memorie,
le foglie,
le storie,
le parole che tremavano
troppo per poterle tacere.

una donna, se la scuoti così,
riacquista il suo linguaggio —
si riaccende di luce e di ragione.

ha memoria di correnti,
scompiglia i capelli,
una vasca di umori,
la tua mano sul seno —
e un’equazione sul domani
nel suo angolo perfetto.

Nina

nina sente una voce
che sparisce dentro di sé,
come una madre che smette di parlare,
che smette di cantare.

non è la madre
a far tacere la casa.
a far tacere la terra
è la voce di nina che si chiude —
una lingua che non sa
più comunicare.

quel modo in cui le porte chiuse
la trattengono:
come prigioniera,
creatura volante.

il cratere diventa nido
solo se lo chiama per nome —
anche se fa ancora eco,
anche se ci cade dentro
col suo stesso niente.

nina ha visto parole
che avevano forma di cucchiaio —
ha provato a conservarle,
ha provato a divorarle.

chissà cosa germoglia
tra le sillabe che nessuno guarda.

guardare.
osservare.
trovare i figli.
comunicare l’amore
dentro lo stesso silenzio.

una parete lavagna.
una coperta blu.
una frase cominciata
da un divano da restaurare.
lo stare in piedi.
lo stare seduti
in un punto o in un altro.

anche la morte
si stanca degli stessi muri:
il cane.
il gatto.
una presenza.
un’assenza.

nessuno vuole un caffè —
la casa ha smesso di chiamare.

si sdraia ovunque il silenzio,
di un bianco inconfondibile —
la prima cosa
che nina ha posseduto.

ha trovato la sua lingua
nei luoghi che non l’aspettavano.
ha lasciato le sue mani sul vetro.
l’amore nelle vene,
che scorre e irriga
la sua rivoluzione pacifica.

Solo lo sguardo cambia

attonita 一
lei trattiene il raptus nel sangue,
lo piega, lo avvolge
in un lenzuolo innalzato
come vela –
come preghiera dismessa.

solo lo sguardo cambia:
è tanto osservarla attraverso il vetro,
mentre scrive, mentre sparisce.

immersi in apnea —
tra la pietra e la parola
abitiamo in fila il vortice:
assenza.
spiraglio.
si porta, a volte, il battito.

non è una tomba
ma un luogo che attende
la carezza del vento
o il suo uragano —
nessuno può fermarlo,
nessuno può dirgli: adesso basta.

tutto è versato,
tutto è trafitto,
e nel buio, nella luce, o nel suo margine privato
i tempi donano ai loro becchi
aperture senza ritorno.

bozzolo e farfalla —
il lampo scrive da solo.

lei –
una bandiera piantata
tra le caviglie
del mondo che passa.

le storie la attraversano
in silenzio,
raccolte.

voleva annunciarmi qualcosa,
ma usava una lingua
fatta di sassi.

le dita giunte
tintinnano su uno squarcio
che non si chiude mai.

respiro di lontananze,
volti che si sfiorano,
tutto è solo un senso che urla oro
senza dire perché –
il suo che rimane nel buio,
il tuo che illumina.

dove muoiono le onde dei fianchi,
tra lettere di umori
che non riusciamo a buttare
perché hanno ancora il rumore
delle prime parole.

ancora un attimo
prima della separazione
tra luce e tenebre.

ancora –
quel sonno innocente
che non è morte,
ma postura
dei sognatori.

lì ー
dove la parola si addormenta
e diventa soglia
tra ciò che trattiene
e ciò che si lascia andare.

Carteggio

Quel passaggio invalicabile, sanguina ogni volta che mi concentro sul volo delle rondini, quel volo ad ali ferme, seguito da un cielo che separa il tempo, secondo te, nel tentativo di rendere tutto perfetto, tutto secondo i dogmi opachi, che recidono la donna contando i suoi giorni e non la sua musica. Il mio sguardo fisso si rammarica ma sorride dentro e prende dai rami, gli stessi del tuo calendario, un fiore fuori stagione, come se qualcuno avesse deciso una data spoglia o una fioritura inopportuna. Nemmeno il tempo di crescere e già siamo frutti nelle nostre bocche. Secondo i canoni e qui mi faccio foglia, a te, che acerbo vai lasciato maturare. Nel frattempo, immagina, con un sospiro che viene dal fondo, le mie mani stringere la porcellana, dai rivoli di vapore che portano il calore di un caffè. Non provo nemmeno a dirti quanto mi manchi. Non spezzo la quiete con la quale mi sono rivestita, ritornerebbe a tremarmi il sangue.

Non vi è luogo

Restare, è tornare all’inverno,
all’amore disabitato, sentimenti
rastrellati male e corpi a terra
esili di bruma, senza fiori
disegnati sul cuore,
o mani venute a rendere omaggio.

Qualcosa respinge, costringe ad andare,
non vi è luogo, non vi è luce,
è la notte.

Lei è coperta dal silenzio,
senza un campo coltivato a grano.
Lei è quei poveri resti irrisolti,
che hanno perso da tempo lo sguardo
e la sera per credere.

Umanità

L’uomo ha fallito nella sua umanità,
la pioggia s’incarna in mani fragili
come lacrime di Dio.
Il profumo della terra bagnata avvolge
i sensi mentre il cielo grigio sembra
sussurrare segreti antichi.

Il fiore di tempesta

La sera straripante di segreti,
maschere e una cortina di silenzi,
che precedono il fiore di tempesta;
le canzoni svaniscono nel vuoto,
i versi in poesia scordano i gesti,
pupille mesmeriche alle pareti,
l’abisso dell’amore senza volto
e tu, mio complice, che tutto implode.

Rinascere

Rinasci incolume per ogni morso
che ti ha resa fragile, sei fronda
nel deserto, sei tutte le radici
di quest’ultimo autunno che ti fruga.
Abbattuta, come frutto malato,
ad ogni alba sconosciuta salirai
compiendo il volo, via da questi muri.
Gocciola dalle arterie separate
è sempre tanto il tempo per cantare.

È il legame

Niente svanirà nell’aria, niente si cancellerà:
ciò che gli occhi hanno dato rimane, i segni, i battiti
e la fiducia che fiorisce all’amore.
Niente si crea nel tempo, che non sia già stato,
niente si distrugge. Tutto avviene in comunione.
È simile al silenzio dell’anima in colloquio con Dio.
I sensi lo avvertono, è segno, è alleato,
è quella resa all’universo che piangiamo neonati,
è il legame, l’alfabeto del viaggio con l’eterno.

Africa

L’Africa è quello sguardo che non basta
osservare da lontano; sopportano
pesi di intere nazioni, raccolgono
acqua e tenebre in una amara ciotola,
profughi di spalle alle loro terre
riescono a sognare per ore lunghe
forse un approdo, forse in occhi muti
scheletrici pilastri di un rifiuto.

Sento l’andare di me dentro tutti

È solo uno spartito a volte l’amore,
si divide in fuga se il fuoco divampa
e adesso che ho amato non ho sussulto
più affamato di questo.
Non sono il sospiro fuggente
sull’oceano profondo del pianto,
gli amori stanno così come stanno,
fra l’ultima guancia scambiata
e quella in attesa di essere accolta.
Sento l’andare di me dentro tutti,
ho le ali per questo,
ma sempre sotto la pioggia.

O farsi male

Per quanto la vita avrà respiro
disciolta dalla propria immagine
quando lo stesso Dio sembra una nota
volata via dalla sua difforme partitura.
Per quanto ancora la follia
sarà naufragare o perdersi o farsi male
solo per esistere come dettaglio
fuori da uno sciame di meteore
accasciante.

La vita

La vita è un gorgo, una coreografia
di pose che dà risalto al nulla.
Forse la memoria disossata
nel blu interiore, spesso di schiena
alla voragine, può sentirsi affamata
di tutto un altro mondo.

Le ali nella testa

Quando, resterai immutata – è l’ora,
non a lancette ferme – mia comune
identità, agguaglia il dolore alle calme
brezze, ragazza abbandonata dal tempo,
in un luogo di campagna, mia basilare
uguaglianza, ticchettio di pianura,
non è interpretazione accogliersi
con le ali nella testa.

Il silenzio

Esisto, tra la fine di un attimo
e il divenire, supina nell’attesa,
acquiescente alle parole
che scavano a mani nude
una profonda ferita intima
tra la scogliera e l’onda, l’istinto
e il blu dentro l’amore;
sanguino tenerezza, infine;
piove ora, il silenzio.

Banchetti

Mormorii d’onde infrante sulla riva
crespo ondulare di lamentazioni
sull’amore che banchetta con questi
avanzi dal sangue ancora convulso:
– mi abbatti poi rinvieni la mia bocca.

La Speranza

Era poco più che una bambina, è nata
con la mente aperta, nella zolla
pulita del cuore, è nata trasparente,
con devozione orla i pezzi della memoria –
tutta la nostra sofferenza, davanti alla sfida
in un incontro senza conflitto,
in un infinito istante,
con gli occhi pacati vederla di nuovo
in un dialogo con i nostri demoni,
lei, bella da viverci: – la speranza.

I resti dei poveri

Cercare la fame senza sottrarsi
alle sporche arterie – luride contrade
nelle buie aree urbane, con l’aria di sorci
e brandelli di esseri umani, logorati
nel detrito di qualche marciapiede –
La strada non li porta da nessuna parte
causa muri alzati, dalle strettoie
del nostro scarso sangue.
I resti dei poveri avevano un nome,
nessuno li nomina più.

Pensa

Pensa amore, all’invenzione del buio, alla finta luce
della luna, al tempo astratto da qui alla Cina, al giallo
che si spegne con un’ombra, alla gravità:
– che tutto ha un peso in questo mondo;
cadrà sui nostri palmi funamboli
questo inganno, senza averlo scelto

La perdita

Così mi riparavi l’anima,
scorrendo la porta dei sogni
quando il giorno era vuoto; in petto
si liberavano tempeste,
il desiderio che la notte
durasse una vita, si aprisse
sull‘ermetismo del suo scorrere.
Delle nuvole ti ho donato
pioggia. Tutta la musica soul
è nel vento, accanto alla perdita.

Non capisco la tua musica

E questa voce di vino rosso s’addolcisce,
spargendo abbracci che s’attorcigliano,
come due gatti al suolo. Sento salire alla gola
parole che non dico mai, che scendono poi,
planando sulle labbra. Ma non capisco più la tua musica,
se ancora è umana o solo brace spenta,
o il buio nel giorno degli altri.

Ricordi

Nei bar fumosi delle notti solitarie,
ciò che ci mangia dentro non è il mondo là fuori
con i suoi sguardi di sdegno e le luci al neon,
ma quel bastardo invisibile che vive nella nostra testa,
un parassita che si nutre di ricordi e segreti,
ballando come Bukowski tra i nostri pensieri sconnessi,
silenzioso, mentre noi brindiamo a sogni
che non avremo mai.

Il nostro abbraccio

Possiamo chiudere le porte, disegnare
sorrisi sui volti, ma nessuna barriera
tiene a bada i nostri spettri,
perché si nutrono della nostra stessa carne,
giocando a nascondino nell’oscurità
finché ci dimentichiamo di loro,
fino a quando le catene, che noi stessi forgiamo
non ci ricordano del nostro abbraccio.

Vorrei che il corpo diventasse lettera

Accampa il mio destino la poesia,
Dio mette la tenda —
quell’apostolica restituzione che lascia intatta la luce,
come accadeva in Chopin,
con una contemplazione armoniosa —

Da bambini, si crede in ogni cosa luminosa —
ma un corpo cresce, ondeggia,
a fatica assume pose durevoli,
quando il buio lo estrae si sbilancia.

La commozione dei sensi, come seme,
come scintilla e ciò che la precede:
un fiato, una grazia con quel fiorito archetipare —

La mia pelle non trema più nessun nome,
lo pensa come si pensa una neve che non cadrà.

Si dice che luminavo, ma era solo l’ora
in cui la stanza si svuota di parole —
una conchiglia non consola l’orecchio
dell’oceano: strugge
come struggono le cose che non tornano —

Vorrei che il corpo diventasse lettera,
che si leggesse senza smarrimenti.
la lotta è vento su foglia scritta
da un incendio, o solo moto di nuvola
passeggera —
Alla lettura fiorisce una distanza
una fioriera scarlatta, mantiene un centro oscuro —
qualora si consumi la sua notte.

Rifiuti e sogni

Là, dove il mare bacia la città,
un uomo con un cappello consumato
osserva onde di rifiuti e sogni,
mentre le sirene della vita urbana
cantano melodie di destini perduti.
Nei caffè fumosi, una donna beve le sue idee,
le sillabe si intrecciano come fumi di sigarette,
mentre gli artisti, i poeti, i ribelli,
scalano parole umettate di birra,
cercando un senso nel caos dell’assurdo.

Ci “siamo” io

Si cammina, sentendo il battito del mondo
sotto piedi bucati; ogni pietra una storia,
ogni ombra un sogno che si allunga
nei crepuscoli di un’alba mai vissuta.
S’incontrano volti che, come foglie,
cadono e si ritrovano traditi.
La loro fragilità, un urlo muto
che risuona nei corridoi del cuore.
— Ci “siamo” io, il verbo affranto
e la poesia che scorre come fiume
tra cordate di parole e pianti,
e ogni qualvolta un segno di vita
oltre il dolore,
disdegna di distruggerci.

Glaucoma

Siamo figure piegate fra cielo e terra;
forse un giardino trascurato,
una zolla rovesciata in attesa della cura.
Se perdo gli occhi diventerò scura
in mezzo alla luce, spenta
come la morte, sola in mezzo alla folla,
sulle strade sporche e desolate
e tutto il trasparente, l’invisibile,
tranne questo mondo
potrò vedere.
— Scrivere ora fino a piangere, perdermi
nelle mie metafore, come una nave
alla deriva in balia di un incendio.

Un altro Mondo

[L’uomo vive il solo vivere che taglia l’orizzonte, del tutto senza un come o un voglio un altro mondo o terra che raspa alla sua porta] :


L’uomo vive, nel solo vivere, un passo
che scivola su un filo teso,
tagliando l’orizzonte di una ferita senza margine.
Non c’è un come, non un dove, solo
il rumore della vita che si accalca
dietro la sua porta,
che raspa come un animale senza volto,
una presenza che preme,
una domanda muta che non sa chiedere,
che esiste per insistere,
che pulsa e scava.

Non cerca un altro mondo,
non una sfida che lo chiami,
solo questo respiro che si spezza,
che si piega sotto il peso di un cielo troppo basso.
Eppure cammina,
non verso un sogno, ma dentro l’ombra del reale,
dove il vento non porta sollievo
ma scaglia polvere, memoria sbriciolata di chi era.

La sua vita non ha contorni,
è una vibrazione dura che si aggrappa al nulla,
un cardine teso che suona
quando la porta cigola,
quando il raspare diventa musica,
e ogni nota lo ricorda:
non c’è un voglio,
non cerca un altro mondo,
solo la curva del tempo
che lo trascina oltre il bordo
e lo lascia lì, a chiudere serrature
a vivere le solite assenti libertà.

Un Verbo senza chiodi

Rimane del mondo un anello di foglie,
gli emarginati credono solo
nei rattoppi delle nuvole,
in quelle cuciture fragili
che il cielo tende per non lasciarsi cadere.
Sono loro, le mani che stropicciano il vento,
cercano un disegno che si sfalda e si ricrea,
un senso che il sole non osa rivelare.
Camminano sotto orizzonti rotti,
cullando sogni fatti di strappi,
di scarti d’azzurro.
Un verbo, occorre un verbo senza chiodi,
un verbo che ci unisca,
che riporti questo mondo dentro sé,
in un porto sicuro, in un rifugio
che lo custodisca,
un verbo che lasci in questo silenzio cavo
una luce unitaria.

Giovane bruma, prendila tu,
questa strada di segreti corrosi,
che il tempo deride, che il buio mormora,
mentre noi muriamo spazi
che non conducono,
che non promettono.

Segui il segno

Può darsi vi sia una forma di compiacimento, infine,
nello staccarsi di una donna, dal gesso stinto della folla –
andare in china solitudine, immensamente intima,
sull’obliquo lumeggiante di questo grande fronte.
Raccoglimento inconscio la sua quiete, cara coscienza
di vita e nostalgia, che nel dolore
il segno non si confonde.

Scrivere il silenzio

Noi dovremmo scrivere tutto sulla vita;
la vita è un foglio bianco pronto all’inchiostro,
il respiro nascosto tra le ore,
la fame che inarca il silenzio,
ogni sguardo che pesa la brace.
Annotare la luce complice che filtra
tra le persiane al mattino,
e l’ombra che si allunga
quando il giorno si piega alla sera.
Parlare del sorriso che si spezza,
del pianto che non trova voce,
di quella stretta di mano che salva
quando il cuore si perde.
Noi dovremmo scrivere tutto sulla vita,
non solo le vittorie,
ma anche le cadute che ci hanno resi umani,
le ferite che hanno disegnato mappe
sul nostro fragile corpo.
Scrivere l’amore,
quello che scoppia come un incendio,
quello che brucia piano come una candela,
e quello che resta,
come un’eco nell’eterno.
E infine scrivere il silenzio,
quel momento in cui tutto tace,
e la vita, senza parole,
continua a cantare.

Siate ribelli

Siate ribelli per giusta causa.
Non siate i dolci conformisti.
Non comincia con il fuoco.
Comincia col dire — no —
mentre qualcuno ascolta.
Con la mano che si rifiuta di salutare,
il corpo che non si piega più alla carezza
come fosse premio.
Con il bicchiere lasciato pieno.
Con la porta chiusa piano.
Con la fame.
Quella fame che non è cibo ma
voglia di restare interi.
Ci hanno detto:
siate gentili.
Siate morbidi.
Siate come sabbia fra le dita,
che non si lamenta mai mentre cade.
Abbiamo annuito,
finché non abbiamo imparato
che la sabbia,
quando soffia il vento giusto,
diventa tempesta.
La rivolta è spogliarsi lentamente
delle stratificazioni populiste
e scegliere la propria pelle
come fosse armatura.
È guardarsi allo specchio
e non chiedere scusa.
È dire il proprio nome
senza il diminutivo.
Una notte,
Betty ha smesso di dormire.
Schubert taceva.
Lei invece no.
Ha preso i calzettoni,
li ha messi in testa come corona.
Ha riso.
Poi ha detto:
— Non ho più freddo.
E nessuno
le ha chiesto perché.
Cammina per il corridoio
scalza,
ma i piedi non sono più nudi:
sono dichiarazioni.
Ogni passo dice:
“ho deciso di restare sveglia”
Non urla,
non serve.
La sua presenza è già volume massimo.
Ha un cucchiaio in tasca,
una forchetta nei capelli,
e sotto il maglione
una cicatrice dal vecchio populismo
che si ostina a guarire.
Dice che la userà come mappa,
se mai dovesse perdersi ancora.
Qualcuno le domanda se è pazza.
Risponde:
— No, sono coerente.
E ride,
di quella risata piena di schegge,
che taglia l’aria in fette sottili.
Ha scritto una lettera al governo,
ma l’ha bruciata prima di firmarla.
Dice che non vuole lasciare prove,
solo fatti.
È il modo migliore per una rivolta.
Stanotte si è messa il rossetto.
Non per piacere.
Per marcare territorio.
Ogni tazza, ogni filtro,
ogni sigaretta —
un segno rosso:
“qui sono stata io.
Qui ho avuto caldo.
Qui non ho chiesto permesso.”
Domani forse tornerà a chiamarsi Elisabetta.
O forse no.
Forse troverà un nome nuovo,
uno che si scriva con le dita
sulle pareti umide del bagno,
insieme a W la rivoluzione,
uno che nessuno possa pronunciare
senza tremare un po’.
Non è scappata.
Ma non è nemmeno rimasta.
È lì,
in quell’angolo dove i muri si incontrano
ma non si toccano davvero.
Sta seduta su una coperta piegata male,
con un gomito sul ginocchio
e lo sguardo che buca il pavimento
come se sotto ci fosse il cielo.
Non aspetta niente.
Non aspetta la gente.
Aspettare è per chi spera.
Lei osserva.
E chi osserva troppo a lungo
prima o poi diventa parte del paesaggio,
oppure lo cambia.
Il cd di Schubert gira ancora,
ma non suona più.
È diventato solo un oggetto tondo
che riflette la luce in modi complicati.
Proprio come lei.
Ha fame.
Non di pane.
Di risposte che non siano giustificazioni.
Di carezze senza condizioni.
Di sonni profondi
che non comincino con il pensiero:
“se domani non mi sveglio, va bene lo stesso”
Non piange.
Non serve.
C’è già abbastanza acqua in giro,
e il sale,
lo conserva per la carne debole.
Forse domani indosserà di nuovo i calzettoni,
forse li brucerà.
O forse li metterà a una bambina
che ha freddo davvero.
Per ora li tiene in tasca,
come promemoria.
Di chi è stata.
Di chi non sarà più.
Siate ribelli per giusta causa.
Non siate i dolci conformisti.

Nomi

una volta ho digitato il nome di Nina
e mi ha fatto piangere davanti a un oceano.
non era mio.
era Nina, la voce che ha scavato
dentro quella cosa senza nome nel petto.
il punto fisso che non lascia filtrare
luce, né perdono.
quando mi cercano,
trovano lei.
quando inseguono la mia ombra,
inciampano in lirien,
o nell’idea di qualcuno
di piccole lampade rosse
che ha amato con un occhio chiuso,
mezzo sogno alla volta.
quando passano da me,
seguono la scia di Giustine,
le sue parole dritte quanto uno sciopero,
come mio padre che, con la gola,
fermava i treni.
quando provano a trovarmi,
cercano chi ho cercato
quando avevo fame
e nessuna voglia di parlare.
Cherokee. La sua risata.
Apache che sussurra anche quando dorme.
e il nero Mhina, sopravvissuto al Mediterraneo.
la palestinese Mariam con la calce sul petto.
quando inciampano nel mio nome,
forse vogliono Marie —
occhi stanchi, come vecchi palazzi
crollati in un tempo di maggio
o quello sguardo che non ti chiede
di essere utile.
quando digitano un nome e compaio io,
cercano il loro.
come cose che gli appartengono.
sentiranno i miei occhi colmi
di nenie infantili
troveranno il loro nome,
e cercheranno domande.
cercano chi sa
che la verità è
una ferita ben posta.
cercano poeti
di un certo inchiostro trasparente,
che si cancella male
come certi errori.
e quando cliccano sulla mia assenza,
cercano il dubbio.
perché è da chi porta il nome di tutti
che ogni poeta
inizia a perdere sangue.

Beat Generation

I.
forse era estate,
ma ti sei messo il cappotto
come nei giorni della merla,
per farti contraddire.
solo strade calde,
il motore ancora acceso,
una vecchia playlist
che nessuno aveva scelto.
la tua voce
era il telegiornale sintonizzato male —
l’unica cosa che tremava
eri tu.
II.
non sei mai sceso sott’acqua.
eri troppo leggero
per affondare.
eri tutto fiato
e pioppi nei polmoni,
la bocca brillava,
mangiava il vento.
battito
ad alto volume —
non c’è mai stato
un the day funerale.
solo una pizza fredda
e troppe sedie vuote.
non è stato il corpo
a cadere.
è stato il tempo
a scivolarti via dalle mani,
come un pacchetto regalo
senza oggetto dentro.
III.
dovevo dimenticarti,
mai ho imparato l’alfabeto —
ho costruito la tua W
con i bastoncini di zucchero
sul fondo di un bicchiere.
la grammatica si scioglie,
dove la morte
è nel silenzio,
dove nella voce la tua R
si spegne.
se ritorni:
pietre in tasca
per restare radicato alla terra —
ogni volta ho chiesto a una nuvola
di non piovere.
IV.
se saluto adesso,
non è perché sei andato.
è perché sei diventato
direzione,
come il caffè
in un coccio kintsugi da tè.
non ti cerco nel fondo del fiume,
ma in quello che non è mai stato bagnato:
nelle tasche asciutte.
nei ponti senza onde.
nei capelli
non spettinati dal vento.
nella luce che contraddice,
restituisce,
inventa il contrario.
V.
e se un giorno torni,
ritornerai come ago d’abete —
pungerai del mio corpo
ciò che ormai
affonda nel limo.
non bussare.
entra —
non spiegare.
non chiedere cosa è successo.
accendi la radio.
canta male.
e lascia le scarpe sporche
sulla memoria che balbetta —
così saprò
che sei sempre stato vivo.
come un piacere
più tagliato, più animale, più Vuong —
ma che non riesce
a finire una frase.
una rovina sacra.

Qualcosa si distacca

una parola
nuda
racconta
terre smagrite,
dita sfinite
nella semina,
madri
che piegano salmi —
la luce inciampa
nella tana dell’anima,
taglia cerchi
sull’acqua,
scrive tremori
nei canneti,
si piega
senza fratture —
un vecchio
stringe il borgogna —
una sedia
che geme.
si alza.
non chiama.
non chiede.
segue il passo —
l’orma
che resta.
un violino lontano,
una pioggia di bacche di ginestra,
una morte
senza clamore.
solo il respiro,
che si slaccia
piano
dalla bocca,
una morte leggera.
qualcosa si distacca —
forse il dolore,
forse il tempo.
forse
la mano
che teneva
il giorno.

Guarda, c’è vita

Inerpicarsi per precipitare
al cuore devastato della terra,
fino al legno e ai chiodi
alla cometa in solitaria,
voragini scambiate per sentieri
che si dissolvono al passo,
orme fatte d’assenza.
Ogni scalata è un ritorno,
ogni vetta un abisso.
Ci si perde nel tracciato invisibile,
un richiamo è sempre più muto
fra il paragrafo sull’esistere,
fra il vuoto e questo corpo.

La poesia

La poesia ossigena, consola, è una strofa
che indugia sulla lingua un cambio d’umore.
Ciò che sembra qui è un perpetuo bruciare,
un agguato di luna nelle ossa e fra le righe le nuvole.
Non l’illusione assurda ma la presenza che scuote,
la febbre senza malattia, la zolla coltivabile.

Mio padre

Stringeva la sigaretta, mio padre,
mentre riempiva la terra di imprechi
come sassi caduti dal tuono.
Avrei voluto vedere la sua mano
percorrere quella di mia madre,
i capelli neri di lei,
come una piccola foto.
Un truck di operai percorreva la vigna,
la polvere si alzava, sul cane bianco
rimasto sulla strada.
Io sono qui, io posso sognare e ti parlo
attraverso l’inchiostro, io sono qui,
nei segni tua figlia.

Fare anima

di chi sono i lamenti disgregati —
sussurrati da un dio minore
dentro i sogni notturni?
si negano allo specchio, si frantumano,
non cedono al loro esistere,
si dissolvono —
come pioggia nella mano dell’inconscio.

— il trauma è un mito
che non trova ancora il suo racconto —

ogni nome dimenticato
è una divinità in esilio —
ogni fame d’amore, ogni fame d’incendio
è un desiderio che non ha trovato corpo.

il dolore è messaggero.
il dolore è l’aspetto rivoluzionario.

ora, più che mai,
scrivo come si accarezza un’ombra.
non desidero il tuo esilio —
non le biografie,
ma i luoghi interiori da cui sei stato bandito.

il sintomo è immagine.

le tue memorie d’incenso —
sono immagini.
non da spiegare,
ma da abitare.
impegnati a fare anima.

siamo un oceano d’emergenza
per gli urti della storia,
in costante terapia —
un crocevia di sogni infranti,
un sussulto della notte psichica.

sento la tua voce nei timpani dell’empatia.
il suono dell’altrove — il sintomo —
si arrampica sulle pareti,
ombra universale dell’inconscio.

attraverso la forza dell’immagine
si identifica con l’anima.

anche chi teme l’abisso
può lanciare la propria domanda
oltre la vetta.

le tue domande hanno forma —
sono immagini che respirano,
volti che chiedono d’essere visti
prima ancora che compresi.

si vola per l’etere,
scambiando la via lattea con un blackout,
si naviga in rete
fino all’intossicazione ermetica.
a risentirne è la comunicazione empatica.

io non dimentico
la bellezza del tuo popolo,
né quella del mio —
ma non capisco
questo nuovo uomo.

non parlo di storia,
ma di ciò che la storia rimuove:
l’acqua che piange
quando il delfino apre la bocca
per confessare il mare.

e anche se tremano,
questi nuovi uomini,
sudano sotto la pelle verde-petrolio —
nella dolente visione
di un’umanità morente.

il sintomo è un labirinto di strade —
in fondo c’è il problema del male.

non chiudere gli occhi.
sputa le stanze vuote dell’impero interiore —
non edifici,
ma istituzioni emotive:
il manganello del linguaggio,
la strategia difensiva del patriarcato,
il piombo della narrazione dominante.

un branco di lutti,
intelligenti, archetipici,
che attendono il ritorno del mito —
padri collassati sotto il peso del non detto.
futuri rimandati alla prossima incarnazione.

chiedi alla farfalla di Pavel,
chiedi quella libertà
che Friedman non ha raggiunto —
verso un regno di ricordo profondo.
fare anima.

dobbiamo fare anima.
osserva come le ali,
agitando l’aria, scuotono anche la materia.
ogni battito genera un contatto, un tocco elettrico —
via dal luogo dove eravamo stati confinati.

ascolta.
è il suono nostro, lassù,
sul ciglio del conosciuto.

ora siamo cavalli,
forse gli azzurri di Marc,
che osservano dall’alto
le architetture dell’ego imperiale —

che il nostro dolore
diventi la cura per gli altri.

L’essere del nulla è grandissimo

non sei tu
ma ciò che in te si svuota,
che può accogliere il divino.
disabita il freddo alle mani
tenute a fluttuare, riaccese
dal gesto d’incontro.

non sei la parola,
ma la pausa che l’ha permessa.
non sei la forma,
ma il grembo che l’ha generata.

ci avvolge incorporeo
anche il dolore che si provoca all’anima,
quando le si nega di essere
se stessa.

il nulla è il tuo nome prima del battesimo.
è l’invisibile che ti ha tenuto tra le mani
quando nessuno ti vedeva.
— lì
dove tutto tace,
— là
dove l’io si dissolve,
sorge una luce che illumina i passi:
ti conosce, suggerisce.

la carne non sparisce,
ma si fa trasparente.
se infrangi i lacci con cui l’ombra ti tiene.
l’amore non si dice,
ma si depone.

il dolore non è da evitare,
ma da portare
come si porta un vaso vuoto
che vibra al passaggio delle mani.

non chiedere di essere riempito.
chiedi di essere svuotato
fino a che in te
possa parlare ciò che non ha voce.
lascia che il nulla sia grande in te,

non come mancanza,
ma come santuario.
un luogo dove anche dio,
qualunque sia,
viene a chiedere silenzio.

Ti edifico un tetto

Scrivendo ti edifico un tetto, o un altare,
come piantare le radici, conoscendo gli arredi
dello spirito, forse un albero lieve al centro
della stanza, che conosca ogni tuo mistero; ti scrivo
e ti bevo in piccole gocce di pianura, ed è così
che spalanco la casa, e mi tormenta
quel condottiero di lettere, che non arriva,
con quei silenzi sempre ubriachi.
Presto mi dirai l’universo, sottovoce, in un orecchio.

È l’amma l’amicizia

Cruciale è l’ancora, per la nave in porto.
Così è l’amicizia.
Mai con la bocca
che ha perso la voce.
Il rispetto —
prima ancora che si sappia pronunciare.
Mai come veste dimenticata sulla sedia,
o tenda che non tiene più il vento.

È l’amma, l’amicizia —
la madre che abbraccia,
il grembo che non chiede nulla
ma ci contiene interi.

L’amicizia è la ferita
che smette di sanguinare
quando la riconosci,
in un silenzio abitato.

È il silenzio che sa restare,
il tempo che non scade.
La voce che non alza la voce —
né la scava in un sotterraneo senza luce,
né la nasconde, clandestina,
sotto un terriccio d’umori e lombrichi.

È la presenza che ci custodisce,
quando tutto il resto manca.

L’amicizia è il fiato che apre i vetri.
Ci permette di esistere
come siamo,
nel nostro programma misterioso
di fioritura e rovine.

Non è possesso,
ma atto puro di offerta
che si compie nel distacco —
come una ferita
che ha dimenticato il coltello.
Come un altare disegnato nell’aria.

Come amma invisibile
che continua a vegliare.

Segno d’occhi di palude

Segno d’occhi di palude —
in branco rimarrai quella bambina
trafitta nel cerchio eterno
della tua voliera,
con le piume
nerastre dell’infanzia.

Bene o male,
se si sofferma l’onda,
la mano sfiorata
ancora si sottrae.

La bestia è un animale cieco
che non sogna il mare.

Ma come si ama?
Lasciandoci raggiungere
senza annidarci —
come un’alba che sbatte
le lenzuola della notte.

Lasciando che l’altro
giochi con la tua essenza
e accusi te della sua speranza?

L’amore è un’ape
che cerca fiori estinti.

E noi —
così brevi,
così stoppini —
diventiamo incendio,
senza conoscere il nostro tragitto.

L’amore non afferra,
non spiega,
non ripete.
Si accende nelle mani,
una piccola fiamma
che non sa dove va,
ma sa che deve andare.

Non occorre un’immagine.
La pena è già negli occhi
di chi prova a custodire
ciò che potrebbe spegnersi.

Scrivo con la lingua del fumo.
Sono il nocchiere della mia palude.

La parola ha un colore

La parola nasconde le cose, la lingua indaga,
come una veste che si cuce camminando.
Sfila nei bordi, ma trattiene un pubblico di trame.
La parola è vivente ed efficace,
quando non cammina su una bocca di cespo umbratile.
O dovrebbe sostenersi da sola? Scrivo
come chi accende fiammiferi: «ho freddo parola»

In disordine mette la parola,
come una casa lasciata in fretta.
Arriva a tratti, più affilata di qualunque spada,
e penetra fino a dividere l’anima,
le giunture dalle midolla; essa giudica
i sentimenti e i pensieri del cuore.
Prende la mira, la parola, sa di resina e febbre.
La parola ha un colore:
quello dell’ultimo sguardo prima della nebbia.

Non sia deportato

Si bruciano fascine di ore
nell’adorare l’estro personale —
contraffazioni angelicate piene di tic
in cambio d’un vuoto pneumatico.
Sopra il capo senza rose
tortore malate scendono a fiamme,
giri di foglie istrioniche tra i passi,
dèmoni che stanno nell’immagine
come nudi sassi di tormenti.
La via che percorre il petto
infiammato di rabbia e di malizia,
non dà il verbo al giorno —
si pensa di amare come un matto
si pensa di ingannare l’ascesa
delle sere a venire.
Il passo,
il verso,
la banalità è molto breve.
Mi chiamo ad adorare l’amore
più giusto, e che non sia deportato.

Non sa se volerà

Questa ragazza osserva, a sera,
il nutrimento, la brace, la comunione,
in una casa illuminata dalla parola —
le passa sulla bocca, quasi a oscurarla,
un volo di colombe albine in melopea.
Non sa se volerà quando si vola,
come si vola in alto, né dove si volerà.
Ora il suo corpo
diventa un cielo largo quanto un oceano,
che ha già in sé la risposta decifrata,
come un’anamnesi —
un tunnel luminoso, in fondo al senso
d’amore, si scopre: l’infinito.

La presenza

Alla maniera del tempo,
la presenza non è astrazione.
Il senso sia propulsione necessaria
al movimento —
le parole, i segni, siano l’occhio,
e una corsa sfrenata di voci, di tracce,
in soccorso — a spalla — di silenziosi relitti.
L’acqua, del resto, è l’origine dell’essere —
un’invisibile gomena amniotica ci collega
al nostro scorrere, la partitura
che spiega le braccia
e si chiude, singhiozzando.

Le attese di Nina

Quando la tristezza affama e asseta
in questa zolla di aride sponde,
in questo andare e venire delle onde.
Quando di Nina rimarranno gli avanzi
e i risonanti titoli di coda. Sarà polvere.
Lo sproloquio non la scuote di un sospiro,
manie, malinconie, del suo nutrirsi ansioso
ha smosso uno stormire tra le fronde
che non smetterà mai di beffeggiarla.

Varcando la soglia

La goccia entra nella cruna dell’occhio
dove l’ombra dimora, tremolii —
la nudità della memoria è nell’aria,
ripete preghiere in trascendenza —
la croce dell’eroe che si sacrifica,
la provvisoria emergenza,
e quello che viene è un muto articolare
di lingue e fiammelle.

Credo a braccio in ciò che ho percepito,
in quella sala operatoria.
Ma uscire dal corpo significa questo:
— alzare gli occhi e vedere un soffitto
brulicare di gente straniera,
sparsa in un fitto susseguirsi d’orizzonti.
— E sul letto in basso si sacrifica
il mio ventre, tagliato in lungo e in largo,
e una bocca di storie bagnate
fra le gambe.

E poi la pace
in un campo bianco come la neve —
il pensiero, la cultura e le altre cose
al mood del guerriero non ci sono,
come una cronologia cancellata:
ricordi, dolori, rimani in uno stato
di benessere assoluto, rimani senza vuoto,
senza attesa, senza paura, perché si è trasferito
il sentimento universale in te.

Le voci mute, le energie ti accolgono
come fossi dormiente —
e il genio ti risveglia,
e quel sommerso riemerge,
e pur diverso, fresco e primitivo,
un intimo colloquio, un puro andamento,
un segreto di anime ora inciso
nella trama invisibile del mio respiro.
Da allora,
non sono più tornata del tutto.

Il richiamo alla Storia

Restano vuoti i miei occhi,
mentre mi parlano di guerre —
restano come la neve
che copre gli orrori.
Restano occhi di popoli
senza speranza.
Il futuro è caduto all’indietro.
Ho visto un bambino oggi,
imitare suo padre: calpestava il cibo
di altre bocche vuote ridendo —
tracciando con un piede il confine
del loro esistere.
Devo stringere gli occhi,
aspettando il passato,
col grido e il richiamo alla Storia
di un po’ di pietà.

Preghiera

Mandami la grazia e la lettura: un braille
in te, che sei la parola che si tocca —
apri la mia stanza, quella più nascosta
e serrata, consegnata a una zona di frontiera.
Il palmo del pane è una carezza alla bocca,
quando si abbraccia la misericordia.
Allarga la strada delle tue braccia,
prima che gli occhi si chiudano
e si viva a tastoni.

Declino crescente

Tanto le cose spettrali
si riuniscono dove il sangue
dell’altro è conquista —
rimangono lì a divorare i resti
nelle vecchie stazioni
della mala fede —
eternamente velate
si oscurano in un vortice
insaziabile di guerre
distruggendo tutto ciò
che le tormenta —
e noi a guardare
cosa ci sia sul fondo
del nero declino crescente.
Proviamo a interrogare Dio
in una sala d’aspetto
chiediamo un tetto che vegli
sulla speranza
sull’intimità della coscienza.

I miei primi 75 anni

Mi chiedo quando d’ottobre
cosa ne farà il vento
dei miei primi settantacinque anni.
Un poco illuminerà gli incanti autunnali,
le tele compiute e lo smussarsi
del fragoroso pungiglione avvelenato
di questo scorpione.
Con pugni di capra continuerò a castigare il verso.
A volte accadrà un silenzio senza cuore
compitando nella folata
la solita furia di sangue
accompagnata dal vocalico buio degli angeli.
Sarò un vecchio casolare solo nelle mura
ma se vedrete passare fra gli olmi la mia ombra
sarà quella che ho sempre avuto nella testa.
Di più d’una spinosa storia
o il tonante ritmo
di una rivoluzionaria.

Il coraggio di sentire

L’odore del pane caldo arriva silenziosamente,
senza l’onda della chiacchiera —
il soffio vivo porta ardenti gli orizzonti
in questo deserto indifferente,
dove il naufragio sembra conforto.

Siamo foglie fragili, attratte dal sussurro del vento —
nelle tempeste la parola si desta.
Così nel buio, se ancora c’è coraggio di sentire,
la speranza è una luce lenta che si accende,
che spezza le pietre e cancella i confini.

La bufera delle sillabe in cerca di nomi
si confida — le risposte arrivano superstiti
nel nido della lingua,
come le braci lente di una liturgia.

Poi c’è mio padre, che ingoia il fischio,
e chiama finalmente per nome mia madre,
come una lettera in un cassetto chiuso a chiave.
Sento il taglio del ricordo
con meno timidezza.

Il Dio degli universi

Nel sonno tornerò a dondolarmi
sulla riva del fiume — mentre s’accosta
la porta che dà sul sentiero dell’angelo,
e il saluto, lassù, di mio padre
che ha compiuto il suo viaggio.
Sono fuori, a osservare la soglia invisibile
fra qui e là, fra l’andata e il ritorno,
in un restauro divino dell’anima —
volàno d’accesso alla mia umanità.
E mi chiedo se ha senso essere branchie
tra la terra e l’eterno, l’attimo e il tempo,
l’acqua sul tufo, l’amaro di un popolo.
Proprio le ferite, quando abitate tanto
da piegare il mento,
diventano combustibili di fraternità.
E mentre il genitore in spirito,
dal passo compiuto, sorride,
manda la risposta che si va cercando
nel meccanismo delle viscere celesti —
un aureo contatto s’apre, si spalanca
negli occhi, e postula l’insieme
di tutto ciò che esiste —
anche il vuoto sospeso tra le cose:
il Dio degli universi.

L’identità

Nina è abitata da un’orma che chiama –
la memoria è un filo tenace
quando si tende, di tralcio in tralcio,
nel buio fatiscente
della propria coscienza.
Il vissuto diventa una terra predata.
Nina è in diaspora –
vittima o carnefice,
modifica segmenti del proprio codice,
riformulando patti, fondali,
pianure, lune pericolanti –
l’identità.
La dimensione dei nostri valori
è nell’inquietudine;
la quiete ricorda quell’ombra
estirpata dal labbro spaccato.
È questo che chiama il legame
tra memoria e utopia:
cieli cobalto, voci nel vento,
sistema solare nel buio del cranio.

Purezza

Centrale – forse la chiave di volta –
è questo pensiero: la purezza
non è virtù morale,
ma modulazione del sentire,
intimità radicale con sé stessi.
È il luogo in cui percezione e identità
si toccano, si rispecchiano.
Purezza, allora, non come candore,
ma come coesione interiore
tra emozione e consapevolezza.

Tanto stretti

Un’assonanza,
una minuzia,
un blu dentro il blu,
uno stormo infinito
forma una speranza.
E c’è chi parla
con la sua malinconia,
scalando melopee
alla sua tenera fine.
E quel vuoto —
il vuoto piccolo
segnato negli occhi,
il suono della voce.
Sempre,
perché ci si tiene
tanto stretti.

Figlio del legno

Poi mi mostrò il suo cuore
dove chiunque alloggia
il principio stesso –
non d’uomo né d’angelo,
cuore curato dal gesto materno:
cuore mite, covato senza affanno,
che nutre il rifugio del tempo
e nel respiro custodisce il verbo.
Così la rosa si offre.
Così il sommacco incendia.
Non sarà effimero –
l’amore infrange l’emozione
fino a farne squarcio,
e da quello squasso
si scelga ciò che il mondo,
sotto il ghiaccio, aveva scartato.

La speranza è un inganno?

Armati di umane rotte, armati di bandiere,
che il vento scaglia dove il pelo dei demoni
è coperto di stragi. Domare il sangue
della guerra – ma come disarmarsi oggi
dalla mandria del male —
sanguinando àncore rifiutate dal cielo.
L’orrore sferzato descrive l’azione:
la speranza è un inganno?
La portata di fame sul vassoio atroce, la morte
per contorno e l’inganno accresce
nel profondo un grido: muore il germoglio —
e le colpe, di ognuno, le colpe — uno schianto.

Forse il nulla è stato vero

Il giorno si nasconde mentre mi accompagno
a svanire nella notte, lontano dall’alba,
dai riflessi opachi della memoria.
Ombre scomposte nel tempo e nello spazio
inghiottono il ricordo dell’oceano,
il silenzio spezza il ritmo della marea,
il mio nome è lasciato annegare.

Qui, dopo il clamore di vite scoppiate
si affrettano a stringersi nei casolari
per essere il pianto quieto dei cardini.
Ascolto l’assenza nella luce
prima che il tramonto si sciolga
nel viola profondo
e infine nel nero cieco,
e la sigaretta della sera confermi,
sputata come un soldato in guerra,
che fino a questo istante
forse il nulla è stato vero.

Forse io non sono la caduta,
forse il vento non ha mai sfiorato
un vestito di ragazza svuotato dal tempo.
Ogni passo smarrito sui segreti di ghiaia
non lascia eco, non lascia traccia,
il respiro è spezzato,
il suono è un minimo
che si riprende fischiettando.

Eppure i ricordi più oscuri affiorano
dal fondo della mia anima,
come pesci senz’acqua,
ora esposti, ora ingovernabili,
mentre la notte sussurra:
non puoi più fuggire.
Ti attende solo l’arsura,
come la sete fa,
non puoi fuggire: – la bambina
mai lasciata
non si rannicchia più –
diventa ombra,
diventa assenza,
diventa il tuono stesso

Il domani è troppo lontano

Nessun cervo, nessuna antilope guida gli smarriti,
nessun villaggio di antenati li accoglie.
Non c’è farina di mais né bacche
a colorare le labbra.
L’albero della vita è spoglio sotto il sole.
Nessuno cerca casa con radici,
senza nulla da costruire.
È settembre, anche se la notte prima dell’alba
è sempre estate per me
e il domani è troppo lontano;
troppo stanca per aprire la porta dei sogni,
troppo delusa, nessuna pioggia mi solleva,
nessun canto di tuono mi rapisce.
Mia madre era prigioniera
nella casa del caos.
Non era profetessa, ma un’ombra confusa,
una donna malata senza futuro – ero il suo blues –
ma siamo tutti Giobbe
e Dio non ha mai cambiato strada.
Dio rimane sveglio, le stelle fredde e rigide sotto di sé.
Non vede il dramma oscurare la pace.
Non si commuove davanti all’agnello.

Ecco l’uomo

Ecco l’uomo dalle morbide ceneri
con il silenzio della roccia e il futuro di un adulto
al passo pieno su un letto di conforto
sempre assente al passaggio dell’inverno.

L’uomo, finché esiste, avanza. Il suo traguardo è confine,
confine di leggere braccia
che scavano la luce chiara,
il sole dolce,
dolce l’acqua che sazia le gole dei bambini,
le loro parole liquide,
le voci familiari nello spazio aperto
spalancato nelle loro coscienze di terra.

E come l’inganno della promessa
la menzogna dissolve, il puro lamento della fame,
l’ambiguità dei loro desideri.
Silenziosi santi, miti ritorni,
santi con le bocche asciutte,
sciolgono i lacci
per mantenere lo sguardo
sereno nei vostri occhi liberi,
liberi ritrovati, ritrovati in una carezza.

Santi che nutrono il giorno
e guadagnano pietre,
la durezza dei sentieri.

Bellezze quiete, volti sereni,
giunti, giunti a riposo
sulla terra, sulla luce, sull’aria tersa.
Chiari, chiari i confini all’orizzonte,
nulla frena il nostro arrivo,
e prati di stabile equilibrio,
le strade gremite, gli amori sereni.
E ovunque la pienezza,
la solida consistenza della luce.

L’uomo tra gli uomini e la strada davanti,
la brezza sopra la brezza e intorno resta la domanda.
La domanda è nel rifugio della viva tenerezza,
che in ogni crepa hai dimenticato, la domanda a te stesso,
te stesso è ancora una domanda irrisolta.

La croce si è mutata in oro per te,
e l’angoscia si è sciolta.
Un piccolo guadagno, una piccola speculazione,
è sempre la leggerezza del cielo
che si posa sulla tua fronte sudata.
Ma sei sereno in questi fari che ti contrastano,
giri in cerchio tra le ombre che il tempo cancella,
cancella attraverso gli anni
come un rasoio
il tronco della gioia.
Libero nella calce del silenzio,
l’intonaco si gratta con le unghie,
nessun muro può trattenere il tuo vago andamento.
Di fronte alla faccia ripulita,
i santi si allungano ai tuoi piedi,
l’erba alta ha accolto il tuo cristallo.
Con un suono limpido sulle labbra e sulle mani,
sei entrato nella luce.

Disarmate la pace

Camminano su orme slabbrate
con corde tarlate alle caviglie,
impuri d’ombra, drappeggiati di nero,
portatori di promesse infrante
sulle arterie di polvere.

Sotto un indaco oceano, che ha estinto
le vele insorte, echi recisi
dalla gola della giustizia.

Siamo evasi dalla storia, dai serpenti, dai mistici-
non dalle mani serrate su vessilli scoloriti,
che tinteggiano la pace con le armi,
che confondono il senso della veglia.

L’aria scompiglia oracoli di paglia,
precipita proclami sfilacciati
nelle piazze rese larvali dal sospetto.
Dove si nascondono i sogni, le rivolte,
le madri con gli occhi prosciugati?

Chi ha interrato la dignità
sotto il peso delle torri di vetro e tracotanza?
Eppure, fra le fenditure del cemento,
un sussurro persiste, la poesia:
scintilla irriducibile, testimone refrattaria
al fango del tempo.

Quel segno fatto a stella

Non manca mai quel segno fatto a stella,
lasciato testimone; una luce, la legna per l’inverno
sulle sue parole scritte, proprio di sguardo
puntuale, come fosse ogni giorno un incontro d’amore –
poi, conviene parlare, dato che lo sguardo viene perso,
nelle tracce di uno scorrere; rivelare il segreto, viverlo,
– evitare silenziosi relitti come me –
che viaggiano già su groppe di bisonti verso l’indaco.

Solo fiori

Ogni istante sembra ripercorrere il precedente –
orologi atomici affrontano il concetto del viaggio,
la brevità delle singole ore, per ritornare a sanguinare
con la bambina irrisolta che ero, per difendere
la sua carne.
Con uno scambio d’occhi le direi
di non accusarsi per quell’impronta,
le insegnerei a non isolarsi,
la porterei a coltivare nella mente solo fiori.

Cos’è reale?

Mai appartenuta al nulla, mai persa
nel tentativo di descrivere
le classi povere,
mai dissolta tra le parole amate.
Qui, nessun serpente attraversa
il mio cammino, nessuna traccia
di sepoltura sulla terra secca,
nessuna ombra riportata al sole.

Mi fermo. Alla fine del fiume,
non c’è alcuno stupore,
nessuno stormo che si rialza,
nessun pianeta da osservare con affetto,
nessuno da riabbracciare.
L’immaginazione non mi ricorda più
cosa sia reale.

Il sangue non mi schiaccia.
Non avrei mai lasciato
che le mie particelle
si disperdessero nel nulla senza scopo.

Lascio andare, senza stringere,
senza affondare.
Non lascio tracce in una terra perduta,
non metto semi in un campo lontano.
Non c’è sorgente comune,
nessuna essenza condivisa.

Non lasciano essere.
Non lasciano esitare.
E le progenie che non rinasceranno qui,
questa è la punizione,
negli infiniti istanti che non avranno luogo,
senza un corso d’acqua su cui specchiarsi.
Nessun essere che si stacchi dal caos,
nessuna vita che si misuri contro la guerra,

Così anche l’istinto

Sentinella, un’eco di lingue perdute,
non più una guardia, non più una veglia.
Chi mai stava spegnendo le luci, se non io?
Non fissare nulla, lascia che lo sguardo cada.
Non inseguire la risposta.

Chiusi gli occhi, finché il vuoto divenne
un compagno discreto, di quelli che ti seguono
senza mai chiederti se hai dimenticato
il riflesso opaco dell’infanzia.

Come le falene, stanche e spente, si allontanano
dalle lampade, lasciando il buio indisturbato,
come la pelle che dimentica la cicatrice,
così anche l’istinto dentro di noi
si allontana dalle cose, si svuota
di ogni immagine rimasta, smarrita come vento
tra le pietre.
Si spegne nelle fenditure
dello stesso cranio.

Siamo quelle del ‘50

Sostando la vita confessa le sue protagoniste.
Siamo noi un autunno irreale? Siamo quelle del ‘50?
Solitarie emigranti, chiamate con un fischio,
lasciamo la via del frastuono a te,
giovane bruma, coi nostri segreti corrosi,
da te derisi, all’usura di uno sguardo che si abbassa
dentro il buio, murando quei pochi spazi rimasti
che non portano a niente.

Quel sapore moralistico

Mi trovo qui, straniera, a piantare
fiori nel buio della mia carne,
a sputare zolle di terre lontane.
Il cielo deve aprirsi, simile
a un fiore di sangue
evitando quel sapore moralistico.
Il cielo deve accogliermi,
poiché ho finito i sogni ed insieme i ricordi.
Nessuno spazio è mai stato tanto vuoto,
ero i sassi contro la tua finestra.

Ultima strofa

L’avvicino all’orecchio, non a caso,
l’immagine che suggerisce il mare
e sento le fusa di acque tranquille –
fosse anche solo nell’ultima strofa
di una vita essenziale –
direbbero altri: drammatica.

Oltre la negazione

Sigillato dentro le parentesi,
tutt’altro che materne,
l’uomo schiuma i flutti del baratro morale —
partorisce mostri, solitudini,
all’insegna del dubbio:
– immagini piagate, parole acute come spilli,
disinnescano la tentazione di colloquiare.
L’uomo rivela la propria follia –
e sarà oggetto di morte,
l’amore per la vita in sospensione.

La vita è consegna

La fune rievoca il proprio passato:
un filo d’acqua tra questi capelli,
un pensiero che scioglie nodi,
microstorie di plastica e nero.
Le carte mi hanno atteso come risacca,
fra traslochi e scaffali — portàli incoerenti,
custodi di pause e silenzi.
Non chiedono più la pietra della perfezione:
ogni parola, anche interrotta,
porta l’impronta di chi sono stata,
il moto oscillante tra città e campagna,
tra biblioteche solenni e stanze domestiche.
Sono pelle che trattiene cicatrici:
proprio lì si cela lo strappo.
Darle al mondo è un atto di pietas:
non per concludere,
ma per liberarle dal sogno imprigionato,
perché possano bagnare, come dopo un temporale,
la continuità di altri sguardi.
È il daimon dell’età del raccolto che mi sospinge:
il suo sussurro non ammette indugi.
La vita non è compiutezza, ma consegna,
e io sono il tramite che depone
questo piccolo traditum
nelle mani che avvengono.

Alla parola s’inchina

Tanto distesa nel ventre del campo,
come un soldato vermiglia la trincea —
porta sabbia nelle pieghe del pensiero,
Nina, tra fiamme e deserto.

Erede di polvere e profezia,
si fa carne dove sferza il dolore.
Alla parola s’inchina,
alla domanda risponde:
cibo, Gauloises, posti letto –
la sua è una liturgia della strada,
di ghetti malnutriti dati al fuoco.

È qui che si ferma il respiro:
la curva della bocca
intorno al cuore —
ethos che le sabbia tra le mani,
logos espatriato nella guerra.

Ma il diritto rimane negato,
senza una rivoluzione.
E Nina lo sa, non sta a lei giudicare:
sceglie la sua lotta senza armi,
pronta a farsi specchio
di quel dolore che si veste
nel suono delle tante identità.

Il poeta non ha una terra —
ma ne porta il sangue e il canto.
È pellegrino d’invisibile,
con tutto il peso del tempo addosso.

I propri giorni

Non sarebbe scorretto farsi da parte
se il proprio poetare s’increspa –
forse ipotizzare una liberazione
capace di ordinare in solitudine
i propri giorni desiderosi di un notturno –
forse su una panchina a vegliare sugli ultimi.

Come il salmo recita

Ascolta il profumo breve del mio verso,
perché domani e dopo sarò molto lontana
– non immaginarmi alla finestra – lo sguardo
è bendato e sempre più buio, come il salmo recita –
e breve, il verso, breve, così anche il respiro.

Uno stormire tra le fronde

Quando la tristezza sfama e asseta
in questa zolla di sponde,
in questo andare e venire delle onde.
Quando di te rimarranno gli avanzi
e i risonanti titoli di coda, sarai polvere.
Lo sproloquio non mi scuote di un sospiro,
manie, malinconie, del tuo nutrirti ansioso
ha mosso uno stormire tra le fronde
che non smetterà mai di beffeggiarti.